Corrispondenze

Dossier Cina/ Una nuova lotta di classe

Tra l'epoca maoista e oggi, la struttura del proletariato cinese si è profondamente modificata. Siamo di fronte a una classe operaia totalmente differente e a una fase della Cina in forte evoluzione. Intervista a Au Loong-Yu e Bai Ruixue del comitato di redazione del sito web di China Labour

Dopo il 1911, la Cina ha vissuto un secolo di rivoluzioni e contro-rivoluzioni, di modernizzazioni successive. La struttura di classe del paese è stata sconvolta almeno due volte: dopo la conquista del potere da parte del Partito comunista nel 1949, e poi con le riforme pro-capitaliste introdotte tra gli anni 80 e 90. Ogni strato sociale è stato rimodellato. Alcuni si sono disintegrati, sono emigrati, come la “gentry” - il notabilato che imponeva la propria legge nel mondo contadino – oppure, nel mondo urbano, la borghesia commerciante e industriale. Altri si sono formati, come la burocrazia, una “casta” che ha tratto profitto dal controllo esclusivo dello Stato oppure si sono ricostituiti ma sotto nuove forme.

Così, l'attuale borghesia cinese presenta un volto molto diverso da quello che aveva precedentemente. Non è più legata subordinatamente all'imperialismo ma è diabolicamente concorrente. Ha le caratteristiche originali di una “borghesia burocratica”, per riprendere la formula di Au Loong-Yu.
Né i contadini né la classe operaia sono stati esenti da tale rivolgimento. Rivoluzioni e contro-rivoluzioni hanno provocato modifiche radicali nello statuto, composizione e coscienza di sé del proletariato. Questi sconvolgimenti presentano del tratti molto particolari che inviano alle specificità del regime maoista.

Dopo la rivoluzione del 1949: uno status invidiato
Un secolo fa la Cina ha conosciuto le sue prime ondate di industrializzazione. La classe operaia industriale rimaneva molto minoritaria, stimata intorno a 1,5 milioni all'inizio degli anni 20 a fronte di almeno 250 milioni di contadini. Era concentrata in alcune grandi fabbriche di alcune regioni soltanto: città costiere nel sud, il bacino fluviale del Yangzi centrale, la Manciuria del nord. Una grande parte della produzione tessile proveniva ancora dal settore artigianale e la maggior parte del semi-proletariato urbano era composta da precari, il “piccolo popolo” dei coolies (braccianti, operai, facchini).

Il giovane movimento operaio ha giocato un ruolo importante nella rivoluzione del 1925 ma è stato distrutto dalla contro-rivoluzione del 1927 e poi sottomesso all'occupazione giaponese. Decimato nelle città, il Partito comunista ha perso l'essenziale del suo radicamento iniziale. Dopo la sconfitta giapponese del 1945, la classe operaia ha condotto qualche grande sciopero difensivo contro l'iper-inflazione ma non possedeva più proprie organizzazioni e tradizioni politiche.
Quella che si è formata nella Repubblica popolare cinese è essenzialmente una nuova classe operaia. Dai 3 milioni di prima del 1949 è passata a 15 milioni nel 1952 e a circa 70 nel 1978. Reclutati nel quadro di una massiccia politica di salarizzazione (“bassi salari, molti posti di lavoro”), i lavoratori urbani del nuovo settore di Stato beneficiano di uno status forte di "operai e impiegati", con i suoi vantaggi sociali: l'alloggio, ticket che danno diritto a cereali, finanziamenti per l'educazione dei bambini, servizi sanitari, accesso a magazzini commerciali, garanzia di impiego a vita, pensione… Ogni lavoratore viene assegnato ad un’impresa e ad un’unità di lavoro come, in Francia, un funzionario è assegnato ad una posizione. Un lavoratore che arriva all’età pensionabile può spesso trasmettere il suo status ad un membro della sua famiglia.

Godendo di privilegi importanti rispetto al resto della popolazione (esclusi i quadri del partito-stato), la classe operaia ha per lungo tempo costituito una solida base sociale del regime maoista, fino ad essere talvolta mobilitata contro gli intellettuali e gli studenti contestatori. Aveva una forte coscienza sociale di sé ma nessuna autonomia politica: rimaneva subordinata al Pcc, in assenza di sindacati indipendenti o del pluralismo politico.

