"Tabloid Inferno di Selene Pascarella". Di G. Iandoli da L’Opinabile – Rivista di critica in formazione

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Il postmoderno ci ha abituato a numerose pagine romanzesche metaletterarie, in cui si rifletteva sull’atto stesso della scrittura (in realtà, già nel modernismo erano presenti passi del genere, basti pensare all’ultimo capitolo di The portrait of the artist as a young man di James Joyce). L’obiettivo era quello di segnalare l’artificiosità dell’atto creativo letterario, raffreddare il coinvolgimento del lettore per restituirlo a un’esperienza più intellettuale che emotiva. Questo ha prodotto anche una certa vulgata critica in cui si è descritto il postmodernismo come una stagione slegata dai problemi del realismo, che non si preoccupava di rappresentare l’al di là della pagina poiché preferiva girovagare per le strade dei mondi letterari.
Gli anni Duemila, volenti o nolenti, hanno dovuto fare i conti con questa eredità (si veda New Italian Epic, di Wu Ming [1]): si è assistito a un urgente bisogno di reale, ma ciononostante non si sono abbandonati gli strumenti e le strutture postmoderne, che apparentemente non sembravano adatte alla rappresentazione del mondo in cui viviamo. Tabloid Inferno di Selene Pascarella si inscrive perfettamente all’interno di questo dibattito: pubblicato nel Settembre del 2016 da Edizioni Alegre, il testo è una «specie di diario» [2] in cui l’autrice narra della sua esperienza come redattrice di articoli per riviste di infimo livello e destinate a un rapido consumo. L’argomento principale trattato dalla Pascarella era la cronaca nera: ma anziché ricercare la verità attraverso un giornalismo d’inchiesta, l’autrice alimentava un mercato di narrazioni pulp finalizzate alla soddisfazione di lettori morbosamente attratti dal male nascosto nel quotidiano.
Il testo, per certi versi, è un felice manuale di narratologia pulp: mostrando gli artifici dei racconti, però, non disgrega il reale, anzi, lo afferma in maniera più onesta, perché si sancisce l’imprescindibile legame tra fatto e mito. A sottolineare questa forza delle storie sulla vita, la stessa Pascarella mostra gli effetti di questi miti sulla sua vita quotidiana: essendosi immersa completamente in narrazioni scabrose, la donna ha sviluppato atteggiamenti paranoici che la portano, ad esempio, a provare una particolare apprensione per i figli. Quindi il testo non solo decostruisce la cronaca nera, ma ne analizza anche la ricezione attraverso la confessione stessa dell’autrice, che diventa la cavia perfetta per saggiare i pericoli di un certo modo di raccontare i delitti.
Lo scarto, rispetto all’esperienza postmoderna, lo si legge soprattutto nei capitoli finali: la conoscenza di questi strumenti narrativi – che sono lungi dall’essere esclusivamente mezzi di creazione di finzioni – può trasformarsi in una potente risorsa mentale capace di migliorare la nostra interpretazione della realtà. E quindi tale testo, nato da una costante sovraesposizione dell’autrice a narrazioni tossiche, trasforma quel veleno in un vaccino per il lettore, nella speranza di preservarlo dalla virulenza della cattiva informazione.

[1] Non a caso Wu Ming 1 è il curatore della collana Quinto tipo alla quale appartiene il testo presentato in questo articolo
[2] Selene Pascarella, Tabloid Inferno, Roma, Edizioni Alegre, 2016, p. 251.