Tempi moderni

COP 21, vertice della menzogna, dell’affare e del crimine climatico

Daniel Tanuro

La conferenza delle Nazioni Unite sul clima (COP21) si terrà a Parigi a dicembre 2015. Sarà quasi certamente inutile, i governi fingeranno di concludere un accordo, il cui contenuto è determinato in anticipo dagli impegni dei maggiori inquinatori. Pubblichiamo un articolo dell'autore de "L'impossibile capitalismo verde" che analizza il testo e il contesto della conferenza.

I primi allarmi scientifici sul pericolo del riscaldamento climatico globale risalgono a più di cinquanta anni; alla finalmente sono stati presi sufficientemente sul serio quando le Nazioni Unite e l’organizzazione meteorologica mondiale creano nel 1988 il Gruppo Intergovernativo di Esperti sull’Evoluzione del Clima (GIEC)

Dai primi avvertimenti all’urgenza assoluta

Dalla sua creazione, questo organo di tipo particolare (le sue valutazioni sono redatte dagli scienziati, ma i “riassunti per i decisori” sono negoziati con i rappresentanti degli Stati) ha presentato cinque voluminosi rapporti. Tutti hanno convalidato le ipotesi di partenza: la temperatura media della superficie della Terra aumenta, questo aumento è dovuto quasi totalmente alle emissioni antropiche di gas a effetto sera e il più importante di questi, il gas di carbonio, proviene dalla combustione di combustibili fossili.

Il GIEC lo ripete da più di 25 anni: in assenza di riduzione forte delle emissioni, il riscaldamento porterà ad un aumento del livello degli oceani, una moltiplicazione degli eventi meteorologici estremi, un ribasso dell’attività agricola, una diminuzione dell’acqua potabile disponibile, un declino accentuato della biodiversità cosi come delle conseguenze sanitarie. Non è il solo problema ambientale, ma è senza alcun dubbio quello centrale. I cinque rapporti si distinguono per la precisione e il livello di probabilità avvalorate dalle proiezioni. In più, rispetto al tempo trascorso dalla creazione del GIEC, le proiezioni possono essere confrontate rispetto all'osservazione e la conclusione è inquietante: la realtà è peggiore di quanto i modelli annunciavano.

I combustibili fossili coprono l’80% dei bisogni energetici del pianeta. La questione energetica è dunque al centro della sfida. Naomi Klein lo fa notare nella sua ultima opera: se i decisori avessero preso il toro per le corna avrebbero (forse) potuto pilotare una transizione relativamente dolce verso un sistema basato esclusivamente sulle fonti rinnovabili e la massima efficienza nel loro utilizzo. Ma non l’hanno fatto, pertanto oggi ci troviamo in una situazione di urgenza assoluta, nella quale la minaccia non può essere evitata se non con della misure radicali che sono precisamente quelle che i decisori volevano evitare!

Convenzione quadro e Protocollo di Kyoto

Il vertice della Terra a Rio nel 1992 aveva adottato in pompa magna una Convenzione (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici CCNUCC) con la quale le parti si davano l’obiettivo di evitare “una perturbazione pericolosa” del sistema climatico... tenendo debitamente conto del fatto che i paesi non hanno la stessa responsabilità storica di fronte al riscaldamento climatico, né la stessa capacità di affrontarlo.
In virtù di questi principi di “responsabilità comune ma differenziata”, e di capacità differenziata, i paesi “sviluppati” , durante la terza conferenza delle parti della CCNUCC (COP3) produssero il Protocollo di Kyoto con il quale si impegnavano a ridurre le loro emissioni del 5,2% tra il 2008 e il 2012, rispetto al 1990.

Lo sforzo che i paesi “sviluppati” avrebbero dovuto consentire era ridicolo, tanto più che il risultato poteva essere raggiunto con giochi di prestigio, di cui i due principali sono il mercato dei diritti di emissioni scambiabili (offerti gratuitamente e in eccesso alle imprese) e la possibilità per i paesi del Nord di sostituire riduzioni domestiche con l’acquisto di crediti di emissioni procurati da investimenti cosiddetti “puliti” (la maggioranza non lo sono per niente) o con misure di gestione estera (a spese dei popoli indigeni) nei paesi del Sud.
Nondimeno gli Usa si sono rifiutati di ratificare il Protocollo.

