Vladimiro Giacchè su Liberazione

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CAPITALISMO TOSSICO
Di Vladimiro Giacchè (da Liberazione del 21/07/2011)

In questi giorni, in cui la crisi sembra riesplodere con la violenza dell’autunno 2008, è particolarmente importante possedere delle bussole per capire cosa accade. Anche oggi – come allora – la stampa e la pubblicistica dominanti ci parlano di “speculazione da imbrigliare”. Ma mentre allora si “riscopriva” lo Stato, implorandolo di fare il bagnino e di riportare a riva le grandi imprese finanziarie (e non solo) che affogavano nei loro debiti, oggi la parola d’ordine è “disciplina di bilancio!”. E sul banco degli accusati ci sono gli Stati, a causa dei debiti di cui si sono fatti carico. Il conto lo presentano proprio quei “mercati” che erano stati salvati. E gli Stati, contriti e ubbidienti, stanno girando la parcella ai lavoratori.
Per combattere contro questa ennesima beffa è importante capirne i meccanismi di fondo. Contro tutti i luoghi comuni. E’ quanto fanno Marco Bertorello e Danilo Corradi nel loro Capitalismo tossico. Crisi della competizione e modelli alternativi (Roma, Alegre, 2011, euro 16). Smontando la tesi, in fondo rassicurante, che contrappone una finanza “malata” ad un’economia reale “sana”. Al contrario: è proprio “l’intreccio inestricabile tra finanza e produzione” ciò che caratterizza lo sviluppo economico degli ultimi trent’anni, che ha risolto a suo modo la crisi degli anni Settanta. Soprattutto nei paesi anglosassoni (ma non soltanto lì), lo sviluppo del credito e della finanza ha fatto da contrappeso alla caduta dei salari e alimentato i consumi grazie alla crescita di valore delle azioni e allo sviluppo del credito al consumo, dando così respiro a imprese industriali dei settori maturi (si pensi all’industria dell’auto), che oltretutto sempre più spesso hanno ricavato profitti direttamente da attività speculative. La storia di questa crisi è la storia dell’implodere di questo modello di crescita drogata. Gli autori lo dimostrano con semplicità argomentativa ma anche con il sostegno di molti dati. Il problema è che a questa crisi, che ha posto in luce con straordinaria chiarezza l’incapacità di autoregolazione del capitalismo, non ha corrisposto un riequilibrio dei poteri dal privato verso il pubblico: lo Stato ha accettato di fare il maggiordomo. È stata così possibile quella che Slavoj Zizek chiama “la spoliticizzazione della crisi”: le scelte di violenta ristrutturazione delle imprese, e adesso di drastica riduzione dei servizi offerti dallo Stato, vengono così presentate non come scelte di classe, ma come risposte tecniche e necessarie. Ma è proprio questo assunto che deve essere rovesciato praticamente. In che modo? Facendo emergere “nuove rigidità con cui quelle dominanti dovranno fare i conti”, ricostruendo un pensiero e una volontà popolare radicalmente antagonistici. È un compito difficile. Ma – come ci ricorda Riccardo Bellofiore nella preziosa postfazione che chiude il volume – “o la sinistra recupera il senso dell’utopia, il senso della possibilità contro il senso della realtà, o è un morto che cammina”.