Corrispondenze

1 ottobre: il giorno che ha commosso la Catalogna e lo Stato Spagnolo

Josep Maria Antentas*

Pubblichiamo un'interessante e approfondita analisi di Josep Maria Antentas, autore per Alegre di "Pianeta indignato", che analizza gli scenari aperti dal referendum in Catalogna, l'importanza della dimensione autorganizzata, la sua composizione sociale, lo stato delle forze in gioco, l'imminente scontro con lo Stato e le possibili linee strategiche per la sinistra catalana e non.

Una giornata. Una giornata in cui si sono condensate tutte le tensioni accumulate in 5 anni di interminabile e lento processo indipendentista. Il primo di ottobre è passato, lasciandosi dietro tutta una tappa della storia della Catalogna e dello Stato spagnolo e aprendo una nuova fase incerta e affascinante.
I numeri della giornata parlano chiaro. 2 262 424 di voti (su un bacino elettorale di circa 5,3 milioni, ovvero il 42.5% degli aventi diritto), ai quali si dovrebbero sommare i voti requisiti da parte della polizia e i cittadini che alla fine non hanno potuto votare, dei quali 2.020.144 (il 90%) si sono espressi a favore dell’indipendenza, 176.566 (il 7,8%) contro e 45.586 (il 2%) con schede bianche. Insieme ai dati di affluenza e dei risultati, l'altra cifra imprescindibile della giornata sono gli 896 feriti ufficialmente refertati. Ma più che la cifra, le immagini sono ancor più imprescindibili: violenza inaudita da parte della polizia di fronte all'imponente mobilitazione cittadina.

Il movimento indipendentista è uscito vittorioso dalla sfida. Questo non significa che otterrà i suoi obiettivi nell’immediato. Ma, sì, ha ottenuto una spinta decisiva in una battaglia di respiro più lungo. Ha ottenuto tre cose in un colpo solo: la prima, mostrare una determinazione e una capacità di mobilitazione forte e risolutiva, sfidando la repressione dello Stato per impedire il referendum; la seconda, ottenere un'ampia maggioranza nella votazione e una partecipazione piuttosto accettabile date le circostanze e il boicottaggio da parte delle forze del “no”; e, la terza, provocare un logoramento senza precedenti dello Stato e del governo spagnolo.

Le conseguenze immediate del primo ottobre sono chiare. La Legge di Transitorietà approvata nel parlamento Catalano lo scorso 8 di settembre prevede che in caso di vittoria del “sì”, bisogna proclamare la Repubblica catalana indipendente. Non è chiaro quale formula precisa userà il governo Catalano, e a seconda di come questo sarà fatto sarà più facile o meno che si possa mantenere in piedi non solo il fronte indipendentista, ma piuttosto il blocco democratico più ampio che si è formato sul tema del referendum. Questo non implicherà subito, contrariamente a ciò che l'indipendentismo tende a dire, l'indipendenza della Catalogna rispetto allo Stato, ma l'entrata in una fase nuova e decisiva dell'attuale conflitto politico che in cui a breve termine lo scontro istituzionale e politico si andrà acutizzando. Nonostante la narrazione ufficiale indipendentista enfatizza eccessivamente che il lavoro sia già stato fatto, in realtà è ora che comincia la fase più critica.

Per questo la convocazione dello sciopero generale per questo martedì 3 deve essere vista come il secondo atto del lavoro cominciato il giorno 1. Inizialmente lanciata da sindacati minoritari, alla fine conta sull'appoggio dei due maggioritari, CCOO e UGT, che non convocano propriamente uno sciopero ma dei blocchi parziali concertati, delle due organizzazioni dirigenti del movimento indipendentista, la ANC e Omnium (anche se la prima si è mostrata reticente prima del appuntamento) e, in forma più o meno esplicita, dello stesso governo catalano. Questo blocco più governativo ha finito per riformulare lo sciopero in una proposta di blocco del paese interclassista, che finirà per essere un misto tra sciopero tradizionale, manifestazioni e chiusura volontaria di piccole e medie imprese e dell'amministrazione pubblica. Tuttavia il suo risultato sarà importante in vista del braccio di ferro con lo Stato che si avvicina.

