Rassegna dal web

Dialisi criminale

Francesca Irene Sensini

Così l’autore ha raccolto i disiecta membra delle sue vite e li ha riassemblati in un Frankenstein narrativo. Per parlare di sé dal di fuori in un oggetto narrativo che ha i tratti salienti dell’autofiction. Ci si finge sé stessi per provare a vedere chi siamo.

Credi davvero che sia sincero quando ti parlo di me?
Credi davvero che mi spoglio di ogni orgoglio davanti a te?

(Vasco Rossi, Credi davvero, Vado al massimo, Carosello Records, 1982)

Sollevatelo, compagni, e mostratemi
simpatia piena per quanto avviene,
riconoscete l’indifferenza piena degli dei
per questi eventi, l’indifferenza degli dei
che lo hanno generato, si chiamano padri,
e lo guardano patire così.

(Sofocle, Trachinie, vv. 1264-1269)
______________

Lui ed io siamo coetanei, entrambi di Genova, della stessa periferia, dove girano sempre di più facce da episodio di Dylan Dog. Nel senso che, quando sei in giro, sulle prime ti sembra tutto normale; poi, improvvisamente ti rendi conto che il signore un po’ unto che hai appena incrociato, che ringhiava alle sue ciabatte, aveva (pure) un bulbo oculare penzoloni. Così, per dire. Insomma, un luogo distopico dove si perdono pezzi per strada. Dove a volte si vuole persino tornare. Ritrovare e rinfondare sé stessi.

Così l’autore ha raccolto i disiecta membra delle sue vite — la prima di queste cominciata là — e li ha riassemblati in un Frankenstein narrativo. Per parlare di sé dal di fuori in un oggetto narrativo che ha i tratti salienti dell’autofiction. Ci si finge sé stessi per provare a vedere chi siamo. Titanico come Victor, l’autore attacca le dinamiche della vita. Non può dominarla ma la guarda in faccia e la insulta. E rivendica “l’ambiziosa volontà a concepire percorsi diversi da quelli puramente deterministi”. Settantadue. #Dialisi criminale racconta di rivendicazioni: un corpo che basti a sé stesso per vivere, una scelta che prescinda dall’eredità biologica e storica, una rivoluzione. Perché quando l’autore dice che “ci si abitua a tutto”, finge. Tratta di conflitti: l’esuberanza della vita contro l’insufficienza renale, le figlie e i figli contro i padri e le madri, il popolo cinese contro l’Occidente. Per orientarmi nell’organismo di Settantadue, parto dal fondo. Uscendo dai cunicoli comunicanti (dette anche “linee narrative”). Dove si snoda una prosa che si modula sulla variazione agitatissima dei pensieri e dei registri diversi che li informano, con esattezza sempre. Prende alla gola, alla stomaco, spreme lacrime, ti fa ridere quia absurdum. Il drago sotterraneo. Mostro e meraviglia.

È nell’ultimo capitolo che l’autore si stacca dalla macchina — narrativa, emodialitica — e la smonta nelle sue componenti principali. Chi legge si stacca, a sua volta, dai viluppi dei corridoi e riprende fiato. Si osserva la struttura nel suo insieme. Si contemplano le ali del drago con le loro nervature, le fauci, gi artigli. Si riconosce il ritmo, il disegno preciso. Ai capitoli che raccontano la dialisi, metonimicamente rappresentata dalla macchina che estrae, filtra il sangue e lo reimmette in circolo, si intervallano i nomi di tre città — Roma, Genova, Shangai, seguendo l’ordine di apparizione — corrispondono ad altrettante linee narrative.

Ai dodici capitoli intitolati a La macchina corrispondono scenari dove l’autore si autorappresenta, dicendo io e dicendo noi. Attaccarsi al congegno implica il riconoscimento di un’appartenza ad una condizione umana che è, come è per essenza, aggregato di pena, e l’assunzione di una voce alternativamente monodica e corale, sempre dissonante, scazzata, caustica. Perché gli altri hanno una vita normale e lui, loro, no. E qui l’autore, se me lo rappresento bene, tirerebbe giù un cristo.

