Nota quotidiana

Escaping #TabloidInferno 1/3

Selene Pascarella

Come si costruiscono narrative di liberazione partendo dalla cronaca nera?

Dopo l’uscita di Tabloid Inferno e le discussioni collettive fatte a Bologna, Roma e Orte, è emersa una domanda che il libro allo stesso tempo lancia e disattende, alla ricerca di una risposta che è tra le pieghe del memoriale/saggio/nonfiction ma non può esaurirsi nell’esperienza personale dei suoi protagonisti: come si neutralizzano le narrazioni tossiche, ma soprattutto, come si costruiscono, anche nel territorio quasi sempre miasmatico della cronaca nera, narrazioni di liberazione?
Proviamo a rispondere inquadrando la questione da un punto di vista triplice, del criminologo, del narratore/giornalista e del lettore, dialogando con soggetti che hanno affrontato questo nodo da altri campi, limitrofi e spesso contrapposti a quello dell’informazione. Partiamo con un dialogo sul ruolo delle narrazioni che liberano dalla devianza e prevengono il delitto e la sua punizione attraverso il sistema penale, inteso come istituzionalizzazione delle narrative di espulsione. Campo di ricerca della criminologia narrativa e oggetto di studio di Alfredo Verde, Professore Ordinario di Criminologia dell’Università degli Studi di Genova.

Cosa è la criminologia narrativa?

Rispondo con una citazione da Lois Presser e Sveinung Sandber, autori di un classico in materia [Narrative Criminology, Understanding Stories of Crime, n.d.r.]: “La criminologia narrativa è qualsiasi attività di ricerca basata sull’idea che le storie possano istigare, sostenere le azioni dannose e criminose o produrre l’allontanamento dalle stesse”. Ovvero: le narrazioni producono il delitto.

Le narrazioni producono il delitto, ma possono evitarlo?

Sì, sono le cosiddette narrative of desistance. C’è un libro di quindici anni fa, Making Good (che vuol dire raccontarsi la storia giusta, farcela) di Shadd Maruna, che parla di copioni di redenzione (redemption script): uno si racconta la storia di quello che è stato e riesce a trovare — attraverso quello che è stato, cioè una persona che ha commesso degli atti devianti — all’interno di quella stessa storia il motivo per essere altro. “Sono sempre stato un buon ladro e adesso voglio essere un buon fotografo” per esempio. La bontà passa dalla bontà della trasgressione alla bontà in ciò che è lecito.

Cosa succede quando l’autore del reato non è consapevole della propria narrazione e tocca agli altri, dall’esterno, al perito, al criminologo, rintracciare le situazioni e le cause che hanno generato il suo agire?

La criminologia narrativa non parla di motivi, di moventi, presuppone che attraverso la narrazione il soggetto deviante recuperi una sorta di agency, dove per agency si intende l’essere l’attore responsabile delle proprie azioni, colui che conduce sé stesso. Raccontando produce le proprie azioni, influenza e forma la propria esperienza del mondo. Da questo punto di vista ci sono altre storie che si contrappongono a quelle di redenzione, i “copioni di condanna” secondo Maruna, ovvero le narrative per cui una persona si ritiene condannata a comportarsi nel modo in cui si comporta, raccontando a sé stessa, come nella favola dello scorpione e della rana, “che non può farne a meno”, che “quella è la sua natura”.

L’intervento di un esterno che la ricostruisce, che fa da mediatore, come può modificare la narrativa di un attore?

C’è un’incoerenza nella criminologia narrativa classica, che ci dice che da un lato la narrativa viene prodotta dal narratore e dal narratario e quindi cambia a seconda del narratario, e dall’altro che la narrativa prodotta dal narratore assieme al narratario costituisce la realtà soggettiva del narratore. Ci sono versioni meno “post-positiviste” della criminologia narrativa che sostengono che la narrativa dipinge la realtà, in qualche modo espone la visione soggettiva della realtà del narratore. Da qualche parte di questa costellazione che va dalla visione della realtà oggettiva alla visione della realtà soggettiva, alla co-costruzione di una realtà tra narratore e narratario, nasce il problema della menzogna che dal punto di vista criminologico assume la forma di distorsioni cognitive ed errori automatici del pensiero.

Un esempio di distorsione cognitiva rilevante dal punto di vista criminologico?

