Corrispondenze

Blogger arabi a convegno senza Palestina

Fabio Merone da Nena-news

La blogosfera del mondo arabo é riunita a Tunisi per il Terzo meeting dei “blogger arabi”. Ma ai palestinesi non è stato concesso il visto. (Nella foto la blogger tunisina Lina Ben Mhenni il cui libro "Tunisian girl" sarà pubblicato da Alegre)

Tunisi, 04 ottobre 2011, Nena News
Questa manifestazione, promossa dalla Heinrich Boell Foundation (HBS) e da Global Voices online (BV), ha visto la collaborazione per queste sue giornate di lavoro tunisine del famoso portale Nawaat, che per primo nel mondo arabo ha messo in circolazione i cables diplomatici dell’amministrazione americana che svelavano gli intrighi della casta di potere del paese (Tunisileaks). E questo qualche mese prima dello scoppio della rivoluzione.
Il parterre é di taglia, e la presenza mediatica di livello. I famosi blogger tunisini sono quasi tutti presenti ma non mancano all’appello quelli egiziani (tra gli altri Wael Abbas diventato un habitué a Tunisi), siriani, libici, sauditi, marocchini.

La tavola rotonda della prima giornata é stata condotta tuttavia da Nasser Weddady, brillante blogger mauritano. Riuniti sul palco intorno ad una tavola, discutono del ruolo di twitter nell’accompagnare gli eventi di sollevamento popolare. Si troveranno tutti d’accordo sul fatto che il ruolo maggiore dei social network é nell’accompagnare gli avvenimenti, facendo girare l’informazione e condividendo immagini e parole d’ordine. Per questo gli interventi hanno sottolineato della differenza tra l’attivista, il cui obiettivo é innanzitutto politico e vuole forzare gli eventi, ed il giornalista, che deve usare le informazioni che circolano con maggiore scrupolo e dovere di verifica. Cosi’ come sono tutti d’accordo che il contesto attuale é piu’ confuso ed il flusso che si riversa sul web fa’ piu’ difficolta’ a diventare forza d’urto, anche perché lo scenario é meno semplificato rispetto alla situazione pre-rivoluzionaria in cui ci si trova a combattere contro la negazione dell’espressione libera pura e semplice.

Ahmed Al Omrane, il blogger saudita, sottolinea la differenza dei contesti: nel suo paese per esempio c’é un contrasto tra la vivacita’ del web e il silenzio della strada, mentre in altri paesi forse il ruolo degli eventi “reali” hanno avuto piu’ pregnanza di quanto si potesse veicolare sulla rete. Per il rappresentante libico, Ghazi Gheblawi, in Libia non esiste una grande diffusione dei social network tale da poter assegnargli un ruolo decisivo. Sarebbero stati soprattutto gli espatriati a cercare di influenzare gli eventi via web. Sultan Al Qassemi,dal canto suo, giornalista blogger, racconta di come il cronista si trovi a volte preso tra due forze opposte. E racconta di come la circolazione di false informazioni é uno strumento che é stato usato dal potere in Bahrein, citando il caso in cui, attraverso photoshop, sarebbero circolate false immagini di manifestanti che inneggiavano all’Iran sciita.

il blogger egiziano Wael Abbas
I lavori sono proceduti con una certa intensita’, alternando interventi in inglese francese ed arabo (con tutte le sue sfumature dialettali). E’ incredibile questa ricchezza espressiva del mondo arabo, che diventa spesso un vero e proprio trilinguismo!
Si ritorna in Tunisia e si parla della famosissima (per i Tunisini) ATI (Tunisian Internet Agency). Il suo attuale direttore Moez Chakchouck, dopo aver ricostruito la storia dell’agenzia che era lo strumento da cui passavano tutti i dati e da cui si operava una censura ferrea, passa all’attualita’ ed invita la comunita’ dei blogger e la coscienza di tutti i cittadini a partecipare ad un dibattito aperto sulla “governance” di internet, in cui siano applicati i principi di neutralita’, liberta’ ed apertura ma tenendo conto della delicata questione del rispetto della “privacy”.
Nel pomeriggio e’ stato presentato da Alexandre Sandels il documentario “Zero silence”, in quasi prima assoluta (é soltanto la seconda volta che viene proiettato in pubblico).
Dopo averci portato tra le immagini della rivoluzione tunisina ed egiziana, il documentario si sposta singolarmente nella realta’ libanese, che ha trovato maggiore difficolta’ nell’esprimere una rivolta anti-sistemica per la maggiore complessita’ del suo sistema confessionale. L’autore del film tuttavia vuole dimostrarci come una nuova generazione nel mondo arabo si sia appropriata degli strumenti della comunicazione per rompere il muro della censura.

Nel pomeriggio si e’ tornati a parlare della Tunisia e nella seconda tavola rotonda della giornata si sono ritrovati i sette blogger tunisini scesi nell’arena politica e che hanno deciso di candidarsi in liste indipendenti alle elezioni per l’assemblea costituente del 23 ottobre.
L’intervento piu’ singolare é stato quello della siro-spagnola Leila Nachawati la quale ha debuttato con una battuta: non avrei mai sognato in vita mia di attraversare un periodo in cui entrambi i miei paesi siano in rivolta. E poi il suo intervento, con tanto di musica e video, é stato un omaggio alla primavera araba che, ribaltando i paradigmi tradizionali, si fa da musa ispiratrice per gli “indignados” spagnoli e per tutta l’Europa.
I lavori si sono chiusi infine con una riflessione sul ruolo giocato da Wikileaks nella primavera araba, e si é parlato del caso di “Nawaat”, citato in precedenza, a cui ha fatto seguito l’esperienza libanese del giornale online “Akhbar newspaper”. I lavori si spostano oggi al Golden Tulip di Gammarth, nella periferia nord di Tunisi, e proseguiranno fino al 6 ottobre.
Ai lavoro non prendono parte i dieci blogger palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza invitati dall’organizzazione ma che non hanno ottenuto il visto tunisino per partecipare. “Non sappiamo ancora chi ha rifiutato i visti, non abbiamo ricevuto alcuna spiegazione” ha dichiarato all’agenzia France Presse Hiba Haidar del comitato promotore.
“E’ la prima volta che succede, non abbiamo mai avuto problemi a far venire i palestinesi, per esempio in occasione del raduno a Beirut nel 2009″ ha aggiunto Haidar. Il ministero degli interni tunisino si nasconde dietro un “no comment”. Nena News