L'esito degli eventi catalani dipende non solo, tuttavia, da ciò che succede in Catalogna, ma anche, in maniera molto determinante, dall'impatto che tutto questo avrà sulla politica spagnola. Lì la situazione è complessa e forse è prematuro trarre conclusioni frettolose. Da un lato, il PP utilizza l'indipendentismo catalano per cementificare la propria base sociale e alimentare pulsioni reazionarie. Dall'altro vi è una parte dell'opinione pubblica spagnola che non condivide la repressione e che sarebbe a favore di un referendum concordato, la cui difesa è una delle bandiere di Podemos. In quei luoghi dello Stato dove esistono questioni nazionali e regionali, il processo catalano può provocare una polarizzazione tra una tensione spagnolista e un rilancio dei rispettivi movimenti nazionalisti e/o regionalisti. Tutto ciò dipinge uno scenario complicato per la sinistra spagnola che, in ogni caso, quanto più terreno cederà a breve termine nella difesa dei diritti democratici catalani, tanto più soffrirà nel lungo termine. Sullo sfondo vi è la gestione di un importante paradosso: oggettivamente, l'indipendentismo catalano costituisce la maggiore minaccia per la continuità dell'impalcatura politica e istituzionale creata nel 1978, ma ciò ha un impatto distorto e non automatico che può tradursi in un irrigidimento, anche solo temporaneo, di alcuni dei suoi pilastri e generare un quadro politico che aumenta la polarizzazione sociale verso la destra.

La strategia del PP

Il PP (in rapporto osmotico con l'apparato dello Stato e con il grosso dei mezzi di comunicazione), tanto per convinzione quanto per calcolo politico, ha optato dal 2012 per una politica inflessibile di mano pesante. Continuerà con questa finché avrà una lettura che per la quale questa lo avvantaggia in regioni chiave dello stato spagnolo e che gli serva per mantenere coesa e in tensione la propria base sociale, per recuperare terreno rispetto a Ciudadanos, tenere sotto pressione il nuovo PSOE di Pedro Sanchez e spostare il dibattito politico dai temi più congeniali a Podemos (corruzione, crisi economica...). Ma per l'ennesima volta da quando è cominciata la crisi del quadro istituzionale attuale, prima con lo scoppio del 15M nel 2011 e dopo con quello dell'indipendentismo nel 2012, una stretta ragione di partito e una visione a breve termine prevalgono sulla ragion di stato e su una riflessione di lungo respiro, mettendo in chiara evidenza la limitatezza strategica del grosso dell'élite politica dello stato spagnolo di fronte alla crisi politica del regime del 1978. Resistere, resistere e arroccarsi davanti a tutte le sfide, che sia l’indipendentismo catalano o la ribellione popolare del 15M e le sue successive traduzioni elettorali, è stata la sua principale linea d'azione.

In realtà le politiche di terra bruciata del PP hanno un precedente che si trova di fatto agli albori dell'indipendentismo in Catalogna: il nazionalismo spagnolo aggressivo del secondo governo di Aznar 2000-2004 che, utile alla destra nell'immediato, in realtà ha scatenato gli antecedenti del processo storico attuale. Il prezzo, in termini di logica di stato, della politica del PP può essere l'aver aperto una dinamica irreversibile di disaffezione allo stato spagnolo in Catalogna.

È probabile che nei piani del governo ci sia il mantenere e inasprire lo scontro con l'indipendentismo fino a sconfiggere le sue speranze di materializzazione dell’indipendenza a breve termine e, dopo aver praticato la politica del bastone, tentare quella della carota dopo la sconfitta, offrendo una qualche uscita all’indipendentismo moderato, sperando che torni al suo posto. Ma più la sua politica fa ristagnare la situazione, più difficile gli risulterà cercare di rigirarla. Le cose si sono spinte tanto lontano che non è chiaro se il governo spagnolo abbia margine di manovra per ricucire facilmente la situazione. Quando manca la legittimità, rimane solo la forza. Ma l'uso di quest'ultima serve solo per erodere ancor più la prima. E, oggi, la crisi di legittimità dello Stato in Catalogna ha toccato il suo massimo storico dalla transizione. Fine della partita?

