Recensione di Giuseppe Vergara da giuseppevergara.com

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In New Italian Epic del 2009 il collettivo Wu Ming propose l’acronimo U.N.O. (Unidentified Narrative Objects).
Oggetto narrativo non identificato. Un’opera che non riusciamo a classificare in un genere ben preciso. Un libro che il librario esita a riporre su uno scaffale piuttosto che su un altro, indeciso fra narrativa e saggistica. A qualche anno di distanza troviamo un membro del collettivo, Wu Ming 1, come direttore di una collana della casa editrice Alegre che, non a caso, ha deciso di intitolare, continuando a prendere a prestito terminologie che rimandano all’ufologia: Quinto Tipo.
 Un incontro ravvicinato del quinto tipo si stabilisce, secondo alcuni ufologi, quando c’è uno scambio di informazioni e conoscenze con un’intelligenza extraterrestre. Una collana quindi di libri che vuole stabilire un contatto fra intelligenze aliene al mainstream letterario (gli autori della collana) e i lettori. Libri che non sono romanzi, ma che non possiamo nemmeno definire saggi. Sono reportage narrativi, non fiction-novel, docufiction, mockumentary e qualsiasi altra definizione ci vogliamo inventare per esprimere un concetto che definisca il raccontare una storia (con ogni mezzo necessario) non utilizzando i canoni più classici della narrativa del romanzo così come la conosciamo.
In tre anni la collana Quinto Tipo ha prodotto dei lavori assolutamente interessanti come quello di recente pubblicazione, scritto con il cuore da Rosa Mordenti, intitolato: Al centro di una città antichissima. La storia indicibile di un partigiano e di chi lo uccise. Questa storia è una storia vera, personale, familiare che l’autrice ignora da bambina e che poi scopre per caso grazie a una frase scappata al padre durante un viaggio: «quando tua nonna era in prigione». Rosa Mordenti allora viene a conoscenza che suo nonno Renato, ex partigiano e giornalista sportivo dell’Unità, nel 1952 fu ucciso dalla moglie, la sua amata nonna, con un colpo di pistola in seguito a una lite, sul pianerottolo di casa. Sessantacinque anni dopo il fatto Rosa Mordenti si mette sulle tracce di quell’episodio indagando, non in famiglia, dove questa indicibile storia è rimasta sepolta ma fra gli archivi del quotidiano comunista e degli altri giornali dell’epoca, fra i documenti processuali e raccogliendo testimonianze orali.
È una ricerca fatta in punta di piedi che l’autrice si è decisa a scrivere quando ha capito che avrebbe potuto raccontare, ancor prima della morte, la vita di Renato Mordenti. Lo spunto glielo dà uno dei tanti amici famosi di suo nonno, il regista Carlo Lizzani, quando le racconta un episodio della resistenza romana del novembre del 1943 che vedeva protagonisti lui e suo nonno. Nella splendida pagina iniziale del libro che anticipa il prologo (o una specie di prologo come lo definisce l’autrice) Rosa Mordenti ce lo racconta questo episodio o meglio ci racconta cosa ha scatenato in lei, cosa le ha fatto vedere che prima non vedeva o che comunque non riusciva a cogliere fino in fondo. Da quel novembre del ’43 fino al tragico epilogo, nove anni più tardi, l’autrice ci accompagna nel raccontare un amore, nato con la libertà conquistata con la Resistenza, fra due giovani di estrazione sociale diversa ma uniti dagli stessi ideali che però con il tempo si guasterà a tal punto da sfociare in tragedia. Ma la storia che la Mordenti ci racconta non è solo quella della famiglia ma anche quella dell’Italia del dopoguerra senza mai dare lezioni ma creando un’atmosfera che sembra trascinarci dentro ad un film neorealista. E infatti i contatti con il mondo del cinema non sono pochi per Renato Mordenti, dall’amicizia con Carlo Lizzani alla partecipazione come attore in un film di Giuseppe De SantisRoma ore 11. E poi ritroviamo tutto il mondo del giornalismo dell’Unità, militante ma nella veste meno scontata della cronaca sportiva quella epica e ideologica che portò Renato Mordenti a seguire i campioni dell’Est come il ceco Emil Zatopek, detto “la locomotiva umana”. Per arrivare naturalmente al tragico epilogo da cronaca nera. Grazie a quello che è riuscita a ricostruire, Rosa Mordenti ci parla di un processo che fu anche mediatico e mise alla gogna l’omicida non solo per il suo gesto ma anche per quello che secondo i giornalisti rappresentava: una donna bella, esuberante, traditrice che amava fin troppo ballare, madre indegna. “Una comunista dilettante”. Fu condannata a quindici anni e sei mesi di reclusione, condanna che fu poi ridotta in appello a dieci anni e otto mesi. Alla fine ne passò effettivamente in carcere sette e poi visse una seconda vita, l’unica di cui ha memoria Rosa Mordenti. L’autrice però ha voluto andare oltre e si è presa il diritto di raccontare ma anche di regalare a sé stessa e poi a noi questa storia indicibile raccontata in modo stupendo con stile e delicatezza tanto rari quanto preziosi. E per questo la ringrazio.

La foto in alto è tratta dal film Roma ore 11 di Giuseppe De Santis.

Dal blog di Giuseppe Vergara