Corrispondenze

«Angelina Jolie, il mio amore impossibile»

di Laura Castellanos
Intervista al Subcomandante Marcos che parla dei maggiori personaggi dell'America latina ma anche delle proprie passioni. Fidel Castro? «fuori dal comune», Chavez? «Un simbolo». Il Che? «Un uomo di una generazione che non è ancora nata»

In questa intervista, tratta dal libro Punto e a capo. Presente, passato e futuro del movimento zapatista (Edizioni Alegre, 2009, p.112, 13 euro) il Subcomandante Marcos esprime giudizi e opinioni su alcune delle principali figure dell'America latina, da Chàvez a Morales, da Fidel Castro a Che Guevara.

Ti dirò alcuni nomi
Ahi! Questo è un gioco molto vecchio e poi lo truccano sempre un po, però ok, va bene.
(...)

José Saramago

Lui ha preso un impegno con i popoli del mondo quando si è avvicinato a noi. E' stata una figura molto importante in un certo periodo, poi si è allontanato. Pensiamo che non sia stato per ragioni politiche, quanto a causa forse della sua salute e delle sue attività. Alla fine il Chiapas è molto lontano dalle Canarie.

Il giudice Baltasar Garzòn (uno dei contendenti nella polemica sull'Eta).

E' un mercenario della giustizia, di quelli che pensano che la giustizia sia un fenomeno mediatico come lo è la politica. Si vanta di dar la caccia all'Eta e in realtà l'unica cosa che ha fatto è stata dar la morte alla cultura basca. Ha chiuso giornali, imprigionato giornalisti e fa credere che tutto ciò sia parte della lotta al terrorismo.

Eduardo Galeano

La figura della letteratura ispanoamericana che più ammiro non è Garcìa Màrquez, né Vargas Llosa ma Eduardo Galeano, insieme a Mario Benedetti. Galeano addirittura più di Benedetti. Quando sarò grande voglio essere come lui. Galeano è capace d'esprimere sentimenti completi e complessi in piccoli paragrafi. E non mi riferisco al libro Le vene aperte dell'America latina ma a La memoria del fuoco, i cui tre tomi sono un gioiello della letteratura e una delle più belle lezioni di storia dell'America latina che abbia letto. Non lo scrivere, però è uno con le palle. Non mettere le parolacce, perché sennò tutto il mio appeal di persona colta va a farsi fottere.

Angelina Jolie

Il mio amore impossibile. La vera storia è che nel 2003 quando s'inaugurarono i Caracoles, alcuni indios del Nord America ci portarono un Cd coi loro canti religiosi e nei ringraziamenti compariva la Jolie, per il suo sostegno a favore delle riserve indigene. In principio pensavamo che fosse la tipica filantropia da artista e invece no, perché in realtà sua madre, che è già morta, discendeva da un popolo indigeno del Nord America. Senza pensarci due volte l'abbiamo invitata a Vicam e di sicuro non le è arrivato l'invito perché altrimenti sarebbe venuta.

A quel punto volli approfondire l'argomento riguardante alcuni dei protagonisti della sinistra latinoamericana. Non s'era detto nulla o quasi su di loro.
Evo Morales

Ha di fronte a sé il grande compito di dimostrare che è falso che il potere trasformi la gente onesta. Diciamo che il risultato di questa prova dipenderà dall'àncora che lo sostiene. La sua àncora è il movimento indigeno della Bolivia. La sua vicinanza o l'allontanamento dal movimento che l'ha portato al potere determinerà il suo futuro. E' ancora presto per parlare di Evo. A differenza di Lula che è stato quasi da subito una delusione, Evo ha ancora il beneficio del dubbio.