Una sconfitta storica
La classe operaia del settore statale è stata l'ultima a subire i colpi della crisi del regime maoista, ma non è stata estranea ai tumulti della "rivoluzione culturale" (1966-1968), nei quali i lavoratori precari (ci sono sempre) sono a loro volta presto intervenuti. In occasione di tale grande crisi, sono state espresse profonde rivendicazioni sociali e democratiche, ma pochi movimenti radicali sono stati in grado di uscire dalle lotte di potere all'interno del partito-stato. In mancanza di prospettive, la rivolta sociale è sfociata in un’iper-violenza settaria. Con l'appoggio dell'esercito, il caos ha lasciato il posto ad una dittatura burocratica particolarmente intollerante.

Il ritorno al potere di Deng Xiaoping, cominciato nel 1976, è stato visto come un ritorno alla razionalità politica: disgelo culturale, ostentato pragmatismo, parziale de-collettivizzazione delle campagne, cooperative operaie ...
In un primo momento le riforme socio-economiche non appaiono dirette ad un'economia capitalista, anche se poi in circa 20 anni hanno di fatto aperto la via ad un nuovo modello capitalista cinese. Tuttavia, l'ammorbidimento del regime ha liberato il conflitto sociale: scioperi operai (1976-1977), manifestazioni contadine, movimenti democratici (1978-1979) ... Le contestazioni sono culminate nelle proteste del 1989, mettendo la leadership del Pcc (estremamente divisa al suo interno) di fronte ad una scelta decisiva: democratizzare ulteriormente o reprimere brutalmente. L'esercito ha schiacciato i manifestanti della piazza Tien Anmen di Pechino, la repressione si è abbattuta è caduta sulle province. La sconfitta delle resistenze sociali è stata profonda.

La rinascita di un capitalismo cinese ha condannato alla scomparsa la classe operaia formatasi sotto il regime maoista. Dal punto di vista ideologico, il punto di onore non era più il lavoro, quanto l'arricchimento (di alcuni). Numerose imprese di proprietà statale sarebbero state preparate per la loro privatizzazione, il livello di produttività accelerato, le protezioni sociali smantellate.
La classe operaia del settore statale ha opposto a questo programma di riforme una resistenza silenziosa e di massa (punteggiata da esplosioni violente). Molti manager di tali imprese hanno preferito negoziare un compromesso, piuttosto che affrontare i propri salariati. Il proletariato cinese era incapace di costruire un'alternativa politica al regime, ma il regime era incapace di imporre la propria politica salariale. Per questo ha deciso di rimuovere dalla produzione questo settore irrequieto della classe operaia: circa 40 milioni di lavoratori sono stati messi in pensione in maniera forzata per poter fare piazza pulita.

Un nuovo proletariato: cinesi senza documenti
Anche in Francia funzionari pubblici sono stati sostituiti da salariati con contratti di tipo «privato», ma in quel caso il settore privato esisteva già. In Cina, uno strato di operai specializzati, tecnici e ingegneri provenienti dal settore statale è stato mantenuto in attività dalla maggioranza dei salariati, però, ha dovuto creare una nuova classe operaia - della quale ancora una volta i contadini hanno fornito il grosso della truppa.
Il regime ha sfruttato una manodopera ricattabile: i cinesi senza documenti. I contadini infatti non potevano muoversi a piacimento nel loro paese, ma necessitavano di un permesso per stabilirsi in paese differente da quello di origine. Si trattava di una misura amministrativa che risale a tempi lontani, ma che è stata usata dal Pcc per limitare l'esodo rurale verso le aree urbane e costiere, oltre che per rafforzare il suo controllo politico.
L'esodo rurale è comunque continuato, creando una massa di «clandestini» molto più facili da super-sfruttare, formata da contadini sradicati, senza tradizione di lotta collettiva, senza la conoscenza dei loro diritti sociali, in attesa di tornare nei loro villaggi. Una situazione che rappresentava il paradiso per il capitalismo selvaggio e le sue zone franche di rifornimento!

La Federazione cinese dei sindacati - unico sindacato legale - non ha fatto nulla per aiutare i "migranti interni". Tuttavia si sono sviluppate numerose iniziative civiche che hanno operato ai confini della legalità per portare loro aiuto: sono state costruite scuole per accogliere i loro bambini che altrimenti sarebbero stati privati dell'istruzione; alcuni "avvocati a piedi nudi" (un riferimento ai "medici scalzi" del tempo della rivoluzione) hanno fornito loro assistenza legale gratuita; sono state condotte inchieste e campagne per denunciare la grave situazione sanitaria di questi lavoratori per i rischi per la salute a cui sono stati sottoposti (avvelenamento da sostanze chimiche tossiche ...). Una rete di solidarietà si è così costituita in quella occasione.
La seconda generazione di migranti interni entra ora nel mercato del lavoro. A differenza dei loro genitori, questi lavoratori non hanno intenzione di tornare ai loro villaggi e conoscono l'ambiente sociale in cui sono nati.