Dal 20S al 1-O

Fino agli eventi del 20 settembre (20S), giorno in cui lo Stato ha intensificato la propria politica repressiva, la dinamica di auto-organizzazione dal basso è stata praticamente nulla nel movimento indipendentista, diretto dall’assemblea nazionale catalana (ANC) da Omnium. Solo la CUP rappresentava un indipendentismo non filo-governativo, ma al prezzo di grandi contraddizioni interne e di enormi pressioni esterne. Ma l'ariete repressiva del 20S e l'avvicinarsi del primo ottobre hanno dato impulso per la prima volta ha una dinamica di auto-organizzazione popolare, la cui maggiore espressione sono stati i Comitati di Difesa del Referendum creati in molti quartieri e paesi, insieme al movimento Escoles obertes (Scuole Aperte), con un peso decisivo di professori e maestri, che ha organizzato volontari per radunarsi davanti ai centri di votazione all'alba del giorno 1. Non possiamo parlare in senso stretto di un superamento della ANC e di Omnium (che ha mostrato una politica con più impulso della prima), ma, sì, si può parlare della capacità di coinvolgere i loro militanti nel concreto ad essere più determinati e più offensivi sul terreno della disobbedienza civile, a fronte di dichiarazioni ufficiali inizialmente piuttosto timorose che sembravano accontentarsi solamente di potere avere urne e schede elettorali nei seggi direttamente il giorno 1, e che non avevano pianificato alcun sistema di difesa reale per affrontare l’ostacolo da parte della polizia.

Il livello di autorganizzazione su grande scala tuttavia è emerso tardi, in extremis. Ciò che si è riusciti a fare il giorno 1 è stato spettacolare però si è fatta sentire la mancanza di un movimento unitario nei mesi precedenti. La ANC non ha voluto spingerlo e al di fuori di questa non c'è stata la capacità di dare avvio a una dinamica reale che avesse allo stesso tempo una politica unitaria con relazione alla ANC. Solo i fatti degli ultimi giorni hanno accelerato i tempi e hanno cambiato la dinamica, una corsa contro il tempo, iniziando un processo dal basso che prima non era esistito. Senza dubbio, se Catalunya en Comù si fosse impegnata attivamente in questo, invece di surfare l'onda e accompagnarla simbolicamente, si sarebbe potuti arrivare molto più lontano, per quanto va segnalato che molte e molti dei suoi militanti hanno avuto un ruolo attivo dal basso in tutto il processo, molto al di là di ciò che ha realizzato ufficialmente il partito.

L'indipendentismo davanti al suo immediato futuro

Nello scontro sostenuto che si intravede all'orizzonte, le sfide fondamentali per il movimento indipendentista sono quattro.
La prima, ampliare la sua base sociale. È difficile valutare nel dettaglio i risultati del 1 ottobre, per via di tutti i fattori che hanno condizionato il voto. Senza dubbio 2.020.144 voti a favore del sì segnalano un blocco sociale importante. Un blocco egemonico senza che sia una maggioranza numerica in senso stretto tra tutta la popolazione (qualcosa che oltretutto non è molto abituale tra i movimenti politico-sociali), ma che non ha un contro-blocco organizzato e attivo di fronte. L'indipendentismo era scoppiato tra il 2012 e il 2014. Da allora rimane più o meno bloccato, ma su cifre molto alte. Alcuni settori si sono stancati di un eterno processo che non sembrava andare a finire da nessuna parte, ma allo stesso tempo negli ultimi giorni si sono aggiunti nuovi appoggi all'indipendentismo, fondamentalmente per via della questione democratica e antirepressiva. E, attualmente, è difficile sapere quante persone, che in condizioni normali avrebbero votato sì, alla fine non siano riuscite ad andare a votare il primo ottobre, per via di tutte le complicazioni della giornata.

