Tempi moderni

Il cielo sopra Piombino

Alberto Prunetti (Da Carmillaonline)*

“È morto l’altoforno, viva l’altoforno!”. E’ successo un po’ anche questo, nel paese in cui sono nato 41 anni fa, in un ospedale a poche centinaia di metri da un’acciaieria, a Piombino.

“È morto l’altoforno, viva l’altoforno!”. E’ successo un po’ anche questo, nel paese in cui sono nato 41 anni fa, in un ospedale a poche centinaia di metri da un’acciaieria, a Piombino. Mio padre è stato uno dei tanti addetti alla manutenzione che l’altoforno di Piombino l’hanno tenuto in piedi, che gli hanno offerto un’architettura di tubi, di rubinetti, di manometri e di sfiati. Quanto a me, sono cresciuto a Follonica, dove i turisti distratti dicono che c’è solo il mare, mentre parcheggiano le loro auto nella prima Ilva d’Italia. Ilva viene da Elba, è il nome latino dell’isola e quando ero piccolo il ferro era ovunque: nei nostri giochi, negli scherzi pesanti, nelle fionde armate con le scorie vetrificate delle fonderie granducali che raccoglievamo attorno alla Gora delle Ferriere. Metà dei babbi dei miei compagni di classe lavorava a Piombino, tra le acciaierie e l’indotto. Oggi, dei miei ex compagni di scuola, quasi nessuno va più a lavorare alla Lucchini. Quasi nessuno. Perché in realtà solo in provincia di Grosseto ci sono ancora 1500 famiglie che attorno a quell’altoforno ci hanno sudato per guadagnarsi il pane. Un pane amaro. I nostri babbi ci dicevano che era l’ultimo pane. Era anche l’unico e bisognava mangiarlo.

Quel pane ha dato lavoro ma è stato farcito anche con infortuni, con malattie e morti bianche, anzi, omicidi bianchi. Con quel pane ci han fatto studiare e quando torno in Alta Maremma per parlare con qualche amico operaio mi sento sempre strano. Come se fossi un traditore, uno che ha voltato le spalle al proprio destino di fabbrica. Invece a accogliermi stavolta c’è l’accento livornese e lo sguardo amichevole degli occhi verdi di Gianluca, operaio dell’indotto della Lucchini. Gianluca è un altro di quelli che da buon operaio fa anche attivismo politico.

Con Gianluca ridiamo delle pretese di chi si scandalizza perché un operaio piombinese è anche candidato di un partito o fa il sindacalista. Il riferimento è alla storia di un sindacalista Fiom accusato di non essere un operaio bensì un politico dopo aver attaccato Grillo in televisione. Quando sentivo quelle critiche, io pensavo a suo zio che aveva lavorato anche con mio padre. Da queste parti, l’identità operaia diventa anche una cosa di parentele, di pranzi dove dopo i tortelli si litiga, ma si rimane comunque sotto lo stesso tetto. Parliamo di “peste rossa” e con Gianluca i ricordi vanno ai racconti dei vecchi. L’occupazione della fabbrica nel 1920 o la battaglia contro i nazisti del ’43: i carabinieri e l’esercito che se la danno a gambe mentre gli operai, maestri del ferro e del fuoco, distruggono una flotta nazista nel porto piombinese. E poi le lotte dure alla Magona del 1953 e ancora quelle del 1993. Irridere quella tradizione di resistenza che qui non è solo politica, ma segna a volte una rete familiare e umana, significa darsi la zappa sui piedi.

Stappiamo due lattine di birra, poi gli dico cosa non mi va giù. La prima cosa: se devo dirla tutta, forse dovremmo chiederci se non bisognava svegliarsi prima, se la Cgil e la Fiom non dovevano ascoltare anche le istanze più radicali dei sindacati di base, se non bisognava infilare nel sindacato un po’ di quella componente libertaria alla Pietro Gori (o alla Pietro Bianconi, che era un vecchio sindacalista anarchico piombinese che ha scritto le memorie operaie della città del ferro) con meno compromessi col potere. Gianluca è d’accordo: anche nel sindacato vince la corrente moderata e i risultati oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ma queste cose nella grande famiglia operaia si dicono, e anche sul muso, ma non si accetta che a dirle sia qualcuno che fa una vita più comoda e agiata o che si presenta solo per i funerali.

Il mio secondo dubbio. La retorica romantica sull’altoforno che si spenge nasconde un fatto: che negli ultimi venti anni la dismissione si è portata dietro un peggioramento delle condizioni di sicurezza negli stabilimenti. E non sono mancati gli infortuni. Ricordiamoci che va bene parlare di quanta forza abbia sprigionato l’altoforno, ma bisogna anche pensare a chi si è ammalato, a chi si ammalerà e a chi è morto. Perché appunto, come ci ricordano i piombinesi dell’associazione Toffolutti, dedicata alle vittime del lavoro, perché ci sia un futuro, anche industriale, anche siderurgico, devono esserci salute e sicurezza.

