Nota quotidiana

ERRATA CORRIGE LETTERARIA - Ci sono sempre delle frontiere

Sergio Rotino

Per un imperdonabile errore sull'ultimo "Letteraria" non è uscito questo bellissimo articolo di Sergio Rotino, che avrebbe dovuto chiudere il numero. Scusandoci con l'autore e con i lettori ve lo proponiamo qui.

L'articolo si Sergio Rotino che leggerete di seguito avrebbe dovuto chiudere il n. 2 della nuova serie della rivista "Letteraria" uscito in libreria ad inizio dicembre e interamente dedicato ai nazionalismi, i neofascismi e alla cultura di destra oggi. Pur avendo riletto e ricorretto il numero più volte, per un imperdonabile errore in fase di ultimissima impaginazione per la stampa, nel numero della rivista che molti di voi hanno già tra le mani c'è invece lo stesso articolo con cui Sergio aveva chiuso il n. 1 della nuova serie, quello dedicato alle grandi opere dannose e inutili. Un errore grave di cui non possiamo che scusarci con i nostri abbonati, i nostri nuovi lettori e soprattutto con Sergio. Errore di cui siamo ancor più dispiaciuti perchè interno ad un numero che crediamo molto bello e riuscito, di cui potete leggere qui l'editoriale e qui l'indice completo.
"Letteraria" è un'impresa collettiva e militante dei suoi redattori, in cui mettiamo tutta la nostra passione e cura professionale, ma evidentemente ci capita di fare anche qualche errore grave, come questo. Del resto se volevate un prodotto perfetto vi conveniva comprare una Volkswagen o in alternativa un'obbligazione subordinata della Banca d'Etruria ;-)
Noi, scusandoci ancora, vi invitiamo a leggere questo bell'articolo di Sergio, che potete scaricare qui anche in formato pdf così come era stato impaginato, e che arriverà anche via mail agli abbonati. E poi a leggere tutto il numero, della cui qualità siamo comunque molto orgogliosi e che crediamo sia utile a smontare i miti utilizzati per la rinazionalizzazione delle masse in corso in tutta Europa. Il numero sarà presentato a Roma sabato 16 gennaio con Wu Ming 1.
Edizioni Alegre

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Ci sono sempre delle frontiere
Di Sergio Rotino

«Tu non puoi reggere la verità. Figliolo, viviamo in un mondo pieno di muri e quei muri devono essere sorvegliati da uomini col fucile...»
Robert Reiner, Codice d'onore

Cavar sangue dal muro, murare a secco, alzare un muro (di silenzio), rompere il muro (del suono); ma anche mettere al muro, mettere con le spalle al muro, far muro, opporre muro a muro ecc. ecc.
Sono alcune espressioni e frasi fatte di pronto utilizzo giornaliero in cui la parete divisoria – più o meno alta, più o meno spessa, viene utilizzata. Posta fra un qui e un altrove, fra una umanità e un'altra, non fa altro che ribadire la sua essenza.
In effetti quando si parla di muri, l'immagine che viene alla mente è quella di un qualcosa capace di frapporsi, messo a dividere o a difendere questo da quest'altro. Il nostro privato, se parliamo delle mura di casa; la nostra nazione, se parliamo di un territorio relativamente omogeneo per lingua e abitudini, quindi di un concetto più che di una realtà effettiva.
La Grande muraglia, per fare l'esempio più banale, è un insieme di mura (circa 8851 chilometri di lunghezza complessiva), edificate nel Terzo secolo a.C. con l'intenzione di contenere le incursioni di altre popolazioni in territorio cinese. Attenzione: contenere, non bloccarne completamente l'ingresso. Non essendo idioti, i regnanti dell'Impero celeste avevano compreso l'impossibilità di tener fuori dai propri territori chiunque avesse deciso di penetrarvi. Si poteva tamponare la situazione, non risolverla. L'intento “contenitivo”, comunque non funzionò: gli “stranieri” avevano davanti solo un grosso, dispendioso deterrente; un monito; un cane che abbaia senza mordere e legato alla catena. Bastava aggirarlo.
Ecco, il muro è principalmente un impedimento artificiale, ideato dall'uomo per delimitare uno spazio che considera privato, quindi per far vedere che esiste un limite al procedere di altri uomini. Per dirla con altre parole, un muro è come fare la voce grossa, pur sapendo che non si può spaventare a lungo. Se il muro è un impedimento, lo si può aggirare pur con enormi dosi di ostinazione e affrontando rischi notevoli. Ma il bisogno, inteso nel senso più ampio del termine, la necessità, la disperazione mista alla paura, possono più di qualsiasi muro.
Questo come pura speculazione. Nella realtà le cose non sono così semplici. A dimostrarlo stanno i più di 45 muri «edificati fra varie nazioni proprio per contrastare l'immigrazione e il flusso delle persone»(1). I muri fra le varie nazioni – fatti di filo spinato e sensori anti intrusione piuttosto che di mattoni e cemento – servono solo ad aumentare la frustrazione di chi fugge dalla propria terra per non dover perdere la libertà o addirittura la vita.
Sono perciò muri che non difendono territori da una possibile invasione nemica, ma creano il nemico, la paura, il terrore verso chi bussa alle porte armato della sola necessità.
Il muro fomenta cioè varie idee e sub-idee false, sbagliate, deviate, ancor più: pericolose. Propone l'idea della piccola patria, quindi dell'essere “padrone in casa propria”, dell'autosufficienza economica, dell'integrità religiosa ed etnica. In più, fomenta anche odio e rancore in chi da quella parete si trova escluso o imprigionato senza motivo.
Su “Osservatorio Balcani e Caucaso”, Francesco Martino fa notare come «In un contesto di mancata solidarietà» fra stati europei, «issare muri è la strategia più economica per tirarsi fuori dall'occhio del ciclone». Anche se «reti e filo spinato non possono fermare le centinaia di migliaia di persone in marcia» e «di questo tutti sembrano essere consapevoli e l'esperienza sul campo degli scorsi anni ha confermato tutti i limiti, di efficacia oltre che morali, di questa strategia», i muri si presentano come «strumenti a basso costo in grado spostare la rotta di transito, e scaricare così il peso dell'emergenza sui propri vicini, in attesa di tempi migliori»(2). In soldoni, a chi migra viene imposta come possibile via di fuga l'aggiramento del muro, non l'attraversamento. Così facendo si sposta su altri il feedback negativo prodotto dalla barriera in calcestruzzo, filo spinato e corrente alternata.