Come in Francia, il suicidio può essere la risposta a condizioni di lavoro intollerabili, ma questa generazione è meglio attrezzata alla lotta - tanto più che la mancanza di lavoro comincia a farsi sentire. Il potere è quindi costretto ad ammorbidire le regole sulla circolazione di (ex) contadini. Ci sono state lotte hanno ottenuto risultati. (Questa è la generazione di cui tratta l'intervista a Au Loong Yu e Bai Ruixue pubblicata su questo sito).
L'organizzazione resta il tallone d'Achille della seconda generazione di migranti interni. I sindacati ufficiali sono da lungo tempo cinghie di trasmissione del potere (o dei datori di lavoro), e non è pensabile che diventino strumenti della protesta sociale o politica. Il partito-Stato ancora non accetta la creazione di organizzazioni indipendenti - e sta bene attento a come mantenere il divieto.
Ancora una volta ci troviamo di fronte ad una doppia impossibilità/incapacità. E' ancora troppo pesto per sapere come sarà superata.
Ma lo sarà.

Cina: lo stato del movimento sindacale e delle lotte operaie

Intervista di Pierre Rousset  a Bai Ruixue e Au Loong-Yu

Membri del comitato di redazione del sito web di China Labour Net , Au Loong-Yu e Bai Ruixue da molto tempo sono impegnati nella solidarietà con le lotte dei lavoratori nella Cina continentale come a Hong Kong. Membro fondatore di Globalization Monitor, Loong-Yu è stato anche un portavoce dell'Alleanza popolare durante le manifestazioni contro la riunione del Fondo monetario internazionale nella ex colonia britannica nel 2006.

L'azienda taiwanese Foxconn impiega 1,5 milioni di lavoratori in Cina e produce componenti elettronici per marchi come Apple. Recentemente ha annunciato che, nel luglio del 2013, avrebbe permesso l'elezione di rappresentanti sindacali. Pensate che la democratizzazione della sezioni sindacali nelle imprese sia possibile nel contesto di uno Stato poliziesco?
Secondo i media occidentali sarebbe il primo tentativo di sindacalizzazione della Foxconn. Questo non è esatto. Nel 2007, la Federazione cinese dei sindacati (conosciuta con l'acronimo di Acftu) aveva pubblicamente annunciato di aver costituito una sezione sindacale in una fabbrica Foxconn dove si era verificata una lotta. Il quotidiano Southern Metropolitan Daily ha intervistato dei lavoratori di quella fabbrica. Hanno detto che non sapevano dell'esistenza di un sindacato o che avrebbero preso contatto con il sindacato solo come ultima risorsa. Così, almeno a Shenzhen, c'è già un sindacato nella Foxconn ma nessuno sa cosa abbia fatto per i lavoratori e le lavoratrici.
Due lavoratori della di Foxconn di Zhengzhou si sono suicidati gettandosi nel vuoto in meno di quindici giorni, dopo che la direzione ha imposto senza preavviso la "modalità silenziosa" per i suoi salariati. I dipendenti si sono lamentati perché gli è stato proibito di parlare durante il lavoro, cioè più di 10 ore al giorno. Questo ha portato più d'uno alla disperazione. Foxconn è nota per imporre alla sua forza-lavoro una disciplina militare. Nel solo 2010 quattordici lavoratori si sono suicidati. Ci si chiede cosa sia una Federazione dei sindacati che non ha mai fatto nulla per evitare che Foxconn trattasse i suoi i dipendenti come schiavi. Se una sezione sindacale fosse stata effettivamente presente, come avrebbe potuto la direzione imporre la "modalità silenziosa" senza consultarla?

