Nota quotidiana

In The City. Primi appunti su decoro e moral panic

Giuliano Santoro*

Bisogna dirlo chiaro: la crisi di Roma è la crisi di un paese nel quale da decenni si chiude la porta in faccia a chiunque cerchi di rivendicare un diritto o allargare la sfera della cittadinanza.

“In the city there’s a thousand men in uniforms
And I’ve heard they now have the right to kill a man
We wanna say, we gonna tell ya
About the young idea
And if it don’t work, at least we said we’ve tried”
The Jam “In The City”

Altro che decoro. Senza quello che chiamano “degrado” oggi saremmo molto più stupidi. Quell’immaginario, fatto di mescolamento tra alto e basso, di utilizzo di linguaggi pop e di capacità di attraversare diversi media e differenti linguaggi, si è prodotto nella New York della metà degli anni Settanta del secolo scorso: una città allo sbando, tecnicamente in default e fuori controllo, ma piena di vita. Quel declino venne accolto da un sentimento quasi isterico e decadente, l’euforia di chi accelera e tira dritto facendo finta di non vedere l’orlo del burrone. Al centro di questa crisi epocale che causò una specie di entusiasmo immotivato, nell’occhio del ciclone che stava investendo il mondo, c’era una città la cui amministrazione ha dichiarato bancarotta, causando dure conseguenze all’occupazione: più di 60 mila lavoratori vengono espulsi dal processo produttivo. L’assessore alla casa e allo sviluppo urbano newyorchese propose nel 1976 il “ritiro pianificato”: ammettendo che a New York non era possibile varcare “la porta dorata della piena partecipazione all’American Life”, si trattava di programmare la chiusura dei servizi essenziali – tra i quali la sanità, la formazione, la polizia e persino i vigili del fuoco, nei quartieri degradati – in modo da renderli invivibili e costringere i poveri ad abbandonare la città. Un processo di gentrification su larga scala che portava l’assalto definitivo all’odiata metropoli da parte dell’America suburbana, bianca e puritana.

Roma ha provato altre volte a criminalizzare i poveri con la scusa del decoro. Il delegato ai servizi essenziali del Governatorato fascista Raffaello Ricci scriveva nel 1929 in una relazione che gli abitanti delle periferie erano “in grande maggioranza indesiderabili”. Prima di lui, nel ’25, Benito Mussolini in persona dettava le linee guida all’allora governatore Filippo Cremonesi, soprannominato Pippo Pappa a causa della sua etica quantomeno discutibile: “Le mie idee sono chiare, i miei ordini sono precisi: tra cinque anni Roma deve apparire meravigliosa a tutte le genti del mondo; vasta, ordinata, potente come ai tempi del primo impero di Augusto”. Nello stesso discorso, il Duce liquidava i problemi sociali con fare sbrigativo: “Voi libererete dalle costruzioni parassitarie e profane i templi maestosi della Roma cristiana. I monumenti millenari della nostra storia devono giganteggiare nella necessaria solitudine”. Ecco perché i poveri vengono descritti dal fascismo come antropologicamente incompatibili con la grandezza della città che si prepara a diventare metropoli moderna. Essi – si legge nella rivista Capitolium del febbraio 1928, seguono “la propria tendenza naturale”. La cintura di Roma viene descritta con raccapriccio come una “bruttura sudicia di baracche”, Roma è minacciata da un “disordinato assedio di cenci pestilenti”.

La retorica del decoro e la denuncia del degrado sono la microfisica dell’emergenza sicurezza. Nel maggio del 2007 il quotidiano La Repubblica pubblica in prima pagina lo scritto di un lettore, tale “Claudio Poverini da Roma”. Poverini si dichiara “elettore di sinistra” e rompe il tabù: confessa di sentirsi minacciato dai migranti e non per questo di sentirsi “razzista”. Poche settimane prima, tuttavia, i vertici della polizia avevano inviato una relazione su “Lo stato della sicurezza e la comunità civile” al Parlamento. A pagina 122 di quel documento, si afferma che “la percezione diffusa di una maggiore insicurezza non è sempre fondata su di una reale situazione di maggiore esposizione a rischi”. Poco oltre, il capo della polizia parla degli elementi che accentuano l’insicurezza percepita, scrivendo che “un ruolo determinante è rappresentato dall’effetto moltiplicatore dei media in ordine a singoli eventi delittuosi”. Di questo effetto moltiplicatore è figlia l’attuale campagna mediatica, ne è il passaggio di scala in termini di intensità ed estensione.

Qualche anno fa intervistai Steve Macek, sociologo a Chicago e autore di “Urban Nightmares”, un interessante studio sulla criminalizzazione della vita urbana. Così descriveva il ruolo dei mass media nel fomentare il “panico morale". “In centinaia di storie sui quartieri metropolitani, sul crimine urbano, sulla povertà e sui comportamenti sociali, i network televisivi inquadrano la città come un luogo spaventoso di violenza, disordine, degrado morale e illegalità. Tentando di interpretare questo caos immaginato, si sono rivolti costantemente a commentatori di destra e conservatori, a teorie che scaricano la colpa sulle vittime e che se la prendono, per il crimine e la povertà, con i poveri stessi. Ciò a sua volta, ha contributo ad appiccare il ‘panico morale’, una spirale crescente di paura, legittimando la repressione poliziesca contro la popolazione delle periferie, soprattutto contro i giovani lavoratori neri e latinoamericani, che erano visti come una minaccia all’America ‘normale’. Lo spettacolo della metropoli-minaccia è servito a distrarre la gente da quanto stava accadendo nelle aree urbane dopo anni di politiche neoliberiste: crescenti disuguaglianze, forte aumento della disoccupazione, incremento costante dei senza tetto, deindustrializzazione, rafforzamento delle divisioni tra quartieri del ceto medio e zone povere, rafforzamento della segregazione razziale”. (qui l’intervista integrale)

Bisogna dirlo chiaro: la crisi di Roma è la crisi di un paese nel quale da decenni si chiude la porta in faccia a chiunque cerchi di rivendicare un diritto o allargare la sfera della cittadinanza. Questa distruzione sistematica, violenta e spietata di ogni spazio comune di partecipazione e conflitto produce quello che stiamo vivendo in questi giorni. Di fronte a problemi concreti e disagi reali vale la logica del pianerottolo di casa, lo spirito della bega di condominio: mi metto a pulire con la ramazza senza cercare di comprendere ciò che avviene nelle alte sfere. La spugnetta è nemica dell’intelligenza collettiva perché si concentra sull’ultimo passaggio. Tutto ciò che riguarda la presa di parola è inutile. Gli ossessionati dal decoro vogliono dare l’esempio, sostituire la politica con il volontariato. Riprendersi pezzi di città non per costruire spazi comuni ma per edificarvi nuovi recinti. Estendere alla vita quotidiana, nell’ossessione per la pulizia, la guerra ai poveri e ai diversi. Sanità invece che solidarietà.

*Da http://suduepiedi.net/2015/07/in-the-city-decoro-e-moral-panic/