La presenza di un muro, acuisce l'idea che quel determinato territorio non accetti alcun tipo di scambio, non ipotizzi al suo interno una simile eventualità. Nemmeno, per assurdo, uno scambio in denaro. Il muro rappresenta un rifiuto secco a ogni genere di mercato. Facile spostare la percezione dell'oggetto muro a chi sta dietro di esso, immaginare che non abbia intenzione di aprire un passaggio. Il muro nella nostra contemporaneità tende perciò a una idea di perfezione: niente dogane o posti di blocco, ma una barriera omogenea, infinita, che si snoda lungo la linea di demarcazione posta fra territori.

Un luogo dove quest'ultima teorizzazione non esiste, è il fumetto. Qui il muro mostra il bisogno di “sfiatatoi”, pena l'impossibilità a dichiarare la sua imponenza e il senso di monito che gli è proprio. Lo si può evincere dalla rivisitazione fantascientifica della Francia che Baru offre in Buon anno 2047 (3), uno dei tre racconti presenti in Noir (con una piccola luce in fondo) (4). La ricerca di un preservativo da parte di un ragazzo delle banlieu parigine, così da festeggiare l'arrivo del nuovo anno con la ragazza, al riparo dalla piaga imperante dell'Aids, si scontra prima di ogni altra cosa con il muro che circonda il centro di Parigi, e con le sue “dogane” difese dalle forze dell'ordine. Nel racconto, il silenzioso ammasso di calcestruzzo è un convitato di pietra da sbeffeggiare. Metaforicamente quel muro per Baru è la politica dai risvolti apertamente xenofobi espressa dalla destra francese, contro cui bisogna reagire. Non solo, è una critica aspra ai primi successi di fine XX secolo avuti dal Front National di Le Pen e alle politiche sociali volute da Sarkozy, esempio del come certa borghesia “di potere” cavalcasse all'epoca certo rigurgito nazionalista, cieco al passato della Francia e furbo. Eppure, a fronte di questa notazione, in Buon anno 2047 il muro non viene valicato, in nessun modo. Come se Baru comprendesse quanto l'atto di dividere la popolazione in due gruppi, anche etnici – che nel suo racconto è dichiaratamente politico e per nulla metaforico – non si potesse risolvere nei tempi stringati di un finale liberatorio offerti da un racconto a fumetti.

