Corrispondenze

Cuba, una morte che pesa

di Antonio Moscato

La notizia della morte del detenuto politico cubano Orlando Zapata Tamayo dopo 85 giorni di sciopero della fame arriva in un momento molto difficile per Cuba, in cui il dissenso ha raggiunto una dimensione senza precedenti.

La notizia della morte del detenuto politico cubano Orlando Zapata Tamayo dopo 85 giorni di sciopero della fame arriva in un momento molto difficile per Cuba. I dati economici, a cui ho già accennato in diversi articoli inseriti di recente (ad esempio Polemiche a Cuba e Cuba: non solo il bloqueo), sono pesantissimi, e probabilmente per questo gli oppositori hanno intensificato l’attività, dalle carceri, ma anche dalle case o dagli ospedali in cui alcuni di essi erano stati spostati per “gravi malattie”.
Non a caso 50 “prigionieri di coscienza” in gran parte detenuti dal 2003, che hanno potuto essere contattati telefonicamente, hanno firmato nei giorni scorsi un appello al presidente brasiliano Lula, atteso all’Avana dopo il vertice di Cancún, chiedendogli un intervento presso le autorità cubane per far attivare le riforme tanto attese, ma anche per salvare la vita a Zapata Tamayo. Un appello che almeno per questo obiettivo è arrivato troppo tardi: Orlando Zapata Tamayo è morto poche ore prima dell’arrivo di Lula.
Due osservazioni: la prima è l’impegno per un detenuto come Zapata Tamayo, un muratore quarantenne condannato a 28 anni di carcere. Non è un intellettuale come la maggior parte degli altri, da cui è stato separato e che lo conoscono poco, tanto è vero che nella lettera sbagliano il nome e lo chiamano Miguel, ma lo difendono e lo rispettano. Il suo arresto era stato precedente a quello dei 73 del 2003, per “mancanza di rispetto al leader della rivoluzione”, e poi era stato abbinato agli altri arrestati, ma senza riconoscergli lo status di detenuto politico. Il suo sciopero della fame è iniziato proprio per protestare perché gli veniva imposta l’uniforme dei detenuti comuni anziché quella bianca dei politici. Una delle tante vessazioni che la polizia cubana ha imparato a suo tempo dai suoi istruttori sovietici, che negavano così l’esistenza dei prigionieri politici: o erano criminali comuni, o malati mentali…
La seconda è che tra i firmatari della lettera a Lula ci sono anche alcuni condannati che erano stati trasferiti in ospedale o agli arresti domiciliari per ragioni di salute, e che sono passibili quindi di immediato ritorno in carcere per trasgressione delle norme sul trasferimento dal carcere. Aver firmato è un indice di una volontà di lotta e di sfida al regime che in molti di loro non c’era inizialmente (anche se accusati di ogni crimine e di tutte le collusioni possibili col nemico di Miami, i 75 chiedevano solo modeste modifiche al sistema elettorale e blande riforme in agricoltura, sul modello vietnamita).
Un altro sintomo è la ripresa dell’attività pubblica delle Damas de blanco, madri e mogli di detenuti politici, che dall’aprile 2003 compaiono in pubblico ogni domenica vestite di bianco con striscioni che chiedono l’amnistia per i detenuti politici: hanno ottenuto il prestigioso premio Sacharov (che non hanno potuto ritirare, anche questa è una costante del post stalinismo), ma naturalmente da noi e in altri paesi ci sono gli zelanti difensori incondizionati di qualsiasi cosa faccia il gruppo dirigente di Cuba che non esitano a presentarle come “complici di chi ha legittimato i feroci tiranni assassini dei figli delle Madri di Plaza de Mayo" (una frase del genere è stata purtroppo messa in bocca anche a Hebe de Bonafini).
Quella di essere calunniate non è la sorte delle sole Damas de blanco: dei 73 arrestati nel 2003, che non erano, si ricordi, un gruppo politico omogeneo, ma semplicemente la parte più attiva di un certo numero di raggruppamenti politici e sociali, solo quattro o cinque in tutto avevano un atteggiamento effettivamente filoamericano, decisamente rifiutato dalla maggior parte degli altri. Ma ci sono quelli che ripetono a pappagallo che “sono tutti mercenari”.
Già anni fa avevo osservato, in un articolo su Erre (aprile/maggio 2006), che “la ripetitività dei rituali negli anni, per giunta, può essere determinante nel generare sfiducia e spingere alle prime forme organizzate di opposizione. Decimate dagli arresti, demonizzate con l’uso abbondante degli agenti infiltrati, le iniziative sorte intorno al “Progetto Varela” e quindi a un concreto progetto riformista, non assomigliano più alle iniziative di poche decine di dissidenti di dieci o venti anni fa. Gli accusatori possono ironizzare sui “giornalisti” arrestati che non sarebbero stati tali perché non laureati nelle facoltà di giornalismo, o insinuare che alcune delle organizzazioni del dissenso sarebbero state promosse da agenti della Securidad, ma devono fare i conti con un fenomeno nuovo: migliaia di persone si sono aggiunte ai primi 11.000 firmatari della petizione per un diverso metodo elettorale, cosa non facile in presenza di arresti, molestie sotto le case di chi non è stato ancora arrestato, attribuzione a chiunque abbia firmato il “Progetto Varela” di una corresponsabilità con le iniziative insensate di una minoranza di estremisti effettivamente filostatunitensi (definiti provocatori dai principali portavoce del dissenso). Non si delinea ancora un’alternativa credibile, ma il dissenso ha raggiunto una dimensione senza precedenti.” E, aggiungo oggi, una decisione maggiore.
Nel 2003 gli arresti avevano colpito tutti i principali responsabili del “Progetto Varela” meno uno: Oswaldo Payá, il dissidente più noto e principale promotore del Progetto ma molto legato alla gerarchia cattolica dell’isola. Era considerato “l’uomo del Vaticano”. Ha subito a volte Actas de ripudio, le manifestazioni rumorose e oltraggiose sotto casa organizzate mobilitando un plotone di fanatici; sono un’altra eredità del passato staliniano, senz’altro la più stupida, dato che arreca molestie senza osare andare oltre. Ma comunque Payá è rimasto a piede libero (qualcuno a Cuba si è evidentemente domandato “quante divisioni ha il papa?”…).
Il risultato è che, come temevamo, la Chiesa cattolica si è rafforzata sempre più, e punta apertamente ad assumere il ruolo di opposizione legale. Sulle numerose riviste cattoliche appaiono articoli a volte interessanti, da cui si possono ricavare quelle informazioni e quei dati sull’economia che altrove sono introvabili. Come accadeva in Polonia, il pensiero indipendente, un po’ per l’autocensura di chi teme la repressione, un po’ per la censura vera e propria, è delegato di fatto dal regime alla Chiesa, che lo protegge, ma ha i suoi fini su cui è legittimo essere diffidenti. Ne parleremo ancora.
E parleremo ancora anche dei difensori acritici dell’indifendibile, che non esitano a calunniare chiunque cerchi una via diversa da quella ufficiale, che pure da anni ha rivelato la sua inadeguatezza ai compiti attuali.

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