Nota quotidiana

Il governo Marchionne

Salvatore Cannavò

Se si votasse in Parlamento, il "lodo Marchionne" otterrebbe quasi l'80% dei voti. Probabilmente il Partito democratico si dividerebbe, si contorcerebbe, si strapperebbe i capelli (tranne Bersani) e poi, magari, si asterrebbe. Sarebbe l'unico partito ad avere questi dubbi e questo è indicativo della crisi politica in cui versa.

Se si votasse in Parlamento, il "lodo Marchionne" otterrebbe quasi l'80% dei voti. Probabilmente il Partito democratico si dividerebbe, si contorcerebbe, si strapperebbe i capelli (tranne Bersani) e poi, magari, si asterrebbe. Sarebbe l'unico partito ad avere questi dubbi e questo è indicativo della crisi politica in cui versa.
Si potrebbe fare una specie di gioco di società e immaginare come sarebbe un vero e proprio Governo Marchionne, un governo cioè il cui collante, ispirazione e linea di marcia fosse quell'accordo che la Fiat è riuscita a imporre - senza particolare sforzo - a Fim e Uilm e che ha visto la coraggiosa opposizione della sola Fiom. Un accordo che si basa sul vero lascito culturale del berlusconismo: la centralità assoluta dell'impresa, dei suoi diritti, dei suoi profitti. Una centralità che non è messa in discussione da nessuno, tranne un po' di sinistra cosiddetta radicale. Ci permettiamo di osservare che nemmeno il partito di Di Pietro la mette in discussione fino in fondo anche se, più di altri, è oggi attraversato da attenzione e cura verso i lavoratori.
A Pomigliano, infatti, vige solo il soggetto-impresa: la sua necessità di avere la pace sociale in fabbrica; la sua necessità di saturare gli impianti e quindi avere livelli altissimi di produttività; la sua necessità di governare la forza lavoro in assoluta libertà. Il lavoro è reso semplice variabile dipendente, puro ammennicolo, senza alcuna soggettività né dignità. E se ce l'ha, questa va recisa alla radice.
Se hai questa concezione della politica, della società, dell'economia, puoi fare tranquillamente anche un governo che dura nel tempo. E infatti, diversi esponenti confindustriali non vedrebbero l'ora di "salire sul ring" per mettersi alla testa di un progetto del genere, vedi Montezemolo.
Con un simile programma, l'Italia potrebbe conoscere una fase nuova rispetto alla vischiosità attuale e potrebbe vedere quella situazione positiva che chiedono spesso le imprese, "i mercati", l'Europa e tutto ciò che della centralità dell'impresa ha fatto un dogma.
Di un tale governo non potrebbe far parte ovviamente Silvio Berlusconi, per la semplice ragione che nascerebbe solo una volta che l'attuale premier si fosse messo da parte (e va detto che a giudicare dalla situazione attuale, la cosa non è così campata per aria: inchieste che si allargano, rifiuti che ritornano, equilibri interni alla maggioranza che traballano e anche il sogno dell'Aquila che svanisce). Tolto Berlusconi, però, la sua maggioranza, in larga parte, potrebbe essere della partita. Un simile governo andrebbe bene a Tremonti e Sacconi (Brunetta non ce lo vorrebbe nessuno) che su Pomigliano hanno immaginato "la fine della lotta di classe" e impostato una nuova era nelle relazioni industriali. Ci starebbe certamente l'area "finiana" - Fini ha visto nel "patto" imposto dalla Fiat addirittura qualcosa che rimanda alle «grandi dottrine del Novecento», leggi l'economia corporativa fascista... - e l'Udc brigherebbe per prendere il comando della baracca.
Ci starebbero con grande impeto anche molti del Partito democratico: pensiamo a Fioroni che si è distinto negli attacchi alla Fiom, Letta, ma senza escludere dirigenti come Chiamparino e Fassino. Veltroni, nonostante si sia distinto per un bel siluro alla Fiom, avrebbe qualche difficoltà, impiccato com'è alla "religione del maggioritario" - e certamente farebbe sponda a Berlusconi per impedire un simile, immaginifico, scenario (quante volte l'ha già fatto?).
Non ci starebbe certamente l'Idv, vuoi per serietà, vuoi per calcolo. Ci starebbe stretta la Lega per ragioni speculari a quelle di Di Pietro ed è chiaro che Bossi perderebbe la faccia in un simile calderone. La fuoriuscita di Berlusconi, lascerebbe fuori dallo schema anche una fetta del Pdl con rimescolamenti al suo interno che oggi è difficile descrivere. Insomma, verrebbe fuori un larghissimo centro, in grado di governare il paese, un po' come Marchionne, Bonanni e Angeletti provano a governare il conflitto sociale.
Chi avrebbe un problema di troppo è il buon Bersani. La sua bonomia lo farebbe esitare e tergiversare: "si, un governo di questo tipo sarebbe una buona cosa ma, dai!, non possiamo mica farlo" e così via di oscillazione in oscillazione, senza scegliere il cedimento totale ma senza nemmeno mettersi con serietà dalla parte del lavoro. Alla fine il Pd ci starebbe ma in secondo piano, con un ruolo di stampella, consumando se stesso e il proprio futuro.
Il governo Marchionne è un gioco di società, non esiste e forse non esisterà. Però, "peccato", dirà qualcuno, "ci libererebbe di Berlusconi". Oppure, "meno male" diranno (giustamente) altri, "ci farebbe a pezzi". Che brutta alternativa che tocca a questo paese. Ce ne sarebbe un'altra, per favore?

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