Quella tenerezza per l’autonomia