Rassegna dal web

Amianto. Una storia operaia...e un poco pure mia

Le amazzoni fuoriose*

Una strana recensione di "Amianto" di Alberto Prunetti. In realtà un racconto, amaro e commovente. Da leggere.

L'ho sentito raccontare tante volte da mia madre. Cosi` tante che mi sembra di ricordarlo. La porta color miele si apre, un triangolo di luce squarcia il buio del soggiorno e un uomo con le chiavi appese alla cintura annuncia: "Sono in cassa integrazione". Quell'uomo e` mio padre. E` il 2 luglio 1981. Quel giorno compio un anno. La torta e` pronta. I parenti arrivano a festeggiare. Papa` fa il forte. Prendera` i soldi della cassa integrazione e fara` altri lavoretti. Guadagnera` anche piu` di prima, dice. I temporali non fanno in tempo a mettere fine all'estate che e` gia` sotto un treno. Dalla cassa integrazione si passa al licenziamento. La liquidazione non te la diamo perche` sei comunista e hai occupato la fabbrica. Fai pure causa, tanto la perdi. Il giudice ce lo siamo comprato. Papa` si siede sul divano e poggia la testa al muro. Rimarra` li` per undici anni.
I soldi della liquidazione arrivano a pochi giorni dal mio ventiduesimo compleanno. Papa` li divide tra me e mia sorella. Presto ne avra` un'altra di liquidazione. Quella del lavoro che ha trovato lontano da casa dopo 19 anni di disoccupazione e lavoro nero. Io nel frattempo sono all'universita`. A Napoli. Quella che papa` non aveva potuto finire perche` il nonno - suo padre - non c'aveva piu` soldi. Non e` proprio la stessa. Lui faceva chimica. Io studio Scienze Politiche ufficialmente, ma in realta` ho una tresca con la storia contemporanea. Un amore folle che ricaccio e puntalmente ritorna. Torna con gli esami, la tesi di laurea, l'idea assurda di fare un dottorato di ricerca. Perche` senza la polvere degli archivi che si deposita nelle linee delle mani e quando le lavi l'acqua e` nera, non ci so piu` stare. E se a Napoli non si puo` fare, me ne vado a Roma. E se nemmeno la` mi vogliono, me ne vado in Inghilterra, paese che odio, ma la storia e` troppo importante. Me ne vado adesso che` sto paese, l'Italia, sta sprofondando e bisognera` andarsene comunque. Meglio prima che dopo. Meglio l'Inghilterra che` li` vince chi merita. Arrendersi mai che` il riscatto di papa` sono io.
Il resto della storia e` ben noto a chi segue questo blog. Quando il dottorato in storia stavo per finirlo, quando mancavano le ultime pennellate alla tesi e l'Inghilterra all'imbocco della crisi aveva gia` mostrato la sua faccia feroce, e` arrivato il cancro. Stop al dottorato, stop ai sogni, stop alla vita per un anno e mezzo. Al ritorno era tutto definitivamente cambiato. I tempi delle vacche grasse finiti. La meritrocrazia degli inglesi scioltasi come neve al sole. "Nei momenti di crisi il sistema non funziona sulla base del merito", mi ha detto un pezzo grosso. E quando la crisi non c'e`? Lasciamo stare. La risposta e` troppo amara.
Perche` rispescare stasera, sul finire di una dolce domenica d'estate, l'antefatto della mia storia di malattia? Perche` raccontare quello che ho sempre nascosto ai compagni di classe e gli amici (tranne qualcuno), che sono figlia di un disoccupato ammattito che con la vergogna ha scavato una fossa nel muro dove appoggiava la testa?
Il giorno che sono partita per Milano, dieci giorni fa, per andare a fare i controlli sono entrata nella libreria della stazione. Volevo comprare un libro, ma non sapevo quale. Poi all'improvviso, ho ripescato un titolo dal bagagliaio buio della mia memoria incerta: Amianto. Il libro di Alberto Prunetti (qui). Botta di culo. Una volta tanto. Ce l'hanno. Lo compro e lo leggo in treno tutto d'un fiato. Giro una pagina dopo l'altra e il cuore mi salta in gola. E` come rimettere insieme fili sparsi qua e la`. E` come dare senso a una storia, la propria, che fino ad ora faticava a trovarne.
Amianto racconta la storia di Renato Prunetti, il padre dell'autore. Renato fa l'operaio, e` un trasfertista. Salda tubi in giro per tutto il Nord-Ovest, lontano dalla sua famiglia. Fa un lavoro nobile e sporco allo stesso tempo. Cosi` sporco che lo uccide. Renato morira` a soli 57 anni di cancro al polmone, dopo aver lavorato per anni a contatto con l'amianto. A suo figlio, il narratore, tocca un destino diverso, ma fino a un certo punto. Lui di mestiere fa lo scrittore/traduttore e altro ancora. Un lavoro pulito all'apparenza. Peccato che ci sia messo di mezzo il precariato, il mostro generato dal capitalismo post-fordista, che divora le vite di quelli della mia generazione. E allora anche uno scrittore/traduttore deve sgobbare a ritmi disumani e si ritrova con l'artrite a 30 anni senza nemmeno guadagnare quanto suo padre che l'ha fatto studiare per dargli un futuro migliore, lontano dalla fabbrica. Migliore un cavolo! Qua c'hanno fregato tutti! Hanno fregato Renato e suo figlio. E hanno fregato anche me, che da figlia di disoccupato mi ritrovo disoccupata anch'io e per giunta con un cancro addosso, senza averci mai messo piede in una fabbrica. Perche` ormai non e` piu` necessario. Basta abitarci vicino o anche lontano. I suoi veleni ti raggiungono ovunque. Si insinuano nel tuo corpo quando stai ancora nella pancia di tua madre e poi ti esplodono dentro. Quando meno te l'aspetti. A tradimento. E ti sei fottuto per sempre.

*Fonte articolo: http://amazzonefuriosa.blogspot.co.uk/