Nei termini della sua composizione sociale, come già è stato ampiamente segnalato, la sua base ruota attorno alle classi medie e ai giovani (nonostante nelle code per votare sia stata anche molto visibile una grande quantità di persone anziane). La sua debolezza principale è la assenza di una parte della base sociale della sinistra verso la quale l'indipendentismo puro e semplice non ha operato alcuna politica attiva, oltre l’aspettare che coloro che fossero in dubbio si convincessero da soli. La politica titubante e scoraggiante di Catalunya en Comù non solo risponde ai limiti soggettivi della sua direzione, ma esprime anche una realtà sociale dal basso. Conviene ricordarlo perché è un fattore chiave. Avere una politica specifica nei confronti delle organizzazioni politiche e sociali della sinistra e della loro base sociale è necessario, e si scontra, senza dubbio, con il soggetto della destra neoliberale al potere, il PDeCat, la cui debolezza andrebbe sfruttata per imporre una svolta a sinistra. E questo potrà succedere solo a partire da 3 azioni più o meno mescolate: garantendo l'implementazione di misure politiche e sociali d'emergenza a mo' di pacchetto anticrisi reale; dando centralità all'apertura di un progetto di processo costituente; creando un quadro strategico e politico in cui coloro che non necessariamente condividono l'orizzonte finale di indipendenza ma condividono almeno la necessità di una frattura costituente e di un’azione unilaterale nei confronti dello Stato, possano sentirsi partecipi al progetto. Non ci dimentichiamo che l’assenza di qualsiasi alleanza tra indipendentisti e sostenitori del diritto a decidere è una delle pesanti zavorre strategiche del processo catalano. Quest'ultima questione ha una prima conseguenza immediata: riuscire a far sì che l'applicazione da parte del Parlamento Catalano del mandato popolare del referendum, cioè la proclamazione della Repubblica catalana indipendente, si faccia In maniera tale che quei settori non indipendentisti che hanno partecipato all'organizzazione del primo ottobre si sentano interpellati e inclusi. Ovvero evitare, senza svalutare il significato di ciò che è stato approvato il giorno 1, che il fronte democratico disobbediente che ha contribuito al successo del referendum si fratturi e si riduca solamente a un’alleanza tra le forze indipendentiste.

Secondo, mantenere l’abbrivio mostrato dopo il 20 settembre, nei giorni precedenti al primo di ottobre e durante quella stessa giornata. Gli organismi democratici di base, come i CDR , dovrebbero essere mantenuti o riconvertiti in un modo o nell'altro. Al di là della ANC e di Omnium è necessaria l'esistenza di comitati ampli che abbiano allo stesso tempo un orientamento unitario, di pressione e non subalterno nei confronti delle due organizzazioni che sono a capo del movimento. Fino al 20S la capacità di azione dell'indipendentismo è stata costituita soprattutto dalle impressionanti manifestazioni annuali dell’11 di settembre, ma l’indipendentismo ha avuto poca capacità di risposta in momenti importanti e poca capacità di andare oltre la ANC o Omnium quando queste hanno optato per un atteggiamento passivo in momenti che richiedevano altro. Conviene non tornare alla normalità e cercare di sostenere il più possibile la dinamica di auto-organizzazione che si è avviata nei giorni precedenti al primo ottobre.

Terzo, assumere una prospettiva strategica più complessa per ciò che concerne la lotta politica, lo scontro e la vittoria. Come già abbiamo segnalato in un altro articolo, il movimento ha sintetizzato la sua impostazione strategica di indipendenza con il termine disconnessione, un concetto che, seppure è servito per trasmettere una immagine attrattiva di facilità e di cambio tranquillo, semplifica straordinariamente ciò che comporta lo scontrarsi con uno Stato e il voler rompere con esso contro la sua volontà. Il discorso ufficiale dell'indipendentismo ha insistito sul fatto che l'ottenimento dell'indipendenza equivale a una pura transizione da una legalità, quella spagnola, a un’altra, quella catalana, ignorando il fatto che se la prima non accetta la suddetta transizione in realtà ciò che comincia è una guerra in cui la forza bruta è decisiva (ricordiamo la frase di Marx nel capitolo 8 del Capitale, tra diritti uguali è la forza che decide). Una forza che, tuttavia, è condizionata dal contesto e dalla legittimità di chi la utilizza, sì mescola con la forza politica. Avere in mente tutto ciò è importante per il braccio di ferro che si avvicina, nel quale non ci saranno vittorie facili.

