Corrispondenze

Cuba, una prima valutazione del Congresso

Antonio Moscato

Si sta svolgendo a Cuba il congresso del Pcc, atteso dal 1997. Ma la relazione e le proposte formulate in apertura da Raul castro non affrontano neppure una delle questioni fondamentali in campo.

A Cuba il Congresso del PCC tanto atteso (l’ultimo c’era stato nel 1997) è cominciato con una parata militare e una grande sfilata di popolo analoga a quella del 1° maggio. La motivazione di questo insolita premessa era il cinquantesimo anniversario della battaglia di Playa Girón, con cui è stato fatto coincidere l’inizio del congresso. Si potrebbe obiettare che a distanza di appena due settimane da quella tradizionale la mobilitazione, preparata con settimane di prove, e organizzata con grande dispendio di mezzi per assicurare la partecipazione “spontanea” di lavoratori e studenti, non era indispensabile ed ha rappresentato uno sforzo economico insopportabile per un paese che conosce grandi difficoltà. Il congresso comunque durerà solo tre giorni, ma non è poco, se si pensa che deve “decidere” praticamente solo quello che il governo ha già cominciato a realizzare da molti mesi. Il dibattito è stato preparato da una consultazione in cui sono emerse 600.000 proposte di modifiche alle tesi, che è stata presentata come il massimo della partecipazione democratica; ma in realtà era solo uno sfogatoio, o al massimo un sondaggio a disposizione dei dirigenti, dato che non era possibile raggruppare le proposte e il dibattito su emendamenti o tesi alternative.

La relazione di Raúl Castro ha precisato che dei 291 punti originali 94 hanno mantenuto la stesura originaria, 181 sono stati modificati, mentre 16 sono stati fusi con altri e 36 aggiunti, portando il totale a 311. Difficile capire dalla relazione i criteri, soprattutto se si precisa che “questo processo si è basato sul principio di non far dipendere la validità di una proposta dalla quantità di opinioni che l’hanno appoggiata”. Già è singolare: se ci fosse stata una maggioranza che voleva capovolgere una proposta? Non contava? Raúl aggiunge che alcuni punti sono stati modificati partendo dalla proposta di una sola persona, mentre altri suggerimenti non sono stati accolti “in questa tappa”, perché “si vuole approfondire la tematica, o perché mancano le condizioni richieste”, ma in altri casi “per non entrare in aperta contraddizione con l’essenza del socialismo”. Il caso riguarda 45 proposte che hanno chiesto di permettere la concentrazione della proprietà”. Sic! Mica male per un congresso di un partito comunista…

Alcuni commentatori ostili hanno interpretato la parte militare della sfilata come un’intimidazione, ma non è convincente, sia per la modesta dimensione della parata (circa 6.000 uomini, prevalentemente di fanteria, appoggiati dalla “esibizione di armamento e veicoli militari terrestri” oltre che da aerei ed elicotteri), sia e soprattutto perché gli sperimentatissimi criteri di selezione dei delegati dovrebbero rendere molto improbabile che il congresso possa riservare una qualche sorpresa.

Ancora nessuna informazione sul dibattito, che tra l’altro si è suddiviso subito in cinque commissioni, ma si può capire cosa si deve e si può decidere dal testo integrale della relazione di Raúl Castro (http://www.cubadebate.cu/congreso-del-partido-comunista-de-cuba/informe-... ), su cui mi sono basato. La stampa occidentale ha ironizzato soprattutto sulla proposta di limitare a un massimo di due periodi consecutivi di cinque anni la permanenza nelle cariche. Da ora, naturalmente. Detto da chi ci sta da più di cinquant’anni è bizzarro: vuol dire che si prepara a lasciare il potere allo scoccar dei novant’anni? Ugualmente poco convincente la spiegazione che manca un ricambio di “sostituti debitamente preparati”: in questi anni “non abbiamo trascurato di tentare di promuovere giovani a incarichi di primo piano, ma la vita (sic!) ha dimostrato che le scelte non furono sempre giuste”…