Non ci sono sindacati liberi senza libertà politica
Non condividiamo l'idea che una democratizzazione generale dei sindacati nelle aziende sia possibile in assenza di libertà civili nel paese. L'esperienza della rielezione della sezione sindacale dell'Honda di Foshan lo mostra. I lavoratori della Honda di Foshan hanno condotto una lotta eroica e vittoriosa nel 2010, costringendo la direzione e la Federazione locale dei sindacati non solo a concedere un aumento salariale, ma anche a consentire una rielezione della rappresentanza sindacale in fabbrica.
Nel 2012 una ONG ha svolto una ricerca su questa rielezione. Nonostante la retorica dei leader del Partito Comunista e dell'ACFTU del Guangdong, sul rispetto dei diritti democratici dei lavoratori, si è scoperto che si trattava di un'elezione parziale. Una parte solamente della direzione sindacale è stata sostituita. Il precedente presidente della sezione sindacale - contro il quale gli scioperanti erano molto arrabbiati - ha mantenuto il suo seggio.
Un'elezione generale ha finalmente avuto luogo nel 2011 sotto gli auspici del sindacato locale. 
Tuttavia, in conformità con le procedure stabilite dall'ACFTU, la direzione uscente ha monopolizzato il processo di nomina dei candidati. Infatti agli impiegati di livello dirigenziale è stato permesso di presentarsi come candidati ed hanno potuto beneficiare di una forma di delega più favorevole e con più potere rispetto agli altri lavoratori.
Di conseguenza i quadri dirigenziali sono stati eletti nella direzione del sindacato mentre gli attivisti che avevano guidato la lotta del 2010 sono stati esclusi. Le elezioni nei settori e nei comitati di base si sono svolte dopo la completa ricostituzione della direzione centrale del sindacato di fabbrica. Questa procedura è stata volutamente adottata per rendere tutto molto complicato, molto lento, in modo da essere più facilmente manipolabile dall'alto.
Il 18 marzo scorso, gli operai della Honda di Foshan sono di nuovo scesi in sciopero non essendo soddisfatti del programma di aggiustamento salariale proposto dalla direzione e dal sindacato dell'azienda. Ai loro occhi, questo programma era vantaggioso solo per i livelli di salario più alti a scapito di quelli più bassi. A seguito dello sciopero, gli aumenti salariali più alti sono stati dati ai due livelli più bassi.

I sindacati ufficiali contestati
Questo sciopero sembra indicare che la capacità del sindacato di difendere gli interessi dei lavoratori non sia molto incisiva. Esso mostra la mancanza di comunicazione tra la sezione sindacale e i lavoratori, i quali hanno dovuto scioperare e impegnarsi autonomamente per difendere i loro diritti. In effetti i lavoratori hanno spiegato che la posizione del sindacato era la stessa della direzione dell'azienda.
Due settimane più tardi è stata la volta dei lavoratori di un'altra azienda, l'Ohms elettronica di Shenzhen, che chiedevano la rimozione del presidente del sindacato Zhao Shaobo. Zhao era stato eletto l'anno scorso dopo uno sciopero in cui si rivendicava il diritto di eleggere i rappresentanti dei lavoratori. Ora alcuni dipendenti accusano Zhao e il sindacato di non aver protetto i loro interessi, in particolare per quanto riguarda la difesa del contratto di lavoro di 22 dipendenti che la Ohms ha deciso di non rinnovare all'inizio di questo anno. Secondo i lavoratori, Zhao ha anche cercato di convincerli ad accettare le proposte della direzione della società. "Noi non vogliamo che il presidente del nostro sindacato passi dalla parte della direzione. Vogliamo eleggere qualcuno che parli per noi ", ha detto uno dei lavoratori.