Quarto, cercare di tessere alleanze nel contesto dello Stato spagnolo. A fronte dell’intensificazione della repressione, le iniziative di appoggio ricevute da fuori della Catalogna sono state recentemente ben accolte da parte dell'indipendentismo. Ma esso ha basato tutta la propria strategia sull'azione unilaterale e non ha mai avuto una politica attiva alla ricerca di appoggi in altre parti dello stato spagnolo (aldilà dei nazionalismi periferici basco e gallego). In realtà, unilateralità e ricerca delle alleanze sono compatibili e non in contraddizione. E, adesso, gli appoggi esterni si rivelano ancora più necessari. Finché il PP considererà che la mano pesante gli è utile a breve termine, la repressione da un lato e il blocco politico dall’altro si manterranno. La sfida dell'indipendentismo è articolare la propria lotta, senza dissolverla, in una battaglia più ampia contro il quadro istituzionale, il Regime, del 1978. La sfida pendente è come creare empatia con le lotte politiche e sociali di tipo diverso che si danno in altre parti dello Stato, in un momento, tuttavia, di poca mobilitazione sociale (per quanto con conflitti concreti rilevanti). La democrazia, tanto nella sua versione antirepressiva che nel suo aspetto di poter decidere sul proprio futuro, è il punto di partenza. La constatazione del fatto che c'è un avversario comune, è il secondo passo.

I diversi orientamenti e le sfide per la sinistra

Nel conflitto aperto dall’ascesa dell’indipendentismo a partire dal 2012 si può individuare un primo fronte tra lo Stato spagnolo ed il movimento nel suo insieme. Parallelamente però c’è anche una diatriba all’interno del campo indipendentista e democratico catalano, una contrapposizione nel fronte interno. La più visibile è quella tra i due partiti di governo. L’indipendentismo neoliberale del PDeCAT ed il centrosinistra rappresentato dall’ERC. Ma al di là della competizione tra i due partiti, il fattore decisivo all’interno del campo indipendentista sta nel fatto di poter o no andare oltre il blocco costituito dal governo della Catalunya, dall’ANC e da Omnium. I fatti verificatisi a partire dal 20 settembre, l’autorganizzazione dal basso e la radicalizzazione dello scontro possono favorire l’avanzare delle forze più a sinistra, tanto sul terreno politico (sostanzialmente la CUP) quanto sul piano sociale. Il ruolo che giocherà Catalunya en Comú sarà su questo decisivo.
Il partito dei Comuni, invece, è rimasto prigioniero di una politica passiva e da quando il governo catalano, nel settembre 2016, ha avviato il percorso verso il referendum, ha giocato sempre la carta del collasso interno dei diversi livelli di governo. Successivamente ha sperato che ogni passo del governo fosse stato l’ultimo e che il referendum unilaterale venisse bloccato strada facendo. Ha dovuto quindi pronunciarsi in ritardo e fuori tempo massimo riguardo al primo ottobre, andando sempre a rimorchio degli avvenimenti. Ha optato per toni tiepidi, difendendo la scadenza come mobilitazione, ma senza schierarsi perché avesse successo e senza chiamare ad un voto di massa. Dopo la repressione del 20 settembre ha modificato parzialmente la sua posizione, partecipando alla mobilitazione di protesta contro la repressione ma senza modificare il suo orientamento di fondo. Il voto in bianco di Ada Colau, né “si” né “no”, sintetizza bene la difficoltà dei Comuni rispetto al referendum ed il loro tatticismo elettoralista.
Passato il referendum si apre un nuovo periodo nel quale Catalunya en Comú dovrà scegliere: o andare a rimorchio degli avvenimenti e guardare quanto accade da una certa distanza o impegnarsi nel confronto con lo Stato e contribuire a sconfiggere la destra ed il centrosinistra indipendentista. Fare ciò non vorrà dire necessariamente assumere l’indipendenza come orizzonte strategico, ma almeno considerare che la rottura rappresenta ora la condizione necessaria per un eventuale prospettiva federale. Ciò significa che a partire dai propri punti programmatici sarebbe possibile appoggiare ora la proclamazione di indipendenza della Repubblica Catalana e l’apertura di un processo costituente. Se invece si mantiene fuori e al margine del processo indipendentista, solo il tempo potrà dire se questo spingerà Catalunya en Comú al margine della politica catalana o se, in caso di sconfitta dell’indipendentismo, potrà ritrovare un suo spazio di azione.
Se però alla passività dimostrata prima del 1 ottobre, segue un medesimo atteggiamento in questa nuova tappa che si apre, la natura del progetto di cambiamento politico e sociale di Catalunya en Comú verrà certamente e gravemente intaccata. Come abbiamo già avuto modo di segnalare in altre occasioni, in gioco non c’è solo la posizione di Catalunya en Comú nel dibattito indipendentista, ma la sua stessa pulsione costituente e di rottura. Si può comprendere dunque il disagio degli indipendentisti, in particolare degli indipendentisti di sinistra, nei riguardi del posizionamento assunto dai Comuni, ma ciò non dovrebbe fargli dimenticare la necessità di una politica unitaria, in particolare sul terreno democratico e costituente.
Podem ha sposato una posizione più attiva, di maggior coinvolgimento, in termini reali e onesti verso il referendum, spingendosi molto più in là rispetto a ciò che si sarebbe potuto immaginare. Ciò non toglie che vi siano limiti rilevanti, soprattutto la negazione del carattere vincolante del referendum e la difesa delle ragioni del “NO”. Due elementi che contraddicono la proposta dello stesso Podem di aprire un processo Costituente in Catalunya. Passato il 1° ottobre, ora Podem dovrebbe scegliere se restare ai margini della dinamica che si aprirà – un nuovo scontro con lo Stato derivante dalla proclamazione della Repubblica catalana indipendente e l’apertura di un processo costituente catalano – o se assumere il risultato referendario e inserirsi a pieno nella nuova fase di lotta contro lo Stato e nella lotta per cacciare la destra catalana dal blocco sovranista.