L'idea del contenere le popolazioni attraverso l'innalzamento di un muro, la si trova sviluppata in modo originale nelle pagine di Faire le mur (2009), esempio di ottimo graphic journalism firmato da Maximiliem Le Roy (5). Che nel 2014 Le Roy abbia ricevuto da Israele un divieto di soggiorno per dieci anni, è solo un tassello aggiuntivo rispetto a quanto racconta in queste tavole. All'interno di Saltare il muro viene data voce a Mahmoud, giovane amico palestinese, segregato dentro la terra che abita, da 700 chilometri di mura innalzate dagli israeliani. Anzi, Israele «ha fatto un colpo da maestro: costruire il muro e le colonie utilizzando lavoratori palestinesi». Attraverso il pensiero di Mahmoud Abou Srour, Le Roy fa presente al lettore come il muro sia costruito da chi lo vuole scavalcare (cioè da chi non lo vuole), sotto le direttive di chi non desidera che questo accada. Un vero e proprio cortocircuito rispetto al desiderio e al diritto di muoversi liberi per il mondo. Da aggiungere poi, che Israele costruisce i muri nei territori occupati, in terra palestinese, quindi entrando di fatto in un altro Stato.
A colpire più di ogni altra cosa, è un passaggio in cui Mahmoud afferma: «Guardiamoci dal sacralizzare le vittime in quanto tali. Ci si deve ricordare che l'oppresso di ieri può diventare l'oppressore di domani e viceversa. Non voglio la carità perché non è proporzionale. La giustizia invece è un linguaggio comune». Chi ieri era sotto il giogo di un oppressore, oggi commette efferatezze a sua volta. Ieri veniva relegato dietro a un muro, oggi vi relega altri. Non è possibile una visione univoca di chi innalza divisori fisici fra umanità e umanità, pare dica Le Roy. Tutti prima o poi passeranno dall'altra parte, si sostituiranno ai carnefici affermando di avere buoni motivi. Per questo serve giustizia e non carità.

