Cronache dalla crisi

Come ti faccio fuori l'articolo 18

Salvatore Cannavò

L'accordo sulla riforma del lavoro sembra essere in dirittura di arrivo. Oggi riunione blindatissima della Cgil, con esclusione della minoranza, per fare il punto. Si profila un nuovo patto sociale

Nella trattativa sul lavoro il clima ieri è cambiato. Il ministro, “a volte un po' arrogante” come ha detto Susanna Camusso, è sembrato ai tre segretari di Cgil, Cisl e Uil, convocati di primo mattino al ministero, molto più dialogante, quasi a farsi perdonare la battuta del giorno prima sulla “paccata di soldi”. “Per la prima volta abbiamo visto lo spirito della trattativa” dice chi conosce i dettagli dell'incontro anche se la consegna del silenzio è stata ferrea per tutto il giorno tanto che Giorgio Cremaschi, della sinistra Cgil, ha lanciato l'allarme: “Se non si sa niente vuol dire che vanno verso un accordo”. L'incontro in effetti avuto al centro l'articolo 18 ma anche una serie di concessioni per ammorbidire le posizioni e uscire finalmente con un'intesa che al ministro “sembra realizzabile”. Forse già sabato oppure “entro la prossima settimana.

Sull'articolo 18 il modello di riferimento è quello tedesco, con l'ipotesi di sostituire il diritto al reintegro con un indennizzo per i licenziamenti di origine economica. La Cisl di Bonanni propone che la scelta tra indennizzo e reintegro sia demandata al giudice mentre Camusso resta ferma nel suo no e apre solo sulla lunghezza dei processi. Ieri Bonanni ha visto Pierluigi Bersani per sondare il Pd, disposto a parlare di “manutenzione” ma bisognoso che l'accordo sia firmato da tutti per non subire spaccature interne.

Per avere “spiragli positivi” sull'articolo 18, però, il governo ha dovuto innanzittutto mettere sul tavolo “la paccata di soldi”. “Sembra che le risorse siano state trovate” dice, infatti, chi ha conosciuto i dettagli dell'incontro. Con le risorse “trovate” si è così aperta la discussione sui contratti e sugli ammortizzatori sociali. Nel primo caso il progetto presentato ai sindacati lasciava inalterate tutte le attuali tipologie contrattuali introducendo incentivi e disincentivi per favorire il “contratto dominante” cioè quello a tempo indeterminato preceduto dall'apprendistato come ingresso-base nel mercato del lavoro. La bozza ministeriale prevede costi aggiuntivi per i contratti a tempo determinato, maggiori controlli, forme più stringenti per i Co.co.pro e la soppressione del limite dei 60 giorni dallo scadere del contratto atipico per impugnarlo davanti al giudice. Uno schema che ai sindacati è sembrato insufficiente perché non prevede la soppressione di alcune tipologie come le Partite Iva o l'Associazione in partecipazione che potrebbero essere ulteriormente ritoccate.

Sugli ammortizzatori sociali, l'Assicurazione sociale per l'impiego resta, assieme alla Cassa integrazione e ai Fondi di solidarietà per esuberi strutturali, uno dei tre pilastri della riforma. L'Aspi è destinata a sostituire mobilità e disoccupazione e viene estesa agli apprendisti. Resta invariato il massimale più alto di 1.119 euro (che scatta però con una retribuzione lorda di 2.014,77 euro) e viene soppresso il minimale di 931 euro (con una retribuzione lorda di 1.200 euro si ottengono 890 euro). L'importo si riduce del 15 per cento dopo sei mesi e di un ulteriore 15 per cento dopo 12 mesi. Le aliquote a carico delle imprese restano invariate all'1,3 per cento ma scompare l'aliquota dello 0,3 per cento relativa alla mobilità. Le imprese che assumono con contratti a tempo determinato dovranno pagare un ulteriore 1,4 per cento, restituito in caso di stabilizzazione, mentre è previsto anche un “contributo di licenziamento” dello 0,5 per 12 mesi di retribuzione negli ultimi tre anni per le imprese che licenziano lavoratori a tempo indeterminato. Le nuove aliquote sostituiscono i contributi attuali per la disoccupazione (1,31 per cento), l'aliquota aggiuntiva per disoccupazione edilizia (0,80) e la mobilità (0,30). Abbastanza per far dire alle piccole imprese che c'è un aumento dei costi e alle grandi che in realtà non ci sono nuove risorse, “solo una paccata” ha detto Marcegaglia, lamentandosi dei soldi. La mobilità di fatto scompare perché il limite dell'Aspi è previsto in 12 mesi che salgono a 15 per lavoratori sopra i 55 anni di età mentre oggi la mobilità può coprire fino a 48 mesi. Ma dal tavolo di ieri è emerso un miglioramento delle condizioni per i lavoratori con più di 57 anni per i quali potrebbe scattare un trattamento assistenziale più lungo considerando la difficoltà a raggiungere la pensione dopo i nuovi limiti.

Difficile dire se l'accordo si farà o meno. La Cgil riunisce oggi, a porte rigorosamente chiuse, il suo Esecutivo nazionale. La Cisl è ottimista mentre la Uil, pur registrando la giornata positiva, invita ancora alla prudenza.

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