Sono quindi tre i compiti per il prossimo futuro: mantenere l’unità di azione del blocco indipendentista nei confronti dello Stato spagnolo; continuare a costruire questo blocco democratico e anti repressivo e contemporaneamente lottare per un cambio di forze in campo che favorisca la sinistra all’interno del campo della politica catalana. Ciò implica andare ad una questione di fondo: la discussione sul significato stesso del termine “indipendenza” nel mondo d’oggi e la sua relazione col concetto di “sovranità”. Il progetto dell’“indipendenza” si caratterizza per il modo di presentarsi come la soluzione globale ai problemi, ma è totalmente privo di qualsivoglia contenuto concreto. In realtà l’indipendentismo ufficiale, nella sua variante neoliberale come in quella di centrosinistra, potrebbe sfociare, nel caso ottenesse uno vero e proprio Stato, riconosciuto internazionalmente, in un progetto paradossale di indipendenza senza una sovranità reale, in uno Stato formalmente indipendente in posizione di subalternità alla UE, favorevole ai trattati internazionali come il TTIP e con una politica al servizio delle grandi multinazionali.
Sviscerare la nozione di sovranità e vedere come la sua dimensione nazionale, sociale, economica, alimentare… si mescola (e vedere anche come si relaziona con i concetti di democrazia e solidarietà per evitare una sovranità reazionaria) è uno dei temi di fondo del prossimo periodo. Detto in altri termini, la discussione da fare è su come tenere insieme una proposta di cambio politico con la proposta di un diverso modello sociale, economico e istituzionale per andare oltre il pericolo di un cambio senza cambio reale, incarnato dall’indipendentismo mainstream.

Contraddizioni, paradossi e impurezze

Coloro che a sinistra, tanto in Catalogna come nello Stato spagnolo, sono stati dal 2012 contrari o al margine del movimento indipendentista, lo hanno fatto segnalando con più o meno perizia le innumerevoli contraddizioni del processo. La più tipica di tutte: la presenza a capo del governo della Catalogna di un partito neoliberista, difensore di un’aspra politica di tagli sociali dal suo arrivo al potere nel 2010, e che non è mai stato indipendentista. Sopra già abbiamo rimarcato alcuni dei limiti, in termini di base sociale e delle forze in gioco, del processo politico catalano, e andare più a fondo nella sua caratterizzazione non è ciò che mi interessa adesso.

