"Raccontare il lavoro". Carlo Tartivita su Club Dante

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Raccontare il lavoro
Di Carlo Tartivita (Da "Club Dante" 14/06/2012)

Avvicinarsi al mondo del lavoro narrando storie di lavoratrici e lavoratori. O meglio, addentrarsi in quel mondo grazie al contributo di dieci scrittori che hanno provato a raccontare il lavoro e i suoi protagonisti. Probabilmente è questo l'obiettivo di Lavoro vivo, un'antologia promossa dalla Fiom, che ha deciso di puntare sulle capacità di osservazione e immaginazione di chi scrive per mestiere. Una scommessa giocata in un contesto dove i diritti dei lavoratori appaiono sempre più minacciati - se non brutalmente erosi – e il lavoro risulta profondamente frammentato. Eppure, nonostante l'urgenza e l'unicità della tematica, i racconti che costituiscono il libro riescono a rappresentare in chiave narrativa l'eterogeneità e la complessità del lavoro, affrontando la sua quotidianità, ma anche la sua storia, o la sua memoria.
In poco meno di centosessanta pagine si alternano autori di livello, che si sono spesso cimentati con la forma del racconto. E ognuno di essi lo fa a partire dalle proprie inquietudini e con i suoi attrezzi. Come Carlo Lucarelli, che decide di trattare l'argomento delle morti sul lavoro nel suo “Devo dirti una cosa”, un piccolo giallo ritmato e saturo di suspense. Un genere letterario, quello del giallo, che si ritrova anche nello scritto di Gianfranco Bettin, “Giungla d'appalto”, in cui l'argomento delle morti sul lavoro si intreccia con il lavoro migrante. E i migranti, le cui voci risultano il più delle volte inascoltate, sono anche al centro di “No Cap”, il racconto della vita di un bracciante di Nardò realizzato da Milena Magnani. Ci sono poi anche storie come “Fuoco Manhattan” di Maria Rosa Cutrufelli, in cui la migrazione italiana viene rivista in chiave storica, gettando luce su significativi eventi del passato, o come quella di Giuseppe Ciarallo, “Eqquessaè”, in cui lavoro e migrazione vengono rivissuti su un piano più strettamente privato. Insiste sul medesimo piano anche Marcello Fois con il suo “Senza Buccia”, che riesce a proiettarci nell'universo di desideri e timori di un giovane operaio. Le vicende di un operaio sono narrate anche da Massimo Vaggi, il cui racconto, “Pezzi di ricambio”, si articola intorno alla voce di un anziano lavoratore ammalatosi in officina a causa dell'esposizione all'amianto. Ed è ancora un operaio a parlarci attraverso un monologo che poggia su un flusso di coscienza in “Manovia”, scritto da Angelo Ferracuti. Giampiero Rigosi, in “Ma scrivere è un lavoro?”, preferisce invece soffermarsi sullo stesso lavoro dello scrittore, indagando con generosità sulla propria condizione lavorativa. Ma forse il racconto che più colpisce è “Ricordo amaro di un'assenza”, per la convergenza dei temi affrontati (la sicurezza sul lavoro e il rapporto padre-figlio, innanzitutto), le emozioni che trasmette al lettore, e forse anche per la recente scomparsa del suo autore, Stefano Tassinari. Infine in chiusura ritroviamo la postfazione di Bruno Papignani, segretario della Fiom di Bologna, che ricostruisce la storia della creazione del volume, le difficoltà incontrate nel cammino, ma anche le soddisfazioni e le aspettative.
“Lavoro vivo”, senza la pretesa di raccontare il Lavoro tout court, offre una pluralità di sguardi volutamente narrativi su ambiti e soggetti che troppo spesso sono osservati distrattamente e che faticano a trovare spazio sia sulle cronache dei media che nelle analisi più approfondite degli esperti.