Corrispondenze

«In Tunisia la rivoluzione non è finita»

Valentina Porcheddu (da il manifesto)

La «blogger» Lina Ben Mhenni descrive la puzza dell’integralismo dopo i «gelsomini». Nel 2011 il rogo di un disoccupato innescò la cacciata di Ben Ali. Quello di una ragazza di 13 anni, oggi, cade nel silenzio generale.

Il 4 gen­naio del 2011, il gio­vane disoc­cu­pato Moha­med Boua­zizi si dà fuoco davanti alla pre­fet­tura di Sidi Bou­zid, nella Tuni­sia cen­trale. Un gesto for­te­mente sim­bo­lico, che lo ren­derà «mar­tire» e resti­tuirà al popolo tuni­sino il corag­gio di uscire in strada all’urlo di la khaoufa baada al’yaoum («mai più paura»), fino a rove­sciare – dopo ven­ti­tré anni di soprusi – il regime di Zine El-Abidine Ben Ali.

Il 28 mag­gio scorso, Eya – una tre­di­cenne della peri­fe­ria di Tunisi – viene bru­ciata viva dal padre e muore dieci giorni dopo in ospe­dale. Le cir­co­stanze del delitto non sono chiare ma secondo il sito d’informazione Kapi​ta​lis​.com l’uomo si sarebbe infu­riato con­tro la figlia per averla vista pas­seg­giare con un amico all’uscita di scuola. Nono­stante l’efferatezza del cri­mine, la Tuni­sia post-rivoluzione – che con il governo di Enna­dha ha bru­sca­mente virato verso l’integralismo reli­gioso – non sem­bra accu­sare il colpo. Lina Ben Mhenni, candidata nel 2011 al Nobel per la Pace per il suo atti­vi­smo durante la «pri­ma­vera araba», prova a spie­garci le ragioni.

È la prima volta che abbiamo noti­zia di un simile omi­ci­dio in Tunisia.

Que­sto è il primo caso d’immolazione con il fuoco che coin­volge un’adolescente. Ma anche se la stampa uffi­ciale non ne parla, in certe regioni dell’interno, alcune ragazze ven­gono uccise dai fami­liari per­ché «col­pe­voli» di aver perso la ver­gi­nità prima del matrimonio.

Come spie­ghi l’assenza di rea­zioni nella società?

Ulti­ma­mente tutto suc­cede nell’indifferenza. La gente è stanca e occu­pata dai pro­pri pro­blemi, il costo della vita ogni giorno più alto, la sicu­rezza minata dai gruppi ter­ro­ri­stici che cre­scono nel paese. La cosa più grave è che nem­meno le asso­cia­zioni fem­mi­ni­ste e quella per la pro­te­zione dell’infanzia, così come i par­titi poli­tici, si sono pro­nun­ciate al riguardo. Per il pros­simo 19 giu­gno, io e altri rap­pre­sen­tanti della società civile, abbiamo orga­niz­zato una mar­cia silen­ziosa in memo­ria di Eya che par­tirà dalla Piazza per i Diritti dell’Uomo a Tunisi.

Qual è il tuo giu­di­zio sulla nuova Costi­tu­zione in vigore da gennaio?

Dall’estero si con­gra­tu­lano con noi per que­sto tra­guardo e si dice sia una Costi­tu­zione moder­ni­sta, pro­gres­si­sta e rivo­lu­zio­na­ria. A un’attenta let­tura, però, ci si rende conto delle trap­pole lin­gui­sti­che di cui è infar­cita e delle dif­fe­renti maniere in cui può essere inter­pre­tata. Per me resta inchio­stro su carta. Anche durante il regime di Ben Ali – ecce­zion fatta per qual­che arti­colo che gli per­met­teva di eser­ci­tare il potere a vita – ave­vamo una Costi­tu­zione che era quasi accet­ta­bile sul piano teo­rico. Il pro­blema, ieri come oggi, è quello di una cor­retta appli­ca­zione dei princìpi.

Per quel che con­cerne i diritti delle donne, ci sono stati miglio­ra­menti o regressioni?

