Nota quotidiana

Book Pride, un progetto di coalizione culturale

Marco Bascetta (da il manifesto)*

In un momento in cui tanto si parla di «coa­li­zioni» con­verrà appli­carsi a ragio­nare anche su una pos­si­bile «coa­li­zione cul­tu­rale». Senza farsi pren­dere dal panico se que­sto per­corso dovesse toc­care, come dovrà, la dimen­sione politica.

on sap­piamo ancora in quali ter­mini andrà in porto l’acquisizione di Rcs libri da parte di Mon­da­dori. Ma nella sto­ria dell’editoria ita­liana la fine è nota. La con­cen­tra­zione dei mar­chi edi­to­riali sotto il cap­pello dei grandi gruppi è un pro­cesso in corso da lun­ghis­simo tempo e che non ha mai incon­trato sostan­ziali osta­coli. Così come la pro­prietà e il con­trollo dell’intera filiera pro­dut­tiva, distri­bu­tiva e com­mer­ciale da parte dei mede­simi gruppi.

Di tutto que­sto la pla­tea piut­to­sto esi­gua dei let­tori ita­liani non ha avuto e non avrà par­ti­co­lare per­ce­zione. Abi­tuata da anni alla rapida rota­zione dei titoli sui ban­coni delle libre­rie, assue­fatta a un colpo d’occhio cat­tu­rato dalle pile dei bestsel­ler del momento e dalla pro­li­fe­ra­zione infi­nita dei titoli «di marca», indi­riz­zata da un cir­cuito di pro­mo­zione media­tica gover­nato ad arte dai poten­tati edi­to­riali, dif­fi­cil­mente regi­strerà signi­fi­ca­tivi cam­bia­menti. Le con­cen­tra­zioni non hanno lo scopo di sfol­tire e stan­dar­diz­zare, meno che mai quello di eser­ci­tare una cen­sura poli­tica o culturale.

Tutto al con­tra­rio pun­tano, sul piano dell’immagine, a esi­bire la mol­te­pli­cità e la mas­sima dif­fe­ren­zia­zione dell’offerta. Su quello com­mer­ciale, a occu­pare e sod­di­sfare tutti i seg­menti del mer­cato. La grande pro­du­zione edi­to­riale, come quella tele­vi­siva, ambi­sce a mol­ti­pli­care emit­tenti e con­te­nuti pro­po­nen­dosi come pro­ta­go­ni­sta di un’offerta cul­tu­rale totale.

Que­sta “tota­lità” rileva, tut­ta­via, più ancora che per quel che mostra, per quello che nasconde. Quanto più fra­go­roso sarà il rumore, tanto più sopraf­fatte saranno le voci più som­messe, quanto mag­giore lo spa­zio occu­pato, tanto minore la visi­bi­lità di chi opera fuori dal sistema dei grandi gruppi. L’ «omo­lo­ga­zione» non agi­sce dun­que sull’offerta cul­tu­rale, ma più a lungo ter­mine, più indi­ret­ta­mente, e su tutt’altro piano: quello della red­di­ti­vità e del cal­colo costi/benefici.

Saranno infatti que­sti para­me­tri a rego­lare il fun­zio­na­mento com­ples­sivo del gruppo e dun­que il peso spe­ci­fico dei diversi mar­chi che vi affe­ri­scono, non­ché i rela­tivi livelli di inve­sti­mento. Con que­sti cri­teri dovranno con­fron­tarsi la «crea­ti­vità» e il «fiuto» delle diverse dire­zioni edi­to­riali. Con una sorta di «poli­tica mone­ta­ria» che pur non inter­ve­nendo diret­ta­mente sulle scelte delle sin­gole imprese e sulle rela­tive carat­te­ri­sti­che «iden­ti­ta­rie», imporrà loro pre­cisi vincoli.

Senza con­tare il fatto che que­ste con­cen­tra­zioni sono desti­nate ine­vi­ta­bil­mente a eser­ci­tare effetti nega­tivi su quei livelli occu­pa­zio­nali che il mondo un tempo meno povero e più vasto dell’editoria indi­pen­dente era riu­scito comun­que fati­co­sa­mente a garan­tire. Che gli indi­pen­denti, elo­giati a parole e osta­co­lati nei fatti, abbiano subito nel corso degli anni colpi sem­pre più duri, magari anche per­ché irre­titi, più o meno con­sa­pe­vol­mente, dall’ideologia dell’«imprenditore di sé stesso», è una cir­co­stanza sotto gli occhi di tutti. Con poche pur note­voli ecce­zioni, gli indi­pen­denti soprav­vi­vono a stento gra­zie alla stampa digi­tale (che con­sente bas­sis­sime tira­ture), al com­mer­cio on line e con il ricorso sem­pre più fre­quente al lavoro gra­tuito o sot­to­pa­gato. Uno scan­dalo su cui pog­giano ormai diversi com­parti dell’economia italiana.

Non man­cano, tut­ta­via, corag­giosi ten­ta­tivi di rea­gire a que­sto stato di cose, come il «Book Pride» che si terrà la pros­sima set­ti­mana a Milano, una ini­zia­tiva autor­ga­niz­zata di pro­mo­zione e rilan­cio dell’editoria indi­pen­dente in un rap­porto diretto con il suo pub­blico. Quel rap­porto che i cir­cuiti isti­tu­zio­nali del libro impe­di­scono ormai quasi del tutto. Non­di­meno è impro­ba­bile che la pro­du­zione edi­to­riale indi­pen­dente possa rom­pere l’accerchiamento con le sole pro­prie forze, restando arroc­cata entro i con­fini del set­tore e delle pro­prie, sia pur nobili abi­tu­dini e tradizioni.

In un momento in cui tanto si parla di «coa­li­zioni» con­verrà appli­carsi a ragio­nare anche su una pos­si­bile «coa­li­zione cul­tu­rale». Senza farsi pren­dere dal panico se que­sto per­corso dovesse toc­care, come dovrà, la dimen­sione politica.

*http://ilmanifesto.info/un-progetto-di-coalizione-culturale/