Accade a sinistra

I Lama stanno in Tibet

Porpora Marcasciano*

A quarant'anni dall'evento più ricordato del movimento del Settantasette, vi proponiamo il racconto di quella giornata che fa Porpora Marcasciano dal suo particolare angolo di visuale in "AntoloGaia. Vivere sognando e non sognare di vivere: i miei anni Settanta".

Tutto quello che era in fermento da mesi e forse da anni esplose quando Luciano Lama, all’epoca segretario della Cgil, tenne un comizio all’università. Quella mattina del 17 febbraio ci svegliammo presto per essere all’università in tempo per quello che fu il vero grande debutto del movimento.
Appena entrati nella città universitaria intuimmo subito che qualcosa sarebbe successo, si respirava nell’aria. Vicino ai cancelli d’entrata c’era il servizio d’ordine del sindacato non particolarmente rassicurante, mentre da piazza della Minerva arrivava il suono di un altoparlante che trasmetteva canzoni e slogan.
I compagni più politicizzati erano dentro le facoltà, discutendo sul da farsi, ma una folla sempre più grossa formata dai cosiddetti “cani sciolti” si stava radunando nel piazzale ai lati del camion usato come palco. Era palese che da lì a poco sarebbe scoppiato il casino, ma nessuno avrebbe immaginato la sua portata. Prima che Lama salisse sul palco, un gruppetto aveva tracciato una scritta enorme sulla facciata laterale del rettorato che sovrastava la piazza: «I lama stanno in Tibet». Quando Lama cominciò a parlare si levò una marea di fischi, la piazza tuonava, gli slogan erano sempre più minacciosi. Tra i presenti si snodò un trenino dei creativi. Quel giorno si erano dipinti il viso come gli indiani d’America, furono infatti chiamati “Indiani Metropolitani”, cantavano ritmando i tre porcellini: «Siam tre piccoli porcellin, Cgil, Cisl e Uil, mai nessun ci dividerà... tralalala», oppure «Tanassi Rumor sono innocenti, siamo noi i veri delinquenti» e poi in ginocchio «Lama frustaci, Lama frustaci».
L’energia dei creativi contagiò molti dei presenti, ma a prendere il sopravvento fu la forza maschia. Il servizio d’ordine del sindacato cominciò a spintonare quelli più esagitati, dagli spintoni ben presto si passò all’aggressione e la situazione degenerò. Cominciò a volare di tutto: bastoni, bottiglie, pietre, bulloni. Lama dapprima invitò a isolare i provocatori violenti, ma quando si rese conto che, oltre al suo servizio d’ordine, il resto dei presenti erano tutti cosiddetti provocatori e che erano migliaia, lasciò la piazza.
Gli scontri durarono un paio d’ore durante le quali mi ero rifugiato insieme a tanti altri nella facoltà di Lettere che era occupata da qualche giorno. Nell’aula sesta, che divenne famosa per essere rimasta occupata circa tre anni, gli Indiani avevano allestito un vero e proprio laboratorio dove ci si dipingeva il viso, si sistemavano piume e orpelli nelle chiome, si preparavano slogan da scandire e da scrivere sui muri. In tutta questa frenesia, mentre fuori continuava la guerra, un gruppetto con il viso dipinto e delle asce di plastica in mano uscì dall’aula sesta per leggere un comunicato con il megafono: «Oggi il popolo degli uomini ha dissotterrato le asce di guerra per rispondere all’attacco del viso pallido Lama e dichiara aperto lo stato di felicità permanente». Ci fu un boato e tutti cominciarono a ritmare con le mani, con i piedi e con la voce. Si formò un enorme serpentone che prese a girare nei corridoi, nelle aule per poi uscire dalla facoltà. Nella piazza erano visibili i segni della battaglia che nel frattempo si era spostata verso le uscite. Il serpentone uscito da Lettere, ritmando “ea ea ea oh”, si ingrandiva, divenne un corteo di migliaia di persone interno alla città universitaria dirigendosi verso i cancelli dove l’ala dura teneva testa alla polizia sostituitasi ormai al sindacato. Eravamo letteralmente circondati, fu così che occupammo la Sapienza.
Rimanemmo chiusi dentro fino alle 21 quando la polizia permise di fare uscire chi voleva da via De Lollis. L’aria era irrespirabile, la polizia sparava centinaia di lacrimogeni che una squadra di compagni ributtava fuori. Anche il vento e la pioggia quel giorno furono favorevoli perché respingevano tutto il fumo verso la polizia. Tra i botti, il fumo e gli slogan c’era anche Garibaldi, un vecchio barbuto compagno anarchico che con la sua tromba intonava l’Internazionale. Garibaldi era un personaggio conosciuto tra i compagni, viveva suonando la tromba nelle osterie di San Lorenzo, il quartiere popolare confinante con l’università considerato la roccaforte antagonista.
Mentre ai cancelli la battaglia continuava, all’interno si organizzava “lo stato di felicità permanente” e tra bonghi, flauti e danze ebbi una visione. Seduto a terra in cerchio con altri indiani c’era Mauro, con i capelli nerissimi, lunghi fino al culo, gli occhi brillanti e due labbra che sembravano ciliegie. I nostri sguardi si incrociarono e qualche freccia partì perché passandomi la canna cominciò a sorridermi. Io imbranatissimo cercavo di parlare ma lui mi mise una mano sulla bocca per invitarmi a fare silenzio, mi prese per mano e uscimmo, ma mentre scendevamo la scalinata di Lettere mi giunse l’urlo che non avrei mai voluto sentire in quel momento: «A a a amore! Amicazza». Era Zanza che fece svanire la magia del momento. Ci si parò davanti, mettendo le mani sul cazzo a entrambi e con quella sua espressione assurda e disarmante: «Dove stavate scappando vigliacche, crumire, abbandonate il campo di battaglia, ma io verrò con voi». Avevo un misto di imbarazzo, rabbia ed eccitazione. Mauro, che intanto aveva visto una sua amica, ne approfittò per sfilarsi e andare via. Lo avrei rincontrato qualche anno dopo in un locale di Trastevere dove lavorava, ancora molto bello come la prima volta, ma già marcatamente segnato dall’eroina. Quella volta riuscimmo a scappare insieme, nonostante la polvere bianca bloccasse energie e piaceri. Dopo qualche anno se ne andò via, sfinito in una corsia del reparto infettivi dello Spallanzani: Aids.
Intanto nelle aule e nei corridoi dell’università occupata c’era fermento, anche per le notizie che dava Radio Città Futura, la radio del movimento. Quella principale era la cacciata di Lama e dell’università occupata a Roma, ma notizie di scontri e occupazioni arrivavano da tutta Italia. Occupata la Statale a Milano, la Normale di Pisa, il Politecnico di Torino, la Federico II di Napoli e poi Bologna, Padova, Palermo. Tutte le università e molti istituti medi erano occupati o in agitazione. Una situazione elettrizzante, ci sentivamo bene!

*Testo tratto da "AntoloGaia": http://www.ilmegafonoquotidiano.it/libri/antologaia

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