Nota quotidiana

Capitana Mika

Maria Rosa Cutrufelli (da Leggendaria)

La storia di Mika in realtà parla di noi, perché ci pone degli interrogativi brucianti (sul coraggio e sulla paura, sulla politica e sulla ribellione) che ancora non hanno trovato risposta.

La memoria riguarda il passato, ma è cosa viva. Più che all'acqua, dice Remo Bodei, somiglia al vino, a cui gli enzimi conferiscono le proprietà di un organismo vivente. La memoria, soprattutto, è un campo di battaglia. È attraverso la manipolazione o la soppressione tout-court della memoria (basti pensare ai vari negazionismi) che passa l'attacco alla realtà: il falso può diventare vero in un batter d'occhio.
La menzogna politica spesso fa affidamento proprio sulla fragilità della memoria, sia individuale che collettiva. È anche per questo che consiglio caldamente la lettura di un libro speciale, fuori dall'ordinario, che riesce a tenere assieme il filo della vita e quello della storia: un libro di memorie, per l'appunto.

L'autrice, Mika Feldman Etchebéhère, è – anzi era, perché è morta nel 1992 – una donna dalla vita avventurosa. Ebrea, nata in Argentina da genitori fuggiti dalla Russia per evitare i pogrom, s'iscrive al partito comunista. Ma la sua adesione al comunismo, allora incarnato dall'Unione Sovietica, non dura a lungo.
Negli anni Trenta, quando si trasferisce col marito in Europa, diventa antistalinista e, durante la guerra di Spagna, combatte con i trot kisti nella leggendaria colonna del Poum (Partido Obrero de Unificacion Marxista).
La sua autobiografia, La mia guerra di Spagna, è una rievocazione puntuale (e scorrevole “come un romanzo”, dice Sergio D'Amia nella post-fazione) della sua esperienza di combattente volontaria.

Non so quanti giovani oggi, in Italia, conoscano la storia raccontata da Mika. Forse quelli che continuano a leggere Hemingway oppure George Orwell e il suo Omaggio alla Catalogna, o che hanno visto la famosa fotografia di Robert Capa che riprende un miliziano nell'attimo in cui viene ferito a morte.
In ogni caso, temo che la maggior parte di loro non sappia cosa fu quella guerra che, nella prima metà del secolo scorso, cancellò la seconda repubblica spagnola inaugurando la dittatura di Francisco Franco: in quel conflitto non si giocò solo il destino della Spagna, si misurò la forza delle speranze umane e di quelle idee di libertà e giustizia sociale che hanno poi attraversato il secolo per arrivare fino a noi.
In questo senso è vero che la guerra di Spagna non è finita e che anzi “non finisce mai”, come scrive Goffredo Fofi nella sua lucida e appassionata prefazione. Ed è vero che la storia di Mika in realtà parla di noi, perché ci pone degli interrogativi brucianti (sul coraggio e sulla paura, sulla politica e sulla ribellione) che ancora non hanno trovato risposta.

«Per le strade di Madrid c'è odore di polvere da sparo». Il libro comincia con la descrizione di una città scon-
volta dal colpo di stato ma decisa a reagire: «Non è più il momento di parlare... Dov’è che danno le armi?». L’autobiografia di Mika continua con il racconto “in presa diretta” di una resistenza epica, tragica, durata per più di tre anni. Una lunga guerra a cui Mika partecipa attivamente: non è spagnola, ma quella rivoluzione è “sua” e lei vuole combatterla.
Non senza qualche dubbio: «E io? Sono veramente dalla mia parte?». Ma l’internazionalismo (e secondo Nicola Tranfaglia la guerra di Spagna fu uno degli ultimi momenti della tradizione internazionalista) era allora una fede politica che rendeva più semplice il superamento di molte ed evidenti contraddizioni. «Non devo rinnegare nulla. Devo fare totalmente mia questa rivoluzione», si ripromette Mika.
E ci riesce, al punto che quando suo marito, Hippolyte, viene ucciso in combattimento, diventa “capitana” della colonna militare. Nonostante sia una donna.

Tutto il libro è percorso dalla consapevolezza di questo suo essere donna in mezzo a un gruppo di uomini. Una donna che comanda un plotone di uomini. In una guerra rivoluzionaria, ma dura e senza pietà come tutte le guerre. La sua presenza turba un equilibrio antico, mai messo in discussione, e Mika analizza minutamente le reazioni degli uomini e anche le sue. Ci racconta aneddoti, episodi buffi o pericolosi, ma sempre con un'ironia sottile che rende tutto più paradossale e significativo.
Come quando un miliziano dice, per approvare il suo suggerimento di tenere in caldo il caffè: «Certo che per alcune cose le donne sono formidabili. Questa idea del thermos è straordinaria: un uomo non ci avrebbe mai pensato». O come quando Ernesto, un combattente, fa il bucato anche per lei e osserva: «Avranno visto tutto: una donna che comanda e i miliziani che fanno il bucato. È proprio una rivoluzione». E lei risponde: «Dopo la guerra, se saremo ancora vivi, ne dovremo parlare a lungo... Per il momento, grazie mille per avermi lavato i calzini».
Ma alla fine, quando tutto precipita, anche Mika è costretta a cedere il comando. Così come i miliziani sono costretti a ritirarsi. L'autobiografia della “capitana” si chiude con una frase secca, semplice, che annuncia la morte della piccola mascotte del plotone: «Clavelìn è morto. Aveva solo quindici anni».
Un libro notevole per quello che racconta. E per come lo racconta.

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