Un altro punto saliente, verso la fine della relazione, riguarda le “necesidades espirituales”, che vengono sottolineate partendo da riferimenti all’eroe nazionale José Martí, che nella sua vita sintetizzava la “congiunzione di spiritualità e sentimento rivoluzionario”, e poi, passando per il padre Félix Varela, e per varie citazioni di riconoscimenti di Fidel a sacerdoti e pastori protestanti, o a combattenti cattolici della prima fase della rivoluzione, Raúl arriva a un riconoscimento esplicito del ruolo del cardinale Jaime Ortega e del Presidente della Conferenza Episcopale Monsignor Dionisio García nella liberazione dei “prigionieri controrivoluzionari che in tempi difficili hanno cospirato contro la Patria al servizio di una potenza straniera”. Evidentemente l’elogio alla Chiesa, che grazie all’immobilismo del governo si è rafforzata molto in questi anni e con cui nessuno può pensare a una rottura, vuole tappare la bocca ai conservatori, che non condividono il modestissimo e tardivo atto di clemenza, e fingono ancora di credere che quei dissidenti fossero pericolosi agenti stranieri, come del resto ribadisce poco coerentemente Raúl, che peraltro accenna alle pressioni per esiliare in Spagna i prigionieri liberati nel ringraziamento all’ex ministro degli Esteri spagnolo Miguel Ángel Moratinos.

In mezzo alla lunga relazione, solo poche parole generiche sulla situazione internazionale, presentata naturalmente come pericolosa, ma con il contrappeso delle relazioni amichevoli di Cuba con ben “101 nazioni del Terzo Mondo” (ma il “Secondo” dov’è finito?). Generico anche il richiamo alla rivoluzione bolivariana e a Hugo Chávez, unico capo di Stato nominato, e ancor più quello alle “aspirazioni dei movimenti trasformatori in vari paesi latinoamericani, capeggiati da prestigiosi leader che rappresentano gli interessi delle maggioranze oppresse”. Neanche una parola nell’analisi ai problemi che stanno incrinando la forza di questi movimenti, o li stanno mettendo in conflitto con i governi. Non è un tema da discutere in pubblico…

Poi tante banalità: ad esempio sulla “necessità di scrivere articoli intelligenti”, eliminando il “trionfalismo” e il “formalismo”, per “catturare l’attenzione e stimolare il dibattito “. Ma come? “Elevando la professionalità dei nostri giornalisti”. Ma, ammette Raúl, nonostante le decisioni prese dal partito sulla politica informativa, “nella maggioranza dei casi essi non hanno l’accesso opportuno all’informazione, né il contatto frequente con i quadri e specialisti responsabilizzati sulle varie tematiche. La somma di questi fattori spiega la diffusione, in non poche occasioni, di materiali noiosi, improvvisati e superficiali”. Idem per radio e televisione. Ma è ridicolo pensare che questa caratteristica costante che rende penosa l’informazione a Cuba si possa risolvere ricorrendo ai “quadri responsabilizzati”, mentre gran parte dei presunti dissidenti sono stati arrestati per aver tentato di mettere in circolazione opinioni e analisi diverse, e proprio con l’aggravante di non essere usciti dalle scuole ufficiali di giornalismo, guidate da quei “quadri”… E quanto all’accesso opportuno all’informazione, basterebbe ridurre i controlli su internet affidati a un gran numero di membri della Seguridad…

Poco convincente anche la proposta di “accompagnare la attualizzazione del Modello Economico e Sociale” semplificando e armonizzando il contenuto di centinaia di risoluzioni ministeriali, decisioni del governo, decreti-legge e leggi, per proporre conseguentemente, al momento opportuno, l’introduzione di aggiustamenti adeguati nella stessa Costituzione della Repubblica. Chi lo farà? Naturalmente una “Commissione permanente del Governo” subordinata al Presidente del Consiglio di Stato e dei ministri…

E quando si propone di “ridurre sostanzialmente la nomenklatura” (sic) si precisa che vanno delegati a “dirigenti ministeriali e impresariali” i compiti di “nomina, sostituzione e applicazione di misure disciplinari nei confronti dei capi subalterni”. Ci saranno ancora le “commissioni di quadri”, in cui il partito è presente, ma le presiede il dirigente amministrativo, che è quello che decide. L’opinione dell’organizzazione di partito è valida, ma il fattore determinante è il capo, dal momento che dobbiamo preservare e potenziare la sua autorità”, sia pure in armonia col partito. Sembra incredibile, ma questo dice testualmente la relazione di Raúl. Per chi avesse dubbi su una mia forzatura, riporto di seguito il periodo integralmente nella forma originale: “En esta esfera estamos empezando con un primer paso, al reducir sustancialmente la nomenclatura de los cargos de dirección, que correspondía aprobar a las instancias municipales, provinciales y nacionales del Partido y delegar a los dirigentes ministeriales y empresariales facultades para el nombramiento, sustitución y aplicación de medidas disciplinarias a gran parte de los jefes subordinados, asistidos por las respectivas comisiones de cuadros, en las cuales el Partido está representado y opina, pero las preside el dirigente administrativo, que es quien decide. La opinión de la organización partidista es valiosa, pero el factor que determina es el jefe, ya que debemos preservar y potenciar su autoridad, en armonía con el Partido.”