Oltre all'analisi concreta del movimento apertosi nel 2012, questa insistenza permanente sulle contraddizioni o imperfezioni del processo, fino al punto di esagerare e di inventarne alcune che non esistono, riflette un’attitudine di fondo eccessivamente scolastica nei confronti della stessa realtà sociale e che, spesso, è una costante di molte forze della sinistra quando si trovano di fronte a fenomeni che rompono i loro schemi.
Le contraddizioni, in maggiore o minore misura, fanno parte di tutti i processi sociali. Ciò risulta dalla complessità propria delle società umane e di come si danno i conflitti al loro interno. Non solo un movimento ha contraddizioni e limiti, ma anche la sua propria evoluzione provoca risultati contraddittori e limitati. Ciò ci riporta al vecchio problema del fatto che la teoria sociale chiama le conseguenze non intenzionali dell'azione sociale.

Qualsiasi strategia anticapitalista e di cambio sociale deve saper operare in un contesto di contraddizioni e limiti, per cercare di risolvere le prime in una direzione emancipatrice e ampliare i confini dei secondi. La strategia pura è esattamente quella che sa muoversi in un mondo impuro, contraddittorio e complesso. La ragione strategica pura non serve per cercare processi e lotte puri, ma per orientarsi nel mezzo alle contraddizioni e ai loro limiti. Pretendere di trovare processi incolumi nella realtà porta a una strategia pietrificata, sempre in attesa di ciò che non accade. La strategia allo stato puro implica l'assumere le imperfezioni delle lotte politico-sociali e, per estensione, della propria strategia stessa.

“Chi aspetta la rivoluzione sociale pura, non la vedrà mai. Sarà un rivoluzionario a parole, che non comprende la vera rivoluzione” scrisse Lenin nel 1916 a proposito dell'insurrezione irlandese di quell'anno e polemizzando con coloro che dentro il movimento socialista non la appoggiarono. Non stiamo assistendo a una rivoluzione o a un’insurrezione, ma l'idea serve anche per applicarla alla realtà catalana. Di fronte alle imperfezioni del conflitto reale ci sono due opzioni: optare per una politica passiva e, con ciò, contribuire ad aumentare involontariamente queste carenze, o optare per una politica attiva, che cerchi di intervenire sulla realtà e modificarla nella direzione desiderata. La prima opzione spinge, a seconda dei casi, verso il radicalismo passivo o astratto, il propagandismo lineare o la routine istituzionalista. Tutte politiche che, senza dubbio, non hanno niente a che vedere con un tentativo serio di cambiare il mondo.

Le contraddizioni e i limiti del processo indipendentista hanno favorito, come risultato della condensazione dei 5 anni di processo nella battaglia del primo ottobre, l'improvviso emergere di vistosi paradossi, un termine che ci riporta tanto a situazioni comiche quanto tragiche. Senza dubbio, i giorni precedenti al primo ottobre sono stati giorni paradossali. Partiti disobbedienti che facevano appello all'ordine e alla calma. Gente di sinistra con fiducia nei Mossos d'esquadra. Forze di destra che facevano appello alla disobbedienza istituzionale (per quanto elegantemente mascherata da compimento della nuova legalità catalana). Attivisti alternativi e/o libertari che volevano votare. Governi reazionari che accusavano di essere golpisti coloro che volevano organizzare un referendum. Nella attività reale, quando i processi sociali si accelerano, qualunque pensiero strategico che non voglia rimanere fossilizzato quasi già prima di nascere deve sapersi tuffare in uno scenario pieno di paradossi, dove le cose non sono ciò che sembrano e dove le conseguenze delle azioni non sempre sono chiare.

Il paradosso della strategia è che spesso può vedersi superata proprio dai paradossi della realtà. E il paradosso dei paradossi della politica reale è che possono, a volte, stimolare un pensiero strategico che superi i paradossi che precedentemente lo avevano disarmato.

*Josep Maria Antentas, professore di Sociologia nella Universitat Autònoma de Barcelona (UAB) e membro del Consejo Asesor de viento sur. In Italia è stato pubblicato il suo libro "Pianeta indignato" (Alegre, 2012)
Fonte articolo: http://vientosur.info/spip.php?article13069
Traduzione di Marta Autore e Marco Pettenella per communianet.org

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