La coralità appartiene anche ai capitoli intitolati a Roma, dal #1 al #5. L’io è sempre presente ma si stacca dalla macchina e assume scopertamente il ruolo del giornalista-narratore. Dal sangue estratto e filtrato si passa al sangue versato nelle strade, dagli anni Settanta della banda della Magliana ad oggi. Dalla violenza della natura e della medicina conservativa a quella del crimine. La transizione si compie attraverso le vicende di donne e uomini conosciuti in dialisi dall’autore, esistiti con altre vite. Frammenti di queste ultime si assemblano con altri, d’invenzione. Con la macchina del suo racconto tiene tutti vivi, personaggi, lettori, se stesso. Hackera il nulla. Genova è la città dove si complicano i pronomi e le denominazioni. È la città dell’origine, libera, determinata, mitica. È il luogo della terza persona: “un’altra vita”. I toponimi ispirano una cartografia polemica dove la Storia si racconta nei nomi — giusti o da cambiare — che fanno esistere le cose. “Via Armenia, ad esempio, mica voleva cambiarla”, dice “lui”. Nella discendenza da un nonno armeno, infatti, si rispecchiano i legami commerciali della Superba marinara con il paese del Caucaso meridionale. E in essi prende radice il suo soprannome: “lui che divenne, e rimase sempre l’Armeno”. La carta della città e dell’identità si sovrappongono, per ispirazione, casualità, causalità. L’esplorazione di Genova diventa tentativo di riconoscersi in un luogo, possibilità di pensare che si sia scelto davvero di venire da lì e di tornarci. Un altro modo di chiedersi: perché questa vita?

Genova è anche della prima persona, del “così ricordo” che, in Genova #1, ritma la seconda lassa della narrazione. Dal dedalo del centro storico si entra in quello della memoria e in un tempo dalla durata inquantificabile, dilatato e puntuale insieme. L’io dialoga con un tu femminile, catalizzatore del desiderio, complice e assente. D’altra parte, l’io stesso è sempre in fuga, da Genova alla Cina e ritorno.

In Genova #2 “lui” è Walter. A causa di un incidente sulla Sopraelevata (la strada a scorrimento veloce che taglia dall’alto la città), finisce in ospedale. Lì incontra chi gli proporrà qualche tempo dopo un buon lavoro. Lì farà alcuni accertamenti che riveleranno la presenza di cisti ai reni. Siamo nel 1972. Torna il numero del titolo. Erano i giorni passati in dialisi dall’autore al momento della scrittura. Fu e resta l’anno determinante per “lui”. Per la precisione è il 9 gennaio. Dies rubro signanda lapillo.

In Genova #3 “lui” è anche il fratello di Walter, Fulvio, la legera che lascia Genova e la famiglia per seguire un amico con agganci a Montecarlo, per “la voglia di esser qualcuno”. Se Walter sembra scontrarsi con il suo destino come in un ostacolo ineluttabile, Fulvio si autorappresenta come fabbro della propria fortuna. Vuole evitare il bivio che si apre alla sua generazione: “o lavori come uno schiavo o giochi alla rivoluzione. Era quello che aspettava i giovani genovesi negli anni Settanta”. Con le sue qualità di persuasore e di illusionista, con il suo intuito per i vizi degli uomini, Fulvio non si vede a curvare la schiena per servire un padrone o incassare colpi in nome di lotte sociali. Aspira a vivere il suo sogno: conoscenze giuste e soldi facili. In Fulvio e nel suo mondo, tra immobiliaristi rampanti e self-made men con amici in politica e nella pègre, si delineano i contorni ambigui degli anni Ottanta, “vissuti inconsapevolmente dalla nostra generazione” (e nel “noi” entro anche io) per poi rovinarci addosso come “un macigno sulla testa” e travolgere le fondamenta stesse da cui pensavamo di poter partire. La difesa di queste fondamenta e l’aspirazione a costruire qualcosa di dissimile dai nostri padri, affiorano in forma d’azione dentro quadri mossi e rapidi: manifestazioni e scontri di piazza, volti travisati, scoperti, feriti, pugni chiusi, molotov, bombe carta. Poi la scelta di andare via dall’Italia. Anzi la fuga. E da qui si snoda la linea narrativa intitolata a Shangai, dal #1 fino a #4, compreso il capitolo-calco storico Intermezzo.