Il muro nel graphic journalism, non può essere altro che immagine di quanto la realtà offre dell'oggetto, quindi cronaca o un suo commento (morale, moralistico, politico, sociale, ironico, stralunato ecc.). Per funzionare ci vuole perciò una visione che lo mostri nella sua assurdità. Pare ci riesca solo Guy Delisle, che ha creato alcuni reportage in cui lo sguardo giornalistico, pur essendo consapevole delle situazioni che ha intorno, è raffreddato nella propria partecipazione emotiva. Questo autore lavora le informazioni di cui entra in possesso con arguzia e una punta di cinismo, ma cercando sempre di non offrire alcuna sponda al suo pensiero. Invece le fa interagire, le fa entrare in frizione, così che possano mostrare le contraddizioni (6) su cui poggiano. In Cronache di Gerusalemme (7), racconto del suo anno in Cisgiordania ad accompagnare la moglie che lavora per Medici senza frontiere, gli basta far presente proprio questa sua condizione a un ristoratore palestinese perché esso mormori: «Ci sono sempre delle frontiere». Banale quanto si vuole, è questa battuta che apre all'idea di muro, di divisione fra due popoli. La sua articolazione arriva invece molte tavole dopo quando Delisle, per visitare il checkpoint di Qalandiya, passa davanti alla “barriera di separazione” dei territori palestino-israeliani e si lascia sfuggire: «Non credevo fosse così alta». È un'altra battuta banale, ma carica della stessa meraviglia che potrebbe avere un bambino. E’ proprio questo gioco sulla meraviglia, questa carica evocativa destabilizzante, che la furia delle tavole di Joe Sacco in Palestina (8) non riescono a (né vogliono, sia chiaro) offrire.
Da sottolineare quanto lo stile di Delisle sia il più lontano possibile dal realismo espressionista di Sacco. Come dice Marta Ghezzi «Delisle disegna pupazzini. Punto»(9).
Però è con questi pupazzini che l'autore canadese si muove sotto la barriera, arriva al checkpoint e descrive popolazione palestinese e soldati israeliani – fra cui «non ce n'è uno che abbia più di vent'anni» – questi ultimi armati fin sopra i capelli. Nota anche come non se ne facciano nulla di quell'armamentario quando parte una fitta sassaiola da oltre il muro. Li vede esplodere delle bombe lacrimogene e poi raggrupparsi “dietro una parete di cemento”. Ed eccolo meravigliarsi nuovamente dei pupazzini. «Lascia comunque di stucco veder dei soldati superequipaggiati nascondersi così per qualche pietra», scrive buttando nella rappresentazione grafica della scena una luce, diciamo, “ironica”. Luce che si acuisce quando il lancio di pietre termina e i soldati prendono posizione dietro a blocchi di cemento. «Stanno tutti ad aspettare di vedere cosa faranno» continua Delisle. «Andranno a ripararsi o scapperanno?». Tre vignette dopo aggiunge: «Anche i giornalisti hanno preso posto. Ce ne sono alcuni persino davanti ai soldati». I pupazzini ribadiscono il concetto secondo cui il muro serva agli israeliani per difendersi dall'odio che hanno instillato nei palestinesi, obbligandoli a costruirlo e costringendoli nel territorio al suo interno. Stanno inoltre esplicando il gioco dicotomico delle parti secondo cui il carceriere si autoimprigiona, come ha imprigionato il suo nemico. Tesi già esposta sempre da Delisle in Cronache birmane (10).
In questo altro reportage da Myanmar, prima usa una tavola di tre vignette orizzontali per parlare di Aung San Suu Kyi e del suo essere reclusa nella propria abitazione. Vi disegna il contorno di una casa e, dentro, una silhouette, lasciando alle lunghe didascalie il compito di spiegare. Insieme, disegno e didascalie rivelano la presenza del muro, del confine quasi invisibile, qui innalzato per imprigionare («In realtà non è esattamente prigioniera. Non può uscire di casa, ma può lasciare il paese quando vuole»).
Una ventina di tavole dopo, descrive Golden Valley, quartiere vip dove risiedono uomini d'affari vicini al regime e generali, e dove ognuno «si difende come può». Le vignette mostrano case enormi circondate da muri altissimi, sovrastati da filo spinato, controllate da telecamere e sorvegliate da soldati. «Eppure la criminalità è quasi inesistente e i furti con scasso sono rari» commenta Delisle. «Vien da chiedersi da cosa sentano il bisogno di proteggersi così». Ecco, viene da chiederselo, per ogni paese al mondo. Anche se la risposta ce la siamo già data righe sopra.
I muri, come la siepe leopardiana, bloccano lo sguardo, reprimono il desiderio. Come direbbe Rodari: uccidono la fantasia. Soprattutto uccidono l'idea di futuro, di evoluzione e cambiamento.
Seguendo le orme narrative del Maus di Art Spiegelman, Antonio Altarriba, coadiuvato dalle matite di Kim, orchestra ne L'arte di volare (11) la biografia del padre Antonio. È un'opera imponente che unisce l'utilità catartica per l'autore, alla ricostruzione storica di un universo, quello dei perdenti, degli umiliati, nella Spagna tra il 1910 e il 2001. La storia è narrata dal padre, figlio di contadini, «con un costante desiderio di apprendere, che lo distingueva dai suoi fratelli»(12) e con il desiderio di fuggire da quella vita senza sbocchi.
Dal racconto dei suoi primi anni spunta fuori questa pratica contadina: la mordida, il morso. Nelle campagne spagnole esisteva l'abitudine di «fregarsi pezzetti di terra del vicino e, per difendersi da quella pratica, alcuni tiravano su dei muri per impedire l'accesso alla loro proprietà». Diventata prassi il cintare i campi, «alcuni non esitavano a spostare i muri meno solidi per ampliare il proprio terreno. Altri li rinforzavano fino a trasformarli in piccole fortezze», tutto nottetempo. Il risultato è di lasciare i ragazzi «senza panorami». Anche perché «i muri aumentavano in altezza più rapidamente di quanto noi facessimo in statura». Alla fine, ciò che riescono a vedere salendo uno sulle spalle dell'altro, sono unicamente altri muri. Guardare oltre è impossibile. Certo, ci si può arrampicare su quelle barriere, se ne possono irridere alcune, saltarne altre, ma non superarle definitivamente. Nelle due vignette che chiudono la scena, i muri degli appezzamenti si estendono all'infinito, creando un effetto labirintico simile alla tela del ragno. La morale che se ne trae è identica a quella espressa dal ristoratore palestinese di Delisle.