Kyoto era un inganno. Per questo è stato determinante nel fallimento della COP di Copenaghen nel 2009, che avrebbe dovuto adottare un accordo climatico mondiale. Il Sud ha denunciato in effetti la mancanza di impegno concreto del Nord. Globalmente giustificata, questa denuncia non era tuttavia esente da retro pensiero, principalmente (ma non esclusivamente) nella testa dei grandi paesi detti “emergenti” e produttori di petrolio, interessati a che le risorse fossili “foraggiassero” le loro economie per più tempo possibile.
Al termine di un’assemblea generale contrastata,segnata da interventi veementi di Ugo Chavez e di Evo Morales, il vertice adottò una dichiarazione preparata dietro le quinte sotto la guida degli Usa e della Cina, che sono i due più grandi responsabili delle emissioni di gas a effetto serra (ma la cui responsabilità storica nel riscaldamento resta molto differente)

Copenaghen e "l'albergo spagnolo" (*2)

Copenaghen è stata un fallimento, ma il vertice ha assunto un'opzione metodologica importante poiché le parti hanno deciso di rinunciare ad una soluzione “top-down” basata sulla determinazione del “budget carbone” ancora disponibile globalmente e sulla sua divisione in funzione delle responsabilità e delle capacità dei paesi.
Stabilire un “budget carbone” significa accordarsi sulla quantità X di carbone che può ancora essere emesso nell’atmosfera per rispettare un riscaldamento massimo di Y gradi. E’ la sola metodologia allo stesso tempo rigorosa scientificamente e – potenzialmente – giusta dal punto di vista della responsabilità differenziata. Tuttavia, presenta l’”inconveniente” di rendere il vincolo ecologico molto chiaro e la valutazione delle responsabilità del tutto inevitabile.
Tutti i governi temevano che si sarebbero ridotti i margini di manovra, per cui la COP decise che ciascun paese avrebbe comunicato il suo piano clima (nel gergo: Le sue “intenzioni di contributi nazionalmente determinati” INDC) al segretariato del CCNUCC, e che le negoziazioni sarebbero state condotte su questa base, cioè secondo il modello dello auberge espagnole.
D’altra parte Copenaghen prese la decisione di creare un Fondo Verde per il clima con il quale i paesi sviluppati avrebbero contribuito all’adattamento – e alla mitigazione - del cambiamento climatico nei paesi in via di sviluppo. La COP di Cancun, l’anno seguente, fissò un montante annuale di cento miliardi di dollari a partire dal 2020, ma il fondo (la cui gestione principale è affidata alla Banca Mondiale) non detiene ancora un decimo di questa somma - e i governi del Nord li considerano prestiti più che doni…

La commissione e i 2°C

Circa venti anni dopo il vertice di Rio, Cancun aveva anche stabilito un valore-soglia all’obiettivo centrale della CCNUCC: fu in effetti deciso che il limite “pericoloso” da non superare fosse di 2°C rispetto al periodo pre-industriale (eventualmente 1,5°C ”in funzione dell’evoluzione della scienza”) Una decisione positiva a prima vista, ma ci sono due note stonate.