Per il resto tanti appelli al buon senso, a “tenere i piedi in terra”, ecc., o a generiche “deficienze nella politica di quadri” che dovranno essere esaminate non dal congresso ma da una futura Conferenza nazionale del partito, perché “non poche lezioni amare ci sono venute dalle delusioni sofferte per mancanza di rigore e di comprensione, che hanno aperto brecce per la promozione accelerata di quadri inesperti e immaturi, a forza di simulazioni e opportunismo”. Ma chi era responsabile del sistema verticistico, burocratico, basato sulla cooptazione dal vertice, ricalcato su quello sovietico? Non solo non si fa la minima autocritica, ma si dice che questi atteggiamenti erano alimentati anche dall’erroneo concetto di esigere tacitamente che per occupare un incarico di direzione, fosse necessaria la militanza nel Partito o nella Gioventù comunista”. Non è plausibile l’analisi, ma è assurda la soluzione, che non è la democrazia nel partito e nel paese (cioè in primo luogo la fine del partito unico monolitico…), ma l’allargamento della cerchia da cui scegliere i quadri per cooptarli nella direzione anche ai cosiddetti “senza partito”, esattamente come era nell’URSS staliniana e poststaliniana… Se il partito comunista fosse veramente tale, chi ne rimane fuori fino all’eventuale designazione a un incarico sarebbe verosimilmente ancora più permeabile ai vizi della “simulazione e dell’opportunismo”.

Unici accenni a proposte concrete sono quelli alla sperimentazione di due nuove province, Mayabeque e Artemisa, staccate da quella dell’Avana (ma è una misura davvero concreta?), alla possibile fine del divieto di compravendita di case e auto (ma chi può beneficiarne?), e soprattutto alla discussione sulla “libreta”, cioè la tessera che garantisce a tutti un minimo di generi alimentari indispensabili a prezzo calmierato”. Questo punto della discussione ha coinvolto il maggior numero di interventi, tra gli 8.913.838 che avrebbero partecipato al dibattito (cifra che appare sparata come al solito, come quelle dei plebisciti sul permanente carattere socialista della rivoluzione, nella certezza che nessuno potrà mai smentirla, anche se nessuno ci crederà…). Si capisce che la libreta è stata difesa strenuamente, dato che “due generazioni di cubani hanno trascorso la loro vita sotto la protezione di questo sistema di razionamento che, nonostante il suo nocivo carattere egualitario, ha offerto per decenni a tutti i cittadini l’accesso a alimenti di base fortemente sussidiati”. Ma che l’intenzione del governo sia quella di cancellarla, è evidente, dato che la si accusa di rappresentare “un carico insopportabile per l’economia, e un disincentivo al lavoro, oltre a generare diverse illegalità nella società”. Quella del “disincentivo al lavoro” la può raccontare solo chi non sa neppure cos’è la libreta perché beneficia da sempre dei negozi riservati alla nomenclatura. Nessuno potrebbe sopravvivere con quel poco che la tessera assicura (e non sempre…), rinunciando a lavorare.

In poche parole, rinviando ovviamente un commento complessivo al periodo successivo alla conclusione del dibattito e alla pubblicazione dei Lineamentos emendati, penso si possa già concludere che alla faccia di tutte le denuncie del “trionfalismo” e del “formalismo” la relazione non ha affrontato neppure una delle questioni fondamentali. Se il congresso riuscirà a farlo indipendentemente dalle intenzioni del vertice, sarà una conquista straordinaria, che rivelerà la vitalità della rivoluzione cubana nonostante i limiti dell’attuale gruppo dirigente (di cui è un simbolo la scelta di far aprire il congresso da José Ramón Machado Ventura, che non solo ha compiuto da un po’ 80 anni, ma non ha mai brillato neanche in passato per vivacità intellettuale…).

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