Vicini di casa, distanti nello spazio-tempo. Claudio Dionesalvi (da iviatodanessuno.it)

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“Bimbi, non v’allontanate troppo dal nostro ombrellone. La spiaggia è piena di italiani”. La frase scandita da un papà anticonformista risuona nell’agosto dell’ossessione securitaria a voler scandire una vendetta contro i luoghi comuni che attribuiscono le radici dell’odierna insicurezza ai migranti di ogni etnia e provenienza. Nel suo “Al palo della morte” (edizioni Alegre, collana Quinto tipo diretta da Wu Ming 1) Giuliano Santoro va ben al di là. Il libro è stato presentato nell’ambito della XIX edizione dello Joggi Avant Folk: come quelle di Cleto e Alessandria del Carretto, una delle poche rassegne estive autorganizzate, che in provincia di Cosenza mobilitano il cervello, oltre alle bocche e agli intestini dei viandanti agostani.
Prendendo spunto dall’omicidio a sfondo xenofobo del giovane pakistano Shahzad, avvenuto due anni fa a Roma, Santoro sfonda il dominio del fotogramma che congela la realtà distorcendone ogni possibile realistica comprensione, e dirada la cortina ansiogena innalzata dai media mainstream. Nella ricostruzione del contesto sociale e storico in cui è maturata la tragedia, scioglie i nodi che rendono intricata la complessità del presente. Soprattutto, in modo magistrale ci racconta Roma. Non nuovo a brillanti imprese letterario-giornalistiche, quelli con la testa di Giuliano, Omero li chiamava polytropos: ingegno multiforme. Oggi si direbbe multitasking. Soltanto uno dotato di una mente girevole può permettersi di incunearsi, in pochi anni, dietro dimensioni parallele come il web 2.0 (“Cervelli sconnessi”, Castelvecchi) e il grillismo (“Un grillo qualunque”, Castelvecchi), smascherandone l’illusoria verginità democratica. È addirittura riuscito nel prodigio di decrittare la Calabria che viviamo, attraversandola a piedi da un capo all’altro. Da quel viaggio è scaturito “Su due piedi” (Rubbettino), uno dei più gustosi libri del decennio.

Ciò che della scrittura di Giuliano Santoro incanta, funziona, stordisce, è la tendenza estraniante: frammentando l’ordito, impedisce al lettore qualsiasi contemplazione acritica. Lo stile in apparenza puntiforme, la tendenza a circoscrivere porzioni spezzettate di racconto, ritrova omogeneità nei fili nascosti che connettono sottotraccia i vertici delle figure descritte. Franco Piperno, nel suo manuale di astronomia visiva “Lo spettacolo cosmico” (DeriveApprodi), sottolinea l’efficacia di una rappresentazione grafica delle costellazioni, più comunicativa delle versioni allegoriche o geometriche con cui spesso gli astri sono raffigurati.

La Roma dipinta da Giuliano Santoro in “Al palo della morte” emerge con un prodigio grafico-letterario, unendo i punti da un vertice all’altro, come nei giochini delle riviste enigmistiche. È un’operazione di etimologia dei corpi, un vigile viaggio statico, preziosissimo se riletto in quest’estate di pilotate paure dilaganti. Proprio pochi giorni fa, appendendo lo zainetto al chiodo, Paolo Rumiz si chiedeva: “Ha ancora senso viaggiare?”, rilevando che “gli spazi di libertà si sono ristretti. Fette sempre maggiori di territorio sono in mano a mafie, dittature, fanatismi armati e predoni delle ultime risorse globali. (…) L’Europa stessa è in stato d’assedio e, quel che è peggio, si frammenta anziché serrare le file”. (…) Ma la riconquista può avvenire solo a patto di fare del viaggio un atto politico di resistenza, se non di anarchia. A patto di ricominciare da zero, dal pianerottolo di casa nostra, mettendoci consapevolmente contro un mondo che smantella gli spazi di incontro, i giochi, il canto, le fontane, le panchine”. Pochi giorni dopo, gli faceva eco Zygmunt Bauman, a dieci anni dall’uscita del suo “Paura liquida”: “I legami si frantumano, lo spirito di solidarietà si indebolisce, la separazione e l’isolamento prendono il posto di dialogo e cooperazione”.

La Roma di Giuliano – per dirla con il Marc Augé de “Il bello della bicicletta” (Bollati Boringhieri) – vive il dramma di un’urbanizzazione che “confina i sogni rurali nel cliché di una natura “organizzata” (i parchi naturali) o nel simulacro di una natura immaginata (i parchi a tema)”. Dentro questa distopia che s’avvera, Giulianino (il diminutivo stavolta non è un lapsus) mantiene in sé l’umana bellezza custodita nei bambini che pochi giorni fa sul litorale indonesiano sospingevano un delfino spiaggiato verso il mare, nel tentativo disperato di ricollocarlo nel suo ambiente naturale e salvargli la vita.
Il Corriere della Sera poneva la foto dei bambini indonesiani a confronto con un’immagine di un gruppo di adulti che, invece di soccorrerlo, si faceva i selfie con un altro delfino morente, spiaggiatosi in Argentina.
Ecco, in questo andare in profondità, rimettere le cose a posto, mentre gli altri si trastullano oggettivando l’essere e si lasciano reificare dalla società dello spettacolo, Giulianino compie un indiretto elogio della vita sociale, riflesso dell’umano istinto di restituire vita ai corpi reificati, ricollocandoli nel loro ambiente naturale. Un atteggiamento che rende la sua scrittura meravigliosamente bambina.

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