Un baratro sul comodino (Da Stampalibera.com)

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Mariagrazia Nemour (Da stampalibera.com 8/01/2013)

Puoi far posto a un baratro sul comodino? Sì, basta appoggiarci sopra il libro di Michele Giorgio.
E puoi scommetterci, passerai serate inquiete, perché leggere l’Odissea palestinese diluita un po’ per giorno nel corso di dieci anni sul Manifesto è un conto, ma rileggerla in una settimana nello spazio di un libro, è tutt’altro affare. Bisogna almeno intercalare la lettura con qualche melenso film di Natale, per resistere.
Sapevo in anticipo che raschiare le unghie contro le pareti del baratro palestinese non avrebbe salvato nessuno, eppure, pagina dopo pagina, mi sono trovata a sperare di leggere un finale di pace. Ma la luce non arriva dopo la lunga notte, perché il libro si chiude con la cronaca dell’assassinio di Vittorio Arrigoni.
Un uomo che fa sentire orgogliosi di essere italiani, Vittorio, nonostante le nostre autorità non abbiano ritenuto di omaggiare il ritorno in patria della sua salma. Già, perché Vittorio aveva idee bizzarre sulla pace, pensava si costruisse senza infilare un dito nel grilletto di un fucile.
Michele Giorgio è un abile falegname – dote che manca a molti giornalisti – costruisce finestre e si limita a dire: dai, guarda.

Ci vuole coraggio ad affacciarsi, molto più semplice è girare gli occhi altrove.
Da una delle finestre del libro Giorgio mostra il coprifuoco che fa morire di fame le pance dei palestinesi, da un’altra lascia scorgere il “turismo del terrore”, che permette ad ardimentose famiglie americane di inforcare un kalashnikov israeliano e sentire l’ebbrezza di puntarlo per un paio di settimane contro famiglie di Hebron o di Ramallah.
Leggendo il libro mi sono chiesta come un essere umano possa pensare di andare a godersi un po’ di sana guerra dalle colline vicino a Gaza, dopo il lavoro. Chissà perché i muri vengono finanziati con più facilità dei ponti. Si amputano mani, invece di stringerle. Ho avuto conferma che le “operazioni chirurgiche” si fanno solo per salvare vite umane; questo modo di dire, usato in un contesto di guerra, acquista un non so che di blasfemo.
Davanti alle finestre spalancate da Giorgio ho visto cadaveri piccoli, bambini, che hanno aspettato ore sotto il rosario dei cecchini israeliani, prima di poter essere raccolti. Ho sentito genitori piangere davanti alle ustioni dei figli; ustioni che dopo ore e ore continuavano a fumare sotto le facce sbigottite dei dottori, che non sapevano di dover intervenire sul fosforo bianco, le cui particelle non si spengono se esposte all’ossigeno. Israele non lo aveva dichiarato di aver usato quelle armi non convenzionali, anzi, ha fatto fatica ad ammetterlo anche davanti all’evidenza delle commissioni d’inchiesta. Israele fa fatica ad ammettere molte cose, e tenta di nasconderle innanzitutto a se stessa.
Quanta amarezza suscita il rapporto Goldstone sull’aggressione “Piombo fuso”, che si stupisce di come in guerra non si segua il protocollo internazionale. Già, perché la guerra ha le regole come il gioco del Risiko, ma nessuno le segue, perché è ridicolo parlare di lealtà, dignità o deontologia, quando si persegue l’obiettivo di ammazzare qualcuno.
E poi ho letto di come una guerra non finisca dopo che è finita: continua a incombere sui mutilati, i disabili, i ciechi, gli orfani, i pazzi, i disoccupati, che se la porteranno addosso fino alla morte, lasciandola in eredità ai figli. Un pezzo ai nipoti.
È un libro che non può lasciare indifferenti “Nel baratro”, perché si avverte quanta parte di Occidente – quanta parte di noi – ci sia, nelle scelte che impongono alla Palestina di non essere Palestina.