Siamo nel marzo del 2006 e arriviamo, in Shangai #3, al settembre delle stesso anno. L’io parla al presente. Parla di lei, Lv Yun, la donna che accarezza nel suo letto, e “la Cina che avanza: operosa, attiva, occidentale”. Shangai, e più generalmente la Cina, rappresentano il rifiuto di un destino assegnato e — suo contrappasso — l’impossibilità di scegliere liberamente dove stare, andare, fermarsi. Rappresentano il sentimento di essere ovunque fuori quadro, manchevole: “Inadeguato. In Cina come in Italia”. Aprono, infine, al confronto con l’altro attraverso la sua Storia passata e presente. Si rievoca la rivolta dei Taiping contro il regime imperiale corrotto. Intermezzo racconta, dalla parte degli inglesi, gli inizi dei disordini, nell’aprile del 1851, mentre Shangai #3 ci porta nell’aprile del 1863, dalla parte dei cinesi in rivolta ma prossimi a essere sconfitti. Il problema dell’estraneità si solleva così, secondo un movimento ricorrente nelle pagine di questo libro, dal piano del soggetto a quello della Storia. Essere estraneo, straniero, si declina anche al negativo e diventa gweilo, “straniero-male”, rapace, distruttore. Il nemico contro cui si è combattuto un tempo e su cui ora la Cina sta consumando la sua rivincita: “Noi portiamo il progresso, ci dicevate. Ora? Noi non portiamo il progresso, ma per voi portiamo repressione [...]. C’è un tempo per comandare e un tempo per morire”. Parola di Liu Jin.

In aggregati tematici: #padre e #sangue. Ecco i termini della questione. La doppia epigrafe del racconto. All’ingresso. Estrema sintesi e viatico.

“Un padre, disse, è una galleria immersa nel buio più profondo, in cui camminiamo alla cieca cercando una vita d’uscita”. (Roberto Bolaño, 2666)

“Il sangue è più denso dell’acqua”. (Xi Jinping, presidente della Repubblica popolare cinese, 2015)

Entrambe le parole rinviano all’origine, quella individuale, determinata da chi ci ha generati, e quella comune, umana, che si compendia nel sangue. La prima è un percorso tracciato che si ignora, da cui si cerca l’uscita. La seconda invischia tutti, al di là della pretesa di poter dire io, divincolarsi dal percorso comune e forse purificarsi, come il sangue attraverso la macchina, dal male. In qualunque forma si presenti.

Il padre della citazione di Bolaño assume in sé anche caratteristiche topiche del femminile generativo — la “galleria immersa nel buio” — a suggerire un superamento del genere in favore di un senso assoluto della procreazione, come indistinta volontà del mondo. Un altra temibile Macchina. Nello stesso tempo, per l’autore, è la genetica paterna a definire la parte fondativa del suo tracciato e a influenzare i tracciati stessi della narrazione come altrettanti tributi di passione per la propria esperienza. Una passione radicale perché raccontata senza infingimenti, all’estremo, dove la visuale è libera, anzi. Liberata.

E chi legge si sente dentro una galleria-Ringkomposition che non si chiude, se non esteticamente, che si deve inseguire e lascia senza fiato e dilata i polmoni. Che fa del bene ma non rasserena, non conforta, non pacifica. Fa del bene per questo. È il cerchio del sangue implacabile. Verbum caro.

*Fonte: http://www.ilprimoamore.com/blogNEW/blogDATA/spip.php?article3582

leggi anche

Settantadue

di: Simone Pieranni

La Macchina che lava il sangue e racconta storie

Paolo Foschini (dal Corriere della Sera)

Corpi indocili assetati di passione

Alessandra Pigliaru (Da il manifesto)*

Una densa sensazione di empatia e calore

Simone Scaffidi* (da Carmillaonline)

Giulio Regeni, il lavoro di raccontare i lavoratori

Simone Pieranni (da il Manifesto)*