Hugo Chàvez

E' un simbolo per due motivi: ha un piede dentro una politica mediatica, con uno stile da caudillo, e un altro nel movimento politico che si sta risvegliando in Venezuela e che sta effettuando un forte processo di trasformazione. In verità Venezuela e Bolivia attirano la nostra attenzione e abbiamo cercato di seguirli più da vicino, senza distrarci troppo rispetto a quanto ci succedeva, per capire se è veramente possibile che un politico possa stare contemporaneamente “in alto e in basso”. Noi diciamo che in Messico non è possibile. Non pensiamo che in altri paesi sia irrealizzabile e stiamo aspettando di vedere cosa accade in Venezuela e in Bolivia. Ciononostante vediamo un problema: a volte ci rendiamo conto di cosa avviene ai piani alti e altre no. In realtà la storia che viene “dall'alto” ci arriva sempre rieditata e non precisamente dal caporedattore di Gatopardo ma dal suo protagonista: Chàvez, Morales Lòpez Obrador o chiunque vi sia in quella storia. E poi ciascuno decide con chi fare i conti. Sono di nuovo troppo solenne? A questo ha risposto l'Ezln con la Sesta Dichiarazione: con chi vogliamo fare i conti? Con gli intellettuali, gli artisti e gli accademici progressisti? O con gente come noi? Lòpez Obrador ha risposto a questa domanda, Chàvez risponde a modo suo e così anche Evo Morales e i Kirchner; ciascuno decide con chi gli interessa saldare la propria storia e ci scommette. Se non fanno bella figura con chi c'è sotto, non importa. A Carlos Menem, per esempio, non importa che il popolo argentino lo odi. I beneficiari della sua corruzione lo ringraziano.

Cristina Fernandez in Kirchner

E' l'esempio della politica come fenomeno mediatico. Lei incarna l'immagine che i piani alti vogliono per il governo di tutta l'America latina. In questo caso è anche donna...Visto che vi appassiona molto la questione della quota di genere. Sta facendo dei gesti. Non s'è registrato il gesto che ha fatto Laura come per dire: “Un'altra battuta come questa e te la faccio pagare”. Fino a che non si alterano le politiche economiche, va tutto bene. Quello che cercano sono dei governanti che, a differenza dei dittatori degli anni Settanta, controllino e orientino la dinamica sociale e che si vada avanti col processo di distruzione, in questo caso, in Argentina. Cristina Kirchner ha il vantaggio di essere colta, bella, moderna: tutto ciò che sognano le riviste dell'alta politica. Chissà quando i politici hanno cominciato ad assomigliare fisicamente agli imprenditori; perché prima i politici erano i brutti e gli imprenditori erano i belli, mentre oggi come oggi no, sono identici.

Fidel Castro

Fidel Castro è una domanda difficile per gli storici. E' un uomo eccezionale in tutti i sensi e si può criticare il suo ruolo nella lotta del popolo cubano ma non glielo si può negare. Chi pensa, come me, che i grandi processi storici sono opera di popoli interi e non di singoli individui, non può negare che a volte appaiono uomini fuori dal comune. Uno di loro è Fidel Castro. Un altro il Che. Come qui lo furono Juarez, Hidalgo, Morelos, Villa e Zapata. I popoli si trasformano, però certe volte le trasformazioni vengono incarnate da una persona che ha caratteristiche particolari. Io metterei Castro allo stesso posto di Villa e Zapata.

Il Che

Il Che ci ha anticipato. E' un uomo di una generazione che non è ancora nata. E non mi riferisco alla sua lotta rivoluzionaria, quanto al modello etico di essere umano dedicato agli altri. Nemmeno il cristianesimo lo ha fatto in questo modo ma non è solo questo, fondamentali sono le conseguenze che scaturiscono da tale modo di pensare. Molti dicono che la sua morte ha salvato il Che dalla disillusione, dall'essere un uomo qualunque. La sua morte segna la sua storia per le circostanze in cui avvenne; si discute se sia morto da idealista o da utopista e intanto ci si dimentica di quanto aveva fatto prima. Il Che avrebbe potuto dire “Basta” in Africa. E anche in Bolivia avrebbe potuto dire: «Fino a qui, non oltre, aspetteremo un'altra occasione, un'altra circostanza». E avrebbe potuto ritirarsi. Ci sono da considerare tutti questi elementi. C'è un estratto molto bello e onesto nei Passaggi della guerra rivoluzionaria in cui racconta come corre e come ha paura. Non è il superuomo che in seguito crearono gli apologeti, in quel testo lo vedi semplicemente come un essere umano e in quel momento lo metti a fuoco e dici: «Si, ebbene è un essere umano con determinate qualità, straordinario e quant'altro, ma che sente anche la paura e tutto il resto».