“Tanto tutte le donne amano essere prese con violenza, non ho fatto niente che non volesse, tutte le donne sono puttane” queste sono le narrative tipiche con cui l’autore di violenza legittima la propria azione. Ma ci sono altri tipi di errori automatici del pensiero, come le tecniche di neutralizzazione o le strategie di disimpegno morale o i meccanismi di difesa della piscoanalisi. E qui viene fuori la necessità di un’integrazione tra la criminologia narrativa e una lettura di tipo psico-dinamico e psicoanalitico, che permetta di arrivare a una narrativa di terzo tipo, co-costruita dal narratore e dal narratario, dove quest’ultimo partecipa facendo vedere al soggetto delle versioni alternative delle sue storie o integrandone le lacune.
Per cui a un certo punto quella che viene fuori è una storia co-costruita in cui l’apporto del narratario, che in questo caso è il clinico, il criminologo, fornisce al soggetto la possibilità di costruire delle storie che integrino dei significati a cui lui non sarebbe stato in grado di accedere perché stavano nelle parti della storia che lui oltrepassava, nelle lacune, nel non detto del suo discorso. Un’altra narrativa, una meta-narrativa, che dipende dalla situazione del narratario, sulla cui natura bisogna interrogarsi. Il narratario è aperto empaticamente, rifiuta l’altro, costruisce una narrativa di persecuzione, crede che l’altro non sia capace di essere buono, non trova un elemento per comprenderlo, non riesce a giustificarlo, lo condanna soltanto? Sono tante le narrative che si possono costruire sullo stesso soggetto a seconda dell’approccio del narratario. La prima delle narrative è una diagnosi psichiatrica e a seconda della disposizione del narratario verso il narratore si hanno diagnosi psichiatriche diverse sulla stessa persona.

Come si supera il problema della menzogna?

Il problema della menzogna è un problema molto grosso e potrebbe essere superato da un’impostazione della criminologia narrativa aperta anche alla psicoanalisi, capace di dire: “Noi non dobbiamo occuparci di menzogna nel momento in cui parliamo di racconto di sé, il narratore se la racconta, per così dire, perché ogni narrativa è costruita su un fondo di menzogna o su un fondo di fiction”.

Nel saggio L’occhio che uccide Paolo Cattorini parla della fruizione ma anche della produzione della crime fiction come elemento fondamentale del training del criminologo che lo aiuta a restare aperto, empatico a non appiattirsi in un ruolo del “criminologo sbirro”. Concorda?

Certo, ma il problema vero è: perché il criminologo dovrebbe appiattirsi nel ruolo del poliziotto? Questa è una concezione mediatica della criminologia. Il criminologo non è un poliziotto per definizione, ha dei campi di sovrapposizione con le indagini, come la psicologia investigativa e il profiling. Però il profiling non funziona, non funziona per niente, è una presa in giro e difatti se ne sente parlare sempre meno. D’altra parte è una roba che nella originaria impostazione dei profiler di Quantico aiuta a risolvere l’8% dei casi. L’australiano Richard Kocsis, che ha provato a testare la validità del metodo del profiling attraverso uno studio, ha dimostrato che meglio dei profiler facevano gli studenti di psicologia [Criminal Psycological Profiling: Validities and Abilities, n.d.r.]. Per tornare alla domanda uso ancora una citazione: “Se mi chiedono di dire da che parte sto, dalla parte dei poliziotti o dalla parte dei delinquenti, dico che sto dalla parte dei delinquenti”. Mi sembra una posizione più seria, nel senso che è automaticamente più aperta all’altro, ma la verità è che il criminologo non deve stare né dalla parte del delinquente né del poliziotto. Il criminologo non è un investigatore privato, questo modo di fare il criminologo lasciamolo alla Bruzzone, che è stata pure a Quantico! Non bisogna confondere la criminologia con la crime analysis. La criminologia non ha a che fare con le indagini, alla criminologia non interessa minimamente chi sia l’autore di un reato.

Le narrazioni non servono a “scoprire l’assassino”, dunque?