Come sono i sindacati nel settore statale?
Ci sono molte meno informazioni sul sindacati nelle imprese statali, aziende di Stato o di imprese di proprietà dello Stato. I mass media coprono più facilmente scioperi e rielezioni sindacali nel settore privato - e in particolare nelle imprese straniere, perché possono sempre puntare il dito contro gli investitori esteri accusandoli di non rispettare le leggi. Quando la stessa cosa accade nel settore pubblico, statale, i funzionari dello Stato sono necessariamente e direttamente coinvolti. Quindi il rischio che la stampa sia censurata è grande, a meno che le proteste diventino più grandi e durino più a lungo.
In generale, nel settore privato, la regola è probabilmente che i sindacati siano ridotti a gusci vuoti sotto il controllo dei datori di lavoro, essendoci poco spazio per il partito-Stato per intervenire. Al contrario, nel settore statale - anche se le imprese statali oggi hanno una direzione più indipendente che in passato - l'eredità del ruolo del partito e il suo intervento sul posto di lavoro non sono stati completamente sostituiti dal potere della direzione di fabbrica.
Naturalmente i rapporti di forza possono variare considerevolmente da una regione all'altra o nelle singole industrie. Questo implica che se nel settore statale i lavoratori vogliono un sindacato sul posto di lavoro, sotto il loro controllo, devono affrontare non solo la direzione dell'azienda, ma anche l'apparato di un partito ostile presente dall'interno della fabbrica.
Un altro fatto mostra come i sindacati ufficiali facciano poco per proteggere i lavoratori nel settore statale. Secondo il Codice del lavoro le imprese statali non possono usare lavoratori temporanei per completare l'opera di lavoratori a tempo indeterminato, lo possono fare solo nei casi in cui non si riesca a soddisfare delle commesse specifiche. Eppure oggi le aziende statali ricorrono massicciamente al lavoro temporaneo e l'ACFTU non ha mai respinto questa pratica ormai diventata comune.
In una parola, non c'è ragione di credere che la Federazione dei sindacati della Cina cesserà di agire come uno strumento del partito al potere e del suo orientamento capitalista. Anche se, a volte, la ACFTU fa qualcosa di utile per i lavoratori, è solo un effetto secondario della sua strategia. Nel 2010, sotto la pressione della lobby padronale della provincia del Guangdong e degli investitori di Hong Kong, è stata rimossa la clausola che permetteva l'elezione dei rappresentanti dei lavoratori mediante una "consultazione collettiva" ed è stato ritirato il progetto di regolamento sulla gestione democratica delle imprese in quella provincia. La clausola originale non aveva niente di rivoluzionario. L'ACFTU avrebbe controllato la nomina dei candidati e la parola "trattativa" non appariva perché era considerata troppo "antagonista" ; non di meno le revisioni successive hanno svuotato la versione finale di questo progetto di legge di tutto il senso che poteva avere per i lavoratori.
Huang Qiaoyan, professore di diritto presso l'Università di Sun Yat-Sen di Guangzhou, ha descritto in questi termini la versione della clausola rivista nel 2011: "essa riflette il desiderio di chi ha redatto il progetto di continuare a controllare, attraverso i vari livelli del sindacato, le rivendicazioni crescenti dei lavoratori per delle consultazioni collettive sui salari. Non vogliono vedere una situazione in cui si sviluppino delle azioni spontanee dei lavoratori, dove i sindacati non potrebbero intervenire, che non potrebbero organizzare e controllare. "
Nonostante tutto questo, il movimento operaio internazionale tende sempre più a lavorare a stretto contatto con la Federazione dei sindacati della Cina, rafforzando la sua legittimità. Una credibilità che è stata di nuovo accordata all'ACFTU nel giugno 2011, quando è stata eletta nell'organo dirigente dell'Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) nel settore dei "salariati".

Come valutate l'attuale livello di mobilitazione operaia in Cina?
Per oltre dieci anni le lotte operaie in Cina sono per lo più rimaste essenzialmente economiche. Le resistenze alle privatizzazioni nel settore statale avrebbero potenzialmente potuto aprire la strada a delle lotte più politiche, ma questo non si è concretizzato a causa dei rapporti di forza: da un lato i lavoratori in questo settore si sono demoralizzati a causa delle sconfitte subite, dall'altro hanno dovuto affrontare una dura repressione.

Una nuova generazione senza il peso delle sconfitte
Tuttavia, le lotte economiche nei due settori (statale e privato) possono portare a un cambiamento positivo, anche se limitato. Questo è doppiamente importante per la conquista di obiettivi immediati, ottenuti attraverso delle vittorie come contro le privatizzazioni, l'ottenimento di migliori condizioni di lavoro e la riduzione dei danni ambientali. Perché - cosa ancora più importante - queste vittorie possono ispirare altri interventi in futuro che possano rafforzare il loro potenziale di successo, come abbiamo visto con la lotta dei lavoratori siderurgici di Tonghua e dei metalmeccanici dell' Honda.
La forma assunta da queste resistenze riflette anche il carattere sempre più audace della nuova generazione di lavoratori. A questo proposito, anche se ancora su piccola scala, merita di essere citato il tentativo dei lavoratori della Pepsi di coordinare le loro azioni - in diverse province- tramite Internet. In passato tale coordinamento era stato preso in considerazione ma la paura delle conseguenze è stata un deterrente.
Il fatto che i giovani lavoratori dell'Honda abbiano dichiarato che agivano nell'interesse della classe operaia cinese nel suo complesso mostra che vi sono dei segni che indicano che questa nuova generazione, liberata dalla terribile sconfitta del 1989, ha la capacità potenziale di guardare oltre i problemi immediati e di identificarsi in preoccupazioni più ampie di quelle limitate alla propria azienda.
da Revue Tout est à nous ! 45 (luglio 2013)
Traduzione Piero Maestri e Felice Mometti

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