C’è un arti­colo che san­ci­sce l’uguaglianza tra cit­ta­dini di sesso maschile e fem­mi­nile davanti alla legge ma ciò non cor­ri­sponde a un’effettiva parità. Quando si parla di cit­ta­di­nanza, infatti, si taglia fuori la sfera pri­vata. La situa­zione non è peg­giore di prima ma dipende, appunto, da come ven­gono inter­pre­tate le norme.

Cos’è cam­biato, invece, nella strada?

Viviamo nell’insicurezza. Gli scon­tri tra ter­ro­ri­sti e poli­zia sulle mon­ta­gne, le aggres­sioni e le rapine in città sono all’ordine del giorno. Da quasi un anno, dopo l’assassinio del lea­der poli­tico Moha­med Brahmi, anch’io sono sotto scorta. Il mio nome è stato tro­vato in una «lista di liqui­da­zione» redatta da un gruppo ter­ro­ri­sta e c’è un video nel quale il capo dell’organizzazione isla­mi­sta Ansar al-Sharia, pro­nun­cia una con­danna a morte nei miei confronti.

È lecito par­lare di fal­li­mento della rivoluzione?

Non direi. Per me la rivo­lu­zione è ini­ziata nel dicem­bre 2010 e non si è ancora con­clusa. Non siamo riu­sciti a rea­liz­zare gli obiet­tivi prio­ri­tari che ci era­vamo posti e ora biso­gna affron­tare altre sfide. Io, però, non sono pre­oc­cu­pata per­ché – mal­grado sia dimi­nuito il numero delle per­sone che con­fi­dano nel cam­bia­mento – coloro che hanno gio­cato un ruolo chiave nella caduta di Ben Ali sono ancora attivi.

I blog­ger, del cui movi­mento sei una capo­sti­pite, sono ancora in grado di dare un con­tri­buto decisivo?

I blog­ger pos­sono ancora «distur­bare». Prova ne è il recente arre­sto di Aziz Amami, che ha denun­ciato le per­se­cu­zioni ai danni dei gio­vani rivo­lu­zio­nari, i quali ave­vano a loro volta cri­ti­cato la libe­ra­zione dei cri­mi­nali di regime. Io stessa subi­sco una cam­pa­gna di dif­fa­ma­zione da parte degli ex espo­nenti del Rcd (il par­tito di Ben Ali, ndr), che sono tor­nati in forza, par­te­ci­pano ai dibat­titi in Tv e si spac­ciano per i veri rivo­lu­zio­nari. Il mio lavoro gior­na­li­stico, però, è com­pro­messo per­ché le per­sone sanno che sono sotto scorta e non mi par­lano più spontaneamente.

Senti di avere un ruolo diverso rispetto a quando eri la blog­ger sim­bolo della «rivo­lu­zione dei gelsomini»?

Ora sono più attiva sui social net­work che sul blog, per­ché una comu­ni­ca­zione imme­diata e alla por­tata di tutti è spesso più effi­cace. Vengo invi­tata a par­lare del mio paese in tutto il mondo e nei pros­simi giorni sarò in Ita­lia per riti­rare il Pre­mio Ischia Inter­na­zio­nale di Gior­na­li­smo. Eppure, in Tuni­sia, c’è chi mi accusa di auto-promuovermi e chi, per i miei tra­scorsi negli Stati Uniti, mi reputa una spia al soldo dei ser­vizi segreti internazionali.

Tuo padre Sadok – lea­der sto­rico della sini­stra – ha con­tato molto per la costru­zione della tua coscienza poli­tica. I gio­vani della tua gene­ra­zione, invece, con quali punti di rife­ri­mento sono cresciuti?

Molti si sono for­mati all’interno dell’Unione Gene­rale degli Stu­denti, altri sono entrati nei par­titi poli­tici in gio­vane età. La par­te­ci­pa­zione poli­tica è senz’altro mino­ri­ta­ria nei gio­vani tuni­sini ma non total­mente assente.

La demo­cra­zia in Tuni­sia: uto­pia o possibilità?

Non mi piace per­dere la spe­ranza. Biso­gna con­ser­varla. Mi sono bat­tuta con pas­sione e per amore verso il mio paese. Anche se la mia vita è a rischio a causa di tutto que­sto, credo più che mai nel valore della libertà.