Ci possono essere delle narrazioni costruite per trovare i delinquenti, che si chiamano profili, i profili però non possono, per definizione, avvicinarsi alla realtà, perché sono delle costruzioni narrative ipotetiche. Soltanto in Sherlock Holmes funzionano, ma come dice Umberto Eco, Sherlock Holmes è un bravo profiler perché c’è un narratore onnisciente, che si comporta come dio, che dispone gli indizi e fa sì che lui li veda tutti. Ma nella realtà non funziona così, perché non c’è nessun dio che produca un investigatore non fallace al cento per cento.
Quando mi hanno chiesto di parlare sul caso dell’infermiere accusato di aver tagliato la testa a suo zio, di spiegare perché l’avesse fatto [Claudio Borgarelli, che ha confessato di aver decapitato Albano Crocco dicendo: «Non so perché ho tagliato la testa a mio zio, non me lo so spiegare», n.d.r.] mi sono rifiutato assolutamente, perché non avevo niente da dire. Non potevo rispondere alle domande dei giornalisti, perché non avevo mai visto la persona in questione. Il criminologo non può parlare quando non sa e non può parlare quando sa, perché è vincolato dal segreto. Una giornalista mi ha detto: “Può sempre basarsi sulle notizie presenti sui giornali”, senza rendersi conto che non potrei mai farlo, non vorrei mai farlo, come criminologo, perché dai media avrei narrazioni che portano solo una delle tante versioni della verità.

La narrazione può essere terapeutica sia per il narratore che per il narratario, ma cosa succede quando la narrazione si fa tossica?

Qui si parla non di narrative del reo, bensì di narrative sociali in cui siamo immersi. Narrative non di apertura ma di chiusura, che l’antropologo René Girard chiama testi di persecuzione. Ne Il capro espiatorio ritrova le radici della persecuzione degli ebrei in un poema medievale francese, dove l’ebreo diviene colui che germina le pestilenze attraverso la costruzione di un ritratto cui vengono attribuite caratteristiche negative, prevalentemente legate al corpo — la menomazione fisica, l’incarnato, il colore dei capelli, ecc. — che diventano le stigmate del capro espiatorio. In queste narrative espulsive siamo immersi, con tutta una serie di pregiudizi, costruendo un’immagine negativa dell’altro cui imputiamo tutto il male di cui siamo pieni. Sono narrative false, in quanto non aprono all’umanità dell’altro, ma lo disumanizzano. La criminologia si interessa anche di questo, ci sono tutta una serie di lavori che fanno vedere come i testi della giustizia, quando costruiscono un colpevole, in realtà producono una narrativa di un cattivo, basta vedere alcune aggravanti del sistema penale italiano, come i motivi abietti e futili.

C’è una tendenza a utilizzare sempre più spesso la malvagità nelle sentenze, ma la cattiveria non dovrebbe essere una categoria giuridica, o sbaglio?

No, in realtà esistono le aggravanti di cui parlavamo prima. La malvagità non è un giudizio dell’atto o dei suoi motivi. Perché uno può essere buono e aver agito per motivi abietti e futili o con crudeltà, ma se è malvagio allora si rientra nell’art. 133, dove l’oscillazione della pena tra il minimo e il massimo edittale ha a che fare con le caratteristiche del reo e quindi anche la cattiveria vi rientra. D’altra parte il penale è questo: ti butta in un posto dove sei separato da tutto. Le sentenze sono sempre dei testi di persecuzione, perché sulla base di quello che dicono arrivano degli operatori del sistema penale che ti mettono le manette e ti portano in un posto chiuso da una doppia cinta e tu devi stare lì e non puoi più vedere tua moglie, i tuoi figli la fidanzata, non puoi più fare le cose che ti piace fare, come andare a spasso la domenica, non puoi più fare niente. Questo è il carcere, il penale è l’istituzionalizzazione delle narrative dell’espulsione. Il problema è che questa istituzionalizzazione non passa più attraverso organi dello stato ma il quarto potere e i processi vengono fatti nei talk show e i sui social media. Con una sostanziale differenza dal punto di vista delle garanzie: il processo prevede attori formati al loro compito, sui social media e nei talk show troviamo i cosiddetti esperti, che non sono più esperti, perché si piegano alle esigenze dell’audience, al vocabolario colmo di emozioni negative dell’opinione pubblica, delle criminologie ingenue, quelle per cui chi commette delitto è sempre straniero e gli omicidi sono sempre in aumento.

Cosa contraddistingue le narrative di liberazione?

Ci sono delle narrative di persecuzione e autonarrative che legittimano il continuare a essere cattivo, ma ci sono anche narrative di altro tipo, quelle che curano. Quelle in cui c’è un narratario, un interlocutore, che è empatico e accettante nei confronti del narratore.

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