Il primo aspetto è politico-scientifico: la scelta di 2°C come soglia di pericolosità è molto discutibile. I due gradi sono stati resi popolari da uno studio dell’economista Nordhaus, che aveva scelto questa cifra perché sembrava corrispondere a un raddoppio della concentrazione atmosferica in CO2. Dal 1990, un rapporto del Stokholm Environment Institute stimava che fosse preferibile non superare la soglia di 1°C, ma i “2°C max” si sono imposti quando la Commissione Europea, nel 1996, ne ha fatto il suo obiettivo.
In ogni caso la questione è ancora aperta; a Cancun, più di cento paesi – piccoli paesi insulari e “paesi meno sviluppati" - hanno rilanciato l’appello affinché il livello di pericolosità sia fissato a 1,5 °C. Fu deciso di studiare la questione e, per fare ciò la COP 18(Doha) decise di mettere in piedi un ”dialogo strutturato tra esperti”(SED).
Consegnato nel maggio 2015, il rapporto di questo dialogo conclude che un riscaldamento di 2°C è troppo pericoloso, che la soglia del 1,5°C ridurrebbe i rischi. Un esempio di questi rischi è fornito da Anders Levermann, uno dei principali autori del capitolo “aumento del livello degli oceani” del quarto rapporto del GIEC: egli stima che ogni grado di aumento di temperatura (già aumentato di 0,8°C) porterà, in condizione di equilibrio , ad un aumento di 2,3 m del livello del mare. I dati globali sulla ripartizione della popolazione in funzione dell’altitudine fanno difetto ma si stima che un metro di altezza porterebbe allo spostamento di parecchie centinaia di milioni di persone. Per cui, nel caso ci fosse un aumento di 4, 6 metri immaginate le conseguenze.

Il secondo aspetto è metodologico: niente in effetti è previsto affinché gli INDC siano corretti al fine di concorrere effettivamente al rispetto del limite. Infatti, il sistema dell'albergo spagnolo permette ai protagonisti di gonfiare il petto davanti ai media dicendo “la situazione è sotto controllo, lavoriamo per non superare i 2°C di riscaldamento”... non facendo in realtà il necessario per conseguirlo.
E in effetti, che non facciano il necessario è il meno che si possa dire! Le emissioni mondiali aumentano dell’1% annualmente dagli anni '80 e continuano ad aumentare due volte più veloci oggi. Con questo ritmo, se nulla cambia, il riscaldamento potrebbe raggiungere 6°C da adesso fino alla fine del secolo, forse oltre gli 11°C.

I governi concluderanno con un accordo la COP 21 a Parigi a dicembre? E’ probabile, ma non sicuro. Ciò che è certo, al contrario, è che il modello dell'albergo spagnolo rende piena soddisfazione alle multinazionali che vedono nella sfida climatica l’opportunità di “nuovi mercati”: mercati del carbone, di rinnovabili, della cattura–sequestro (o cattura e stoccaggio), dell’appropriazione di risorse, dell’acclimatazione (in salsa neo liberale, ovviamente, con la conseguenza di un’accelerazione delle privatizzazioni, in particolare dell’acqua). Dà loro piena soddisfazione perché tutta questa politica è stata stabilita concertando con il padronato, come abbiamo visto ad esempio nel maggio di quest’anno, quando Parigi ha ospitato ufficialmente il “Vertice delle imprese per il clima” (*1)

Quello che è sicuro è che questo eventuale accordo non sarà che polvere negli occhi. Il tono è dato dall’accordo concluso alla fine del 2014 dai due principali responsabili dell'inquinamento, la Cina e gli USA. Nel migliore dei casi, se l’Unione Europea rispetta il suo impegno (insufficiente e minato dai giochi di prestigio richiamati sopra) di ridurre le sue emissioni del 40% da qui al 2030, se gli altri paesi sviluppati si allineeranno all’INDC degli Stati Uniti (un obiettivo per il 2025 di poco superiore a quello che gli USA avrebbero dovuto raggiungere nel 2012 nel quadro di Kyoto) e se i paesi in via di sviluppo si allineano con la Cina (nessuna riduzione assoluta delle emissioni prima del 2030), il risultato più probabile sarà un aumento della temperatura di 3,6 °C da ora al 2100. In meno di un secolo, quasi quanto dalla fine dell’ultima glaciazione, venti mila anni fa. Una catastrofe indicibile, inimmaginabile, terribile. Più esattamente un crimine, che la COP 21 ha il compito di nascondere.

