Nota quotidiana

Egitto, la rivoluzione continua

Elias Khoury

Pubblichiamo questo articolo del famoso scrittore libanese, scritto prima della destituzione di Morsi da parte dei militari egiziani ma che rappresenta bene il senso e le speranze della rivoluzione egiziana per l'intera regione araba.

Per la seconda volta, l'Egitto sorprende sé stesso, dal momento che la ribellione annunciata dal movimento "Tamarrud" (ribellione) costituisce un nuovo capitolo nella via della rivoluzione popolare democratica in Egitto, e non sarà certo l'ultimo.
Coloro che hanno festeggiato il crollo del sogno democratico provocato dalle forze dell'Islam politico che avevano vinto le elezioni egiziane ora sono perplessi, perché il presunto complotto statunitense che avrebbe scatenato la primavera araba per riportare la regione ad un inverno fondamentalista, retrogrado e sanguinoso, era solamente il frutto della loro immaginazione politica malata. La rivoluzione è stata fatta dal popolo e nessuno può incasellarla, come fanno alcuni canali televisivi che si muovono ansiosi in mezzo ai concentramenti dei Fratelli Musulmani nella moschea di Rabi'at al-Adwiya mentre tutto l'Egitto si riversa nelle altre strade chiedendo la fine del miserabile governo dei Fratelli Musulmani.
E' una scena estremamente costruttiva. La gente è più cosciente e coraggiosa dei suoi leader politici, visto che questi non sono i proprietari della rivoluzione che si ribella alla nuova dittatura che ha cercato di rubare questa rivoluzione dalle mani dei loro legittimi proprietari. Proprietari a cui non importano per niente i giochi politici internazionali che cercano di consegnare la rivoluzione ai Fratelli spingendo l'Egitto ai margini così da rimanere preda della povertà, della repressione e dell'umiliazione.

È chiaro che lo stato dei Fratelli Musulmani ha cominciato a disintegrarsi e che il suo declino è in vista. E i rivoluzionari hanno imparato quale è stato l'errore fatale della rivoluzione: aver pensato che la rivoluzione stessa fosse terminata con le dimissioni di Hosni Mubarak. In quel momento non si erano resi conto della trappola della consegna del potere ai militari: una controrivoluzione che si sarebbe completata con l'arrivo dei Fratelli al potere.
La questione oggi è diversa, quello che viene chiesto non sono solamente le dimissioni di Morsi, quanto la creazione di un nuovo orizzonte democratico con un presidente transitorio, che sia anche presidente della Corte Costituzionale, e la stesura di una nuova costituzione, come passo precedente allo svolgimento delle elezioni presidenziali e parlamentari.
I ragazzi e le ragazze del movimento "Tamarrud" hanno dato inizio a questo contesto di trasformazione spingendo milioni di egiziani a scendere in piazza per riprendere in mano la loro rivoluzione.

La rivoluzione è un processo, non un evento che si conclude con il raggiungimento delle richieste; è un ambiente politico nuovo che getta le basi per un nuovo significato della politica stessa. Il popolo vuole e il popolo può, e il popolo che ha distrutto le basi della dittatura non permetterà che qualcuno torni a ricostruirle - e questo è quello che ora l'Egitto sta facendo.
Nell'Egitto rivoluzionario i nostri cuori ricevono nuovo ossigeno e recuperano un po' di quella speranza che ci aveva tolto la sanguinaria e feroce dittatura in Siria. Dall'Egitto alla Siria la lotta per la libertà si presenta come una sola, malgrado le differenze, perché le rivoluzioni sono processi complessi nei quali intervengono elementi contraddittori. Per questo le cose mostrano un lato ambiguo in una fase nella quale i contesti nazionali e regionali si intrecciano con gli scontri internazionali nella lotta per la libertà, il pane, la dignità e la giustizia sociale.

Sostengo che la rivoluzione è una sola nonostante che le televisioni del regime dittatoriale in Siria abbiano aperto i loro servizi con scene delle piazze egiziane, pensando che la caduta dei Fratelli Musulmani possa prolungare la vita della brutale dittatura. Un regime che ha fermato le piazze siriane con il sangue pensa di potersi vestire di bianco in queste grandi nozze popolari egiziane.
"Magnifico", ha detto Salah Jahin [1] una volta, e noi ano sui loro sentieri e ci danno lezioni di etica e politica.
La lotta è una sola in condizioni diverse. In Egitto, le istituzioni statali stanno ancora cercando di difendersi in quanto istituzioni, costituendo in questo modo una barriera contro la volontà dei Fratelli Musulmani di provocare una guerra civile. In Siria, il regime mafioso ha distrutto tutte le istituzioni dello Stato, trasformando l'esercito in una milizia costretta a farsi aiutare dalle milizie libanesi e irachene per non crollare.
Così come in Egitto si era prodotta una coalizione sul campo tra le forze della società civile e le correnti dell'Islam politico per porre fine all'incubo di Mubarak, ora in Siria si produce qualcosa di simile, ma nel contesto di una guerra che il regime ha imposto dopo essere riuscito a distruggere lo stato.

In Egitto la rivoluzione è avvenuta per tappe, e i Fratelli Musulmani, per ragioni differenti - la cui principale rimane la mancanza per la società civile di strumenti per intervenire al livello politico - sono stati in grado di sottrarre la rivoluzione dalle mani di coloro che l'avevano iniziata, prima che l'Egitto si sollevasse ancora il 30 giugno scorso. In Siria, la situazione è molto diversa e la debolezza delle forze della società civile in termini di organizzazione politica sembra suggerire che la prossima fase della lotta sarà tra la dittatura e gli islamisti.
Se non riusciamo a vedere le complessità e le difficoltà della rivoluzione, saremo incapaci di comprendere alcunché e cadremo ancora nella trappola della dittatura o in quella dell'Islam politico.
In Egitto, dopo un lunghissimo anno di esami - per quanto breve rispetto ai tempi storici - la società egiziana ha saputo ribellarsi contro un governo che ha messo insieme la dittatura con la stupidità e con il chiacchiericcio sulla democrazia, e oggi l'Egitto si rifiuta di rinunciare al proprio ruolo e alla propria storia e non si arrende di fronte agli abitanti delle caverne del passato che sono venuti a vendicarsi della sua storia, del suo presente e del suo futuro.
In Siria, dove i siriani e le siriane sono sole/i nel loro confronto con il mostro e i suoi alleati, ciò che occorre oggi è spogliarsi delle illusioni e tornare ad afferrarsi ai principi della rivoluzione, intesa come una rivoluzione per la libertà che unisce e non divide, e non si arrende di fronte ai nuovi dittatori che sono tornati dalle caverne dell'oblio.
Qui troviamo il cuore del mondo arabo e il pulsare della sua vita. In Egitto e in Siria si disegna il nuovo orizzonte arabo e diciamo no alla dittatura e no ai reazionari che si nascondono dietro il velo della religione.

La lotta è lunga, costosa e crudele. Ma l'Egitto ci restituisce la speranza quando stiamo per perderla. Le/gli egiziane/i si presentano di fronte a questa nuova fase della loro rivoluzione senza illusioni.
Speranza e non illusioni, questa è la questione. Una speranza che si mescola con le lacrime, il sangue e i sacrifici e ci spinge lungo il suo lungo e difficile cammino.

[1] Poeta, il comico e attore egiziano. "Magnifico" è il titolo di una delle sue poesie

testo originale: Al Quds al Arabi
tratto da http://traduccionsiria.blogspot.it/2013/07/la-revolucion-continua.html
Traduzione dallo spagnolo di Piero Maestri

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