Corrispondenze

Aminetu Haidar, partigiana del deserto

di Emiliano Raponi

Dopo 32 giorni di sciopero della fame la leader Sahrawi detenuta dalla polizia marocchina è stata ricoverata in ospedale. Sabato una delegazione della sinistra europea le porterà solidarietà e presenterà un appello internazionale

Qualcuno ricorda il Sahara Occidentale? Negli anni 70 finì la colonizzazione spagnola su questo enorme territorio costiero dell’Africa nord-occidentale, che venne prontamente occupato dalla monarchia marocchina attratta dalla pescosità dei suoi mari e dai ricchi giacimenti di fosfati. Con le richieste di libertà e autodeterminazione del popolo Sahrawi inizia allora la lotta armata del Fronte Popolare di Liberazione del Sahara Occidentale (Polisario), che si interrompe solo nel 1991 dopo che il Marocco, con la mediazione dell’Onu, si dichiarò disponibile a un referendum sul futuro di quei territori. Tuttavia la consultazione tanto agognata è rimasta lettera morta e l’occupazione marocchina continua tuttora perpetrando una feroce repressione, mentre il governo Sahrawi permane in esilio nel deserto algerino.
Nonostante le pressioni della base sul Polisario per la ripresa della lotta armata, la lotta dei Sahrawi continua in modo pacifico attraverso la mobilitazione delle masse popolari, e Aminetu Haidar è sicuramente il volto più noto di questi partigiani del deserto: quarant’anni, madre di due figli, questa donna tenace ha subito le percosse dell’esercito marocchino, è stata più volte detenuta e ha ottenuto numerosi riconoscimenti per la sua lotta. Tuttavia tre settimane fa, al ritorno nella sua città nel Sahara Occidentale dopo un viaggio in Spagna, è stata sequestrata dalla polizia del “progressista” re Mohamed VI e imbarcata a forza su un aereo con direzione Lanzarote, nelle Canarie spagnole. L'accusa? Aver "disconosciuto la sua nazionalità", che i documenti attestano essere marocchina: in realtà, proprio per aver rivendicato il suo status di Sahrawi ha subito il sequestro del passaporto per poi essere rispedita nelle Canarie contro la propria volontà. Una mossa che secondo la stampa spagnola era stata pianificata da tempo, tanto che le autorità marocchine non sapendo esattamente quando Haidar sarebbe rientrata avrebbero predisposto tre voli alternativi.
A questo punto Haidar si è trovata in una situazione che sembrerebe  cinematografica, grottesca se non fosse drammatica: dal 14 Novembre, infatti, l'attivista permane nell'aeroporto di Lanzarote, in sciopero della fame - e oggi è stata ricoverata in ospedale - rivendicando il suo diritto a tornare a El Aiun, la capitale del Sahara Occidentale. Il Marocco tuttavia ha espresso chiaramente il suo rifiuto, mentre la Spagna per evitare di guastare le relazioni con il paese dirimpettaio di fatto ne avalla le scelte: Haidar è stata dapprima multata (180 euro) per "delitto di disordine pubblico", ovvero per la sua pubblica protesta nell'aeroporto, mentre dopo tutto il clamore internazionale la Spagna ha dichiarato che al massimo potrebbe offire ad Haidar lo status di rifugiata. "Questa proposta è carta straccia", ha reagito lei, che con la sua determinazione protesta sia contro il Marocco che si rifiuta di lasciarla entrare nel Sahara occupato, sia contro la Spagna di cui denuncia l'inerzia. In realtà quella di Haidar più che una rivendicazione è una promessa che ha il sapore di un monito: "io tornerò nel Sahara, nella mia El Aiun". Viva o morta. Con o senza documenti.
La situazione è in stallo, ma evidentemente non può durare all'infinito. Organizzazioni politiche e dei diritti umani fino ad arrivare al segretario generale dell'ONU Ban Ki Moon, stanno esercitando una pressione crescente sulle parti in causa, e soprattutto in Spagna l'opinione pubblica teme per la sorte di Haidar: infatti se la determinazione di questa donna sembra fuori discussione, il suo stato di salute dopo tante settimane di sciopero della fame sta rapidamente deteriorandosi, tanto che Haidar non riesce a effettuare i suoi brevi spostamenti quotidiani all'interno dell'aeroporto senza l'aiuto di una sedia a rotelle. Aminetu Haidar non teme la morte: "Se dovesse accadere, diranno ai miei figli che sono morta per difendere la mia dignità". Tuttavia il Polisario fa notare che in questo caso non si potrebbe pensare che il Fronte continuasse a relazionarsi con il Marocco così come ha fatto finora, prospettando in modo nemmeno tanto velato la ripresa della lotta armata.
Questo a meno che re, ministri e presidenti pusillanimi prendano in fretta l'unica decisione sensata, che è quella di accettare che Haidar ritorni finalmente a El Aiun. E magari, decidano di indire il referendum sull'autodeterminazione dopo "solo" diciotto anni di ritardo.