Al terzo punto, una modesta proposta. Prima di spengere l’altoforno, io avrei fatto fare una giornata di lavoro a tutti quelli che ci hanno fatto sopra tanti soldi. Così, per provare a capire com’era davvero il lavoro. E la cosa si potrebbe estendere ai politici che parlano di pianificazione industriale in televisione senza aver mai visto Piombino o che da ogni lato vengono a parlare di acciaierie e scappano dopo brevi comizi. Per un giorno, sarebbe bello far funzionare le acciaierie all’incontrario. “A patas arriba”, il mondo sottosopra. Gli operai di Piombino a pescare polpi e totani e le grandi dinastie dell’acciaio e dell’industria italiana all’altoforno. “Forza, avanti con la temperatura, spingete avanti il blumo di magma incandescente! Forza con quelle gru, avanti infilate il coke con le ruspe…” È un sogno carnevalesco, un’utopia proletaria. Ma fa bene al cuore.

Gianluca è d’accordo con me sul secondo punto mentre la mia modesta proposta lo fa sorridere e accende il verde dei suoi occhi. Quello che non si accenderà più, invece – a meno di qualche colpo di scena in extremis, forse in arrivo da qualche industriale indiano – è l’altoforno: non è ancora morto, ma il suo è un triste e solitario finale. E anche la cokeria si ferma. Non sono solo macchine. Dietro di loro, rimangono a casa centinaia di lavoratori. Quando l’araldo urlava al popolo “le Roi è mort vive le Roi!” era per dire che non cambiava nulla, che il re moriva ma la monarchia rimaneva. L’unica certezza è che stavolta qualcosa deve cambiare. Io non riesco neanche a pensarla Piombino senza la siderurgia. I metalli pesanti stanno nell’etimo di quella città. E i piedi nella fabbrica ce li avevano tutti. Anche noi, che in quella fabbrica ci siamo solo cresciuti accanto, abbiamo respirato quel’aria e quella polvere che i babbi portavano a casa assieme alle tute verdi. È stata forse la prima aria che abbiamo respirato. Un’aria che si fa sempre più pesante. Perché mentre si cerca in India un acquirente per le acciaierie, con la speranza che voglia installare un forno Corex per la produzione a ciclo continuo, mentre si parla di rottamare navi militari, adesso arriva un nuovo progetto, quello di una centrale a carbone: quando l’occupazione non era un grave problema, i piombinesi si erano espressi con un referendum contro le centrali a carbone. Adesso che è più facile ricattare i lavoratori, ci si ritrova con le spalle al muro a dover scegliere tra salute e lavoro, tra ambiente e occupazione. Ma scegliere con una pistola alla tempia non è una bella scelta.

Di recente mi sono trovato in una strana situazione, a parlare con un microfono in mano in un posto dove c’erano un po’ di persone di ceti popolari e altre evidentemente di ceto medio. A un certo punto qualcuno ha fatto l’elogio dei treni come mezzi ecologici di viaggio. E va bene. A me a quel punto però m’è tornato su un pezzo della mia memoria fetale piombinese e m’è venuto da dire: “Si, va bene, prendete i treni e andate a giro per l’Italia. Ma ricordatevi che ogni volta che vi spostate, calpestate il lavoro dei nostri babbi operai che a Piombino hanno sagomato quei 108 otto metri di acciaio per farne binari. E che a volte ci sono rimasti sotto o che si sono ammalati per farvi correre da un posto all’altro dell’Italia. Era l’ultimo pane ma era anche l’unico. E ora, non c’è più nemmeno quello”. Il re è morto, l’altoforno pure. Ma non l’ha ghigliottinato il popolo in piazza e la gente rimane a guardarsi impaurita, senza pane né brioche, mentre gli avvoltoi arrivano in volo da lontano per bacchettare coi resti del cadavere. L’altoforno è morto e le elezioni sono passate e se ne sono andate, come quella Concordia che tutti erano pronti ad aspettare con le mole accese e che invece ha tirato a dritto, con la benedizione di Renzi, con la probabile soddisfazione di Grillo, nel disinteresse di Berlusconi, verso Genova… tutti scappano, le notizie dall’India arrivano vaghe e lontane e il cielo sopra Piombino sembra ancora, come sempre, grigio. E nessun araldo urla “L’altoforno è morto, viva la siderurgia operaia”.

*Fonte articolo: http://www.carmillaonline.com/2014/08/13/cielo-piombino/