Riccardo Rosa su Napolimonitor.it

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Napoli Monitor presenta #GeziPark.
di Riccardo Rosa (da napolimonitor.it)

“Alle 04.55 del 31 maggio 2013 i müezzin di Istanbul avevano appena cominciato a intonare il richiamo alla preghiera del mattino. A quell’ora, per chi fosse ancora sveglio e connesso alla rete, iniziava anche la diretta del panico di chi, per la quarta notte di seguito, aveva presidiato il parco Gezi e veniva attaccato dalla polizia”. Inizia così il primo capitolo di #GeziPark – Coordinate di una rivolta, libro edito da Alegre e scritto da un gruppo di ricercatori, giornalisti, documentaristi e attivisti che hanno provato a raccontare gli eventi che si sono sviluppati in Turchia nell’ultimo anno circa.

L’analisi delle rivolte di Istanbul parte da una sorta di cronistoria degli eventi, sviluppata da Fazila Mat nel capitolo Gezi Park: lavori in corso. Inquadrando le manifestazioni contro la demolizione del parco in un percorso più generale, quello della lotta contro i piani di trasformazione urbana del governo turco, la giornalista inserisce subito la questione Gezi in una cornice nazionale e internazionale. L’opera di pedonalizzazione di piazza Taksim e l’abbattimento del parco vengono spiegati come elementi essenziali per il consolidamento del potere dell’Apk, il partito del premier Erdogan, che sfruttando come volano la crescita economica del paese – conseguente all’ingresso di un flusso importante di capitali stranieri – ha dato vita alla costruzione di una serie di opere edili e infrastrutture destinate a cambiare radicalmente il volto della Turchia nei prossimi anni. I piani di trasformazione urbana, i progetti di demolizione in molte città del paese, la nascita di enormi complessi residenziali di lusso e le conseguenti speculazioni edilizie, la costruzione di un secondo canale tra il mar di Marmara e il mar Nero o di un terzo ponte sul Bosforo, sono tutte operazioni che il primo ministro Erdogan inserisce in una politica di presunto rinnovamento, ma che in realtà strizza l’occhio ai settori più conservatori della società. Una politica che riprende a man bassa concetti e parole d’ordine che vanno dall’“orgoglio della nazione” fino alla rivalorizzazione del passato ottomano.

Da quel momento in poi tutto ciò che è raccontato nel volume si articola su un doppio binario: da un lato la descrizione dettagliata del fenomeno turco, dall’altro l’articolazione degli elementi necessari (che culminano nell’ultimo capitolo di Fabio Ruggiero e Piero Maestri) per collocare le rivolte di piazza Taksim in un quadro internazionale, tanto politico che sociale. In quest’ottica il libro guadagna dalla ricchezza dei punti di vista degli autori e dai loro diversi profili professionali, così come dal procedimento schematico e solo a tratti accademico con cui viene messo ordine in una serie di questioni trattate in questi mesi spesso in maniera confusa e ambigua.

La cronologia e le analisi degli eventi (presenti e passati) diventano utile compendio per chi è a digiuno della questione ma anche un riferimento per chi intende andare più in profondità nella comprensione dei fatti. Le parti più interessanti sono proprio quelle che riescono a unificare questi due livelli, a cominciare dai paragrafi che tracciano i ritratti dei soggetti collettivi componenti la galassia dei manifestanti di Gezi. Gruppi non necessariamente politici in senso stretto, considerando l’ampio spazio dedicato per esempio agli ultras delle varie squadre istanbuliote e agli aleviti, oppure a chi come i Müştereklerimiz si adopera per unire le battaglie di entità diverse sotto un unico cartello, quello della difesa del concetto di bene comune.

C’è anche quest’aspetto, prettamente politico, nell’organizzazione degli scritti di #GeziPark: l’idea di tracciare, pur rifiutando il rischio di una lettura comune forzata, un filo che avvicini gli eventi turchi alle manifestazioni di questo inizio decennio, dalle primavere arabe fino alle rivolte in Brasile, ai movimenti degli Indignados e di #Occupy, analizzando tanto le specificità di queste esperienze quanto i punti di contatto, come le reazioni alla privatizzazione dello spazio pubblico, la domanda di partecipazione dei cittadini, il ruolo dei social network, la dura repressione da parte delle forze dell’ordine. Al termine della lettura, al massimo, il rischio è quello di rimanere sospesi tra un passato che ci coinvolge a tutti i livelli (non sono poche le analogie tra la gestione politico-mediatica dei governi turchi e italiani negli ultimi vent’anni) e un futuro che apre scenari di rivendicazioni che l’occidente europeo si dice pronto a cogliere da ormai troppo tempo, e che pure appaiono a tratti lontanissimi.