Crescita o clima : bisogna scegliere
Le cause di questa situazione paurosa non risiedono nell’impossibilità tecnica di uscire dal modello basato sui combustibili fossili o nella pressione demografica, ma nella natura stessa del sistema economico capitalista. “Un capitalismo senza crescita è una contraddizione in termini”, diceva Schumpter. Nessuno oggi può più negarlo: è il cuore del problema.
In effetti, salvare il clima implica delle riduzioni di emissioni talmente drastiche che non sono realizzabili senza una diminuzione importante del consumo energetico. E una tale diminuzione a sua volta non è possibile senza ridurre sensibilmente la trasformazione e i trasporti delle materie prime. In altre parole, senza rinunciare alla crescita.
I progressi nell’efficienza energetica non permettono di sfuggire a questo vincolo fisico. In effetti, oltre ad avere anche limiti fisici, si verifica che questi progressi sono più che compensati dagli “effetti di ritorno” ( l’energia risparmiata è utilizzata per produrre altre merci, o la stessa merce in maggiore quantità). E’ inevitabile quando la logica produttivistica, la libertà d’impresa e la concorrenza di mercato rimarranno la regola.

Le tecnologie non sono più la soluzione. Su questo punto si può pensare che l’ultimo rapporto del GIEC dia un’immagine falsa della realtà. Secondo questo rapporto, nelle condizioni esaminate (con mantenimento della crescita), il rispetto del limite dei 2°C non avverrà se non nel momento in cui le emissioni del sistema energetico mondiale diverranno negative a partire dal 2070 (altrimenti detto: se il sistema catturerà più CO2 di quella che emette). Per raggiungere questo risultato, gli scenari ipotizzati presumono tutti un uso massiccio della biomassa con cattura-sequestro… Ora, i rapporti presentati dal Gruppo 3 del GIEC, in primo luogo non forniscono le prove che questa tecnologia sia sicura e in secondo luogo non danno alcuna garanzia rispetto alle conseguenze sociali ed ecologiche di questa scelta tecnologica - potenzialmente spaventose per la messa in concorrenza delle colture energetiche e non energetiche, da una parte, e gli impatti sulla biodiversità, dall’altra.

In realtà, in generale, tutti i numerosi scenari che pretendono di conciliare la crescita e la transizione verso un sistema zero carbone rispettando il limite dei 2°C non prendono in considerazione uno o l’altro di questi problemi, e la madre di tutti questi problemi ha un nome: capitalismo. Ma “capitalismo” e “crescita” sono due parole tabù, che i ricercatori del GIEC si vietano di pronunciare
In un’analisi del testo che serve da base alla negoziazione per Parigi, Pablo Solon ha attirato l’attenzione su un altro punto cruciale, che rinvia alle stesse conclusione anticapitaliste attraverso un altro percorso, più specifico: per quanto siano decisivi per restare sotto il tetto dei 2°C, gli impegni di riduzione alla scadenza del 2030 sono inesistenti. A giusto titolo, l’ex ambasciatore della Bolivia all’ONU imputa questo fatto al metodo dell’albergo spagnolo. Ma la domanda sorge spontanea: perché questo silenzio in particolare sulla scadenza del 2030?

La risposta riguarda principalmente tre elementi, che hanno tutti a che vedere con i fondi ingenti di cui beneficiano le campagne dei climato-negazionisti: la capitalizzazione delle riserve fossili, l’ammortamento del sistema energetico (basato sui fossili all’80%) e la relazione del capitale finanziario che dirige il mondo con entrambi questi aspetti.
In effetti, per salvare il clima: 1°) le compagnie petrolifere, di gas, e carbonifere dovrebbero rinunciare a sfruttare i quattro quinti delle riserve fossili di cui sono proprietarie, che fanno parte di loro attivi e che determinano la loro quotazione in borsa; 2°) la maggior parte del sistema energetico mondiale (circa un quinto del PIL globale) dovrebbe essere rottamata senza indennizzo; 3°) in entrambi i casi, questa distruzione di capitale porterebbe un’enorme crisi finanziaria e l’esplosione di un’enorme bolla.