Riavvolgendo tutto il discorso, credo ci sia un solo esempio di graphic novel in cui il muro acquista una vera valenza simbolica. L'opera viene prodotta nel 1979 dal duo francese Jean-Claude Forest-Jacques Tardi e riconosciuta come il primo graphic novel al mondo: Il paese chiuso o Il signore di Montetetro (13). Per Daniele Barbieri (14) è «uno dei capolavori della letteratura a fumetti di lingua francese», un lungo romanzo dove «lo spirito più surreale e leggero di Forest si trova combinato con quello di Tardi, più crudo e tagliente, attraverso una comune propensione all'ironia e al sarcasmo»(15). Questo connubio produce «un grande affresco satirico che mette in ridicolo il feroce attaccamento alla proprietà»(16) attraverso le forme del grottesco e, appunto, del surreale.
Forest e Tardi creano un “paese chiuso”, accrocco di case e appezzamenti e cortili contornati da alti muri di cinta, ennesima figurazione del labirinto, collegati fra loro da cancelli costantemente serrati. Le chiavi sono in mano al sedicente proprietario, l'allucinato Arturo Dall'alto (17), che sogna di tornare a calpestare i terreni appartenuti ai suoi avi, ma nel frattempo si muove sui muri per andare ad aprire i varchi, facendosi pagare il pedaggio. Parrebbe che a ridurlo «al rango di signore dei muri, dei tetti e dei cancelli» (18), siano stati i proprietari degli appezzamenti e delle case. Allora perché li si vede acconsentire a pagare per il servizio reso, lamentandosi pochissimo? Si direbbe quasi venga pagato anche per i dinieghi che ogni tanto oppone. Un altro gioco delle parti, allora, che vede contrapposti gli uni all'altro in uno sfibrante canovaccio combattuto dagli avvocati, così che Dall'alto torni unico, legittimo proprietario di tutta Montetetro? Nel surrealismo del racconto, Forest e Tardi suggeriscono come i possidenti siano prigionieri del “custode” e viceversa (fatta salva Giulia, ma questa è un'altra storia). Peccato che nessuno fra loro dica mai chi sia stato a innalzare i muri, chi abbia avuto l'idea di creare un sistema difensivo della proprietà che è anche prigione dei proprietari.
In un continuo, vuoto rimpallo di responsabilità dove si sfalda il senso del contendere e, ancora più, dove si nega la possibilità di scambio e di comunicazione fra le parti, Forest e Tardi rendono chiaro al lettore come i protagonisti siano dimentichi del proprio passato. È questo a renderli incapaci di superarlo, il muro. Sono impossibilitati a scavalcare quelli imposti, a guardare oltre, ad abbatterli. Anzi, fosse per loro, probabilmente ne costruirebbero altri.

Note

1 Cesare Balbo, Dall’Ungheria a Calais: tutti i muri in costruzione in Europa, in http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2015-08-26/

2 Francesco Martino, Balcani: i muri dell'insicurezza, in http://www.balcanicaucaso.org/aree/Balcani/Balcani-i-muri-dell-insicurez...

3 Prima pubblicazione, Francia, 1998.

4. In Italia: Coconino press, 2008.

5 Saltare il muro, 001 edizioni, 2011, trad. Gigliola Viglietti e Francesca Magistro.

6 «Non c’è un giudizio, di valore o politico, nel suo lavoro» nota Marta Ghezzi a proposito di Delisle in Con sguardo stupito e ironico: le cronache di Gerusalemme di Guy Delisle, in http://www.lospaziobianco.it/53588-sguardo-stupito-ironico-cronache-geru....

7 Chroniques de Jérusalem, Guy Delcourt productions, 2011. In Italia: Rizzoli Lizard, 2012, trad. Francesca Martucci e Andrea Merico.

8 Palestine, Fantagraphics books, 1996. In Italia: Mondadori, 2006, trad. Daniele Brolli.

9 M. Ghezzi, cit.

10 Chroniques birmanes, Guy Delcourt productions, 2007. In Italia: Rizzoli Lizard, 2013, trad. Giovanni Zucca.

11 El arte de volar, Edicions de Ponent, 2009. In Italia: 001 edizioni, 2012, trad. Giliola Viglietti.

12 Antonio Martìn, “La realtà della finzione”, ne L'arte di volare, p. 10, cit.

13 Ici même in Italia ha avuto due edizioni: Il paese chiuso, l'isola trovata, 1980, trad. Gabriella Giardino; Il signore di Montetetro, Coconino press, 2003, trad. Francesca Scala.

14 Daniele Barbieri, Breve storia della letteratura a fumetti, Carrocci editore, II, 2014.

15 Barbieri, cit., p. 136.

16 Massimiliano Clemente, Il signore di Montetetro, di Forest e Tardi, in http://www.komix.it/page.php?idArt=4211

17 Così ne Il paese chiuso, mentre ne Il signore di Montetetro il nome del protagonista diventa Arturo del Muro.

18 Davide Stagni, Il signore di Montetetro, in http://www.comicus.it/index.php/component/k2/item/37169-il-signore-di-mo...