Stringere la mano a un assassino - Alessandro Stillo da "L'Indice"

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Il libro di Luigi Lollini fa del disorientamento del lettore la sua cifra stilistica, muovendosi tra fiction, spy story, racconto intimista, libro di inchiesta e impegno civile, variando il registro narrativo in corso d'opera.

Il lettore rimane interdetto, poco alla volta entra in questo gioco e inizia ad apprezzarne la consistency calviniana, la densità del narrare che ti ritorna alla mente dopo la lettura, in modo problematico e irritante, ponendoti dubbi e curiosità. L'io narrante che sostituisce l'autore, Alberto, forse l'unica concessione alla finzione, ci racconta le vicende di Eduardo Rosca Flores, un giovane studente ungherese incontrato casualmente a Bologna nel 1988 e frequentato negli anni universitari, di cui Lollini ricostruisce la vita a partire dalla sua morte, avvenuta in Bolivia in circostanze oscure che fanno pensare al tradimento (e qui la memoria corre al Che...).

Alberto ritorna agli incontri, giovanili con Eduardo, alle visite in famiglia a Budapest, cui poco alla volta si aggiungono documenti e testimonianze storiche, che superano una verifica on line che suggeriamo al lettore come parte integrante dell'esperienza e La Controfigura.

Eduardo Rosza, la controfigura del titolo, è una persona reale, controfigura appunto di sé stesso o di un altro, protagonista di un film del 2001, Chico, fondatore e leader della "Brigata internazionale croata" che agiva in ex-Jugoslavia, implicato in almeno due omicidi di giornalisti in quella terra e in quella guerra, l'inglese Paul Jenks e lo svizzero Christian Würtenberg.

Su entrambi i crimini è stato realizzato un cortometraggio, uno del 1994 visibile on line, Dying for the Thrut (1994) e l'altro presentato a Cannes nel 2018, Chris the Swiss. Nel suo piccolo, Chico è stato un protagonista, il libro di Lollini è un richiamo forse inconsapevole ma efficace «all'adozione nella storia del principio del montaggio. Nell'erigere, insomma, le grandi costruzioni sulla base di minuscoli elementi costruttivi, ritagliati con nettezza e precisione», come scrive Benjamin nei Passages.

Bruscolini che si accumulano, microstorie con cui spesso la storia non ha fatto i conti, che in questo caso affondano nella guerra in cui è implosa la Jugoslavia dal 1990 al 1995, chiudendo il secolo breve come già lo aveva aperto, con l'attentato di Sarajevo: Lollini ci trascina in queste storie che formano la storia, piantando poco a poco paletti fatti di ricerca, citazioni, protagonisti. Il lettore inizia ad avere dubbi sulla fiction dopo i primi capitoli, quando iniziano le citazioni di persone troppo ben conosciute a chi ha frequentato quel pezzo di Europa, Osservatorio Balcani e Caucaso, Nicole, Mario Boccia. Proprio quest'ultimo, lucido e appassionato cronista e fotografo della guerra in ex-Jugoslavia, illumina la personalità di Eduardo, degli "eduardi" della storia, in uno scritto in cui parla di questo antieroe negativo: «La realtà propone figure contraddittore e sorprendenti. Eduardo era un enigma [...]. Era loquace e disponibile, soprattutto con i giornalisti. Conosceva il mestiere e ti veniva incontro da collega. Sapeva di cosa avevi bisogno e distillava opportunità di scoop. Miele per un inviato [...]. La sua loquacità era stupefacente: notizie regalate anziché conquistate a fatica. Come se non aspettassero altro che noi. Troppo facile [...]. Ricordo i suoi discorsi allucinanti, fatti per confondere e stupire, passando da una lingua all'altra tra le tante che conosceva perfettamente [...]. Non fu quella l'ultima volta che ebbi la sensazione spiacevole di aver stretto la mano a un assassino».

Da L'Indice