Crisi sistemica e progetto di società

La COP 21 si annuncia come il vertice della menzogna, degli affari e del crimine climatico. Un vertice di transizione, sfortunatamente: se non trova resistenza, il sistema andrà molto più lontano nella sua opera di distruzione sociale e ambientale. Le espressioni di “crisi ecologica” o di “cambiamento climatico antropico” sono fuorvianti. E' a livello globale, di crisi sistemica e di impasse storica del capitalismo, che bisogna arrestare la situazione. Ed è in questo quadro che le strategie devono essere inventate. La sinistra anticapitalista è di fronte alla sfida di proporre un progetto di società non produttivista e di sviluppare pratiche, rivendicazioni, forme di organizzazione che riescano a costruirla.

Una grande mobilitazione è in corso e deve vedere un primo punto culminante a Parigi, in occasione della COP 21, e continuare dopo. Gli organizzatori vogliono farvi convergere tutti i movimenti degli/lle sfruttati/e e degli/lle oppressi/e. I sindacati contadini e i popoli indigeni sono in prima fila in una battaglia articolata su pratiche di conquista del comune, nelle quali le donne giocano un ruolo preponderante. Larghi strati giovanili sono già coinvolti nelle lotte contro i grandi progetti di infrastrutture al servizio delle risorse fossili. Ma il movimento operaio si trova a inseguire.

I sindacati partecipano alla mobilitazione, certamente. Ma non si tratta soltanto di questo. Si tratta di convincere lavoratori e lavoratrici a considerare questa lotta come loro, dunque a contribuirvi quotidianamente con una propria azione. E’ una sfida decisiva ma difficile. Ci si può rialzare solo con un doppio movimento di democratizzazione dei sindacati e di radicalizzazione anticapitalista del loro programma così come delle loro pratiche. Senza questo, la “transizione giusta” reclamata dalla Confederazione internazionale dei sindacati rischia di essere un accompagnamento della strategia capitalista e delle sue conseguenze.

La convergenza dei movimenti sottolinea la necessità di un progetto di società non capitalista adattato alle esigenze del nostro tempo. Un progetto ecosocialista, che mira alla soddisfazione dei bisogni umani reali, democraticamente determinati nel rispetto prudente dei vincoli ecologici...
Anche se ancora impreciso, questo progetto autogestionario, decentralizzato, femminista e internazionalista, che rinuncia al fantasma dell “dominio sulla natura” e l’ossessione del “sempre più”, vive già nelle lotte per l’emancipazione. Il compito più urgente è quello di farlo crescere.
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(*1) La COP delle Multinazionali

Frutto della volontà dell’ONU di coinvolgere le imprese nella negoziazione, il vertice delle imprese per il clima organizzato a Parigi nel maggio 2015 era sostenuto da diverse lobbies, di cui il Word Council for Sustainable Devolopment che conta tra i duecento membri i più grandi inquinatori del pianeta (Shell,Bp, Dow Chemicals, Petrobas, Chevron,..) E’ presieduta dal padrone di Unilever ed è stata fondata da Stephan Schmidheiny, l’anziano PDG dell’Eternit.

Prendendo la parola di fronte a questo parterre, Francois Hollande ha loro letteralmente promesso non la Luna, ma la Terra. “Le imprese sono essenziali perché sono loro che dovranno tradurre, attraverso gli impegni che saranno presi, i cambiamenti che saranno necessari: l’efficienza energetica, la crescita delle energie rinnovabili, la capacità di spostarsi con una mobilità che non sia consumatrice di energia, lo stockage di energia, il modo di costruzione delle abitazioni, l’organizzazione delle città, e ugualmente la partecipazione alla transizione e all’adattamento dei paesi che sono in via di sviluppo”


(*2) espressione idiomatica che indica un luogo dal quale si raccoglie solo quanto sia stato messo; indica anche un luogo caotico e disordinato

Traduz. Giovanni Peta (revisione redazionale di communianet.org)