Uccidere Paul Breitner è davvero necessario - Matthias Moretti da "sportpopolare.it"*

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Il titolo è certamente d’impatto, cattura l’attenzione ma lascia mille punti di domanda. Il sottotitolo colpisce meno, sembra più scolastico, ma ha molta importanza: “Frammenti di un discorso sul pallone”. Scorrendo qualche recensione qua e là, Uccidi Paul Breitner (Edizioni Alegre, collana Quinto Tipo, 2018) viene definito come un libro sul calcio come strumento di dominazione, sia ideologica che concreta ed economica, politica e militare, una delle armi più efficaci che il potere ha per consolidarsi, ramificarsi, espandersi, moltiplicare i profitti. Ma una lettura del genere è semplicistica fino quasi al rischio di equivocare il senso del libro. E qui viene in aiuto il sottotitolo: quelli che ci regala Pisapia sono per l’appunto frammenti di un discorso, spunti per la ricerca e la discussione, segnali di fumo molto chiari e potenti per chi ha voglia di coglierli e ricostruire un discorso antagonista in un’epoca dove vorrebbero farci credere nella fine delle ideologie, della contrapposizione tra classi, della possibilità di lottare. L’interpretazione secondo cui il libro parla del calcio come strumento di potere sembra alludere al fatto che quest’opera sia un ritratto statico del disastro, della sconfitta, della lucida disillusione, quando è in realtà tutto il contrario.

L’intento dell’autore è casomai di stimolare un approccio autenticamente rivoluzionario al calcio. E alla vita, ché il calcio è parte di essa, e come tutte le cose del mondo risponde alle logiche dominanti, allo stato dei rapporti di forza. Combattendo in modo radicale un nemico infido e reazionario: la nostalgia. Un sentimento abusato o peggio messo a profitto, specie negli ultimi anni. Sia da una narrativa “di sinistra”, che si sintetizza nello slogan “against modern football”, sia da ancor più squallide operazioni di marketing da parte delle varie pagine social che spacciano facili sentimentalismi secondo cui i giocatori di “quando eravamo piccoli” erano tutti più forti, più belli, più romantici dei sempre più patinati giocatori attuali. Pura immondizia. Venduta per scopi di lucro e millantando a volte dignità letteraria. Retorica reazionaria dei “bei tempi andati”, in cui i prati erano più verdi e i cibi più sani. Ma magari al potere c’era il fascismo, o si moriva per  un raffreddore. Ma il paradosso è che è parimenti reazionaria anche la lettura pseudo antagonista che si scaglia contro il “calcio moderno”. Come se fosse mai esistito un calcio delle favole, libero dalla struttura di potere dispiegata sulla società intera. Gioco nato nella seconda metà dell’Ottocento, e quindi mai esistito al di fuori del capitalismo e delle sue regole, poi cresciuto catturando la passione di miliardi di esseri umani, era strutturalmente impossibile che si sviluppasse estraneo alle leggi che governano il mondo. È sempre stato “moderno”, è sempre stato “dei padroni”. E di conseguenza, ha sempre suscitato e accompagnato ribellioni, insubordinazioni, tentativi rivoluzionari, complotti carbonari. Perché è anche un gioco semplice e popolare per natura. Non servono infrastrutture particolari, basta un oggetto sferico e calciabile, il campo lo puoi delimitare come vuoi, è impossibile escluderti dalla pratica del gioco. Ovviamente, è possibile escluderti dalle vittorie e dai profitti. E bastano queste caratteristiche a farne un magnifico terreno di lotta. Nel passato, nel presente e nel futuro. «Se vuoi raccontare il calcio in maniera rivoluzionaria, non guardare a una presunta età dell’oro del passato, fai esplodere le sue contraddizioni». Semplice a capirsi, tremendamente difficile a farsi. Ma il messaggio sostanziale del libro è questo.

Nondimeno è molto interessante lo svolgimento. In questo l’autore attinge abilmente a uno stile narrativo che chi scrive attribuisce, magari sbagliando, a un’ispirazione “wuminghiana”. La narrazione storica e gli elementi di analisi sociale si mischiano sapientemente al romanzo, l’interazione tra i personaggi e le situazioni di fantasia e il reale dispiegarsi degli eventi storici è coerente e mantiene, anzi rafforza, la verità degli elementi oggettivi e la verosimiglianza di quelli soggettivi. Anzi, le parti di fiction servono a spiegare meglio le dinamiche generali, le storie individuali riempiono di vissuto quella che altrimenti risulterebbe fredda, ancorché valida, saggistica.

La stessa struttura narrativa è funzionale allo scopo: i tre macro-capitoli non sono in ordine cronologico, ma sono ambientati durante i Mondiali di Argentina ’78, Brasile 2014 e USA ’94. Al loro interno vige un’alternanza tra un capitolo che porta avanti la trama del romanzo, che si tinge all’occorrenza di giallo e spy-story, e un altro che sviluppa le riflessioni, alcune più organiche, altre più spezzettate e aneddotiche, sul calcio e il suo sviluppo politico, sociale e di costruzione di senso. I famosi frammenti di discorso di cui si parlava poc’anzi. Protagonista del primo capitolo è un flaccido e deforme guardiano di una delle terribili prigioni della dittatura argentina. Nel secondo la storia è narrata in prima persona da un lurido, potente e violento sgherro dei servizi di sicurezza della Fifa, con un passato più che inquietante. Nel terzo, tutto si svolge in un dialogo a tre fra rampanti esponenti della nuova élite legata alle televisioni e al loro incipiente strapotere, all’interno di un distopico centro commerciale. Due fili rossi seguono i capitoli sottotraccia e ricompaiono continuamente, in modo apparentemente marginale. Un televisore che trasmette immagini di una partita del Mondiale, mentre intorno regna il disinteresse, e le vicende dei guerriglieri tedeschi della Rote Armee Fraktion. Ma anche i protagonisti principali riveleranno delle continuità sorprendenti e inquietanti. Nel mezzo, i frammenti: nel primo capitolo sono disquisizioni di natura principalmente tecnica e tattica, tra catenaccio e calcio totale, conservazione e rivoluzione, oppressione e anticolonialismo, e sul modo in cui ciascuno può adattare una filosofia calcistica alle proprie convinzioni etiche e politiche. Nel secondo si vira sul calcio e i grandi eventi come strumento del trionfo neoliberista, fatto di profitti galattici, multinazionali e fondi d’investimento, oltre che repressione estrema delle fasce sociali deboli e militarizzazione sfrenata, pur mantenendo un quadro di democrazia formale. Nel terzo si vira, con l’obiettivo puntato sulla Gran Bretagna, sull’esclusione dagli stadi delle classi popolari a tutto vantaggio dello spettacolo televisivo, ottenuta con il grimaldello della demonizzazione della “violenza negli stadi”.

Il tutto è inframezzato anche da tante storie di squadre e calciatori, di ribelli veri o presunti, di truffatori e parvenu, e spesso capita di fermarsi e chiedersi se in fondo è più rivoluzionario chi mette davvero della sabbia negli ingranaggi del sistema, magari senza neanche rendersene conto, o chi sbandiera appartenenze che sono però anche ben vendibili sul mercato. Tanti anni fa i 99 Posse cantavano «sono la garanzia / che c’è la democrazia / ma vogliono che io stia / nella mia bella corsia». Frasi che potrebbero disegnare alla perfezione la posizione nella società di un Paul Breitner, ma anche – aggiunta mia – di un Cristiano Lucarelli. E allora perché non riflettere anche su quanto possano essere rivoluzionarie l’irriverenza totale di un Cantona, o la storia di Ali Dia, che negli anni Novanta gioca 53 minuti in Premier League senza neanche essere un giocatore di calcio, grazie a un’abile truffa? L’impatto rivoluzionario non tanto come risultato della veste che si indossa, ma dell’incisività delle proprie azioni sulla realtà circostante.

Il risultato finale di questa costruzione narrativa – per la verità non facile – è avvincente, le quasi trecento pagine scorrono e l’assottigliarsi delle pagine che mancano alla fine si accompagna con disappunto. Un concetto è chiaro, mette un punto, ed è quello già citato sul rifiuto del romanticismo passatista. Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Per il resto, è tutto aperto. Non è un libro definitivo, che chiude un cerchio, è piuttosto una pietra miliare, un punto di riferimento per chi desidera concretamente dare battaglia sul terreno del calcio. Un punto da cui non tornare indietro, ma sulla base del quale interrogarsi e ragionare, domandarsi e sperimentare. Consapevoli comunque che niente cambierà, se non sarà tutto il mondo a cambiare. Ma consapevoli anche che, pur trovandoci in un momento davvero buio per le istanze rivoluzionarie, i ribelli continuano a nascere, a conoscersi e a tramare, magari sottotraccia, o magari in modo inconsapevole. Proprio come in alcuni romanzi dei Wu Ming, ci muoviamo tra le pieghe della storia, pronti a tornare orda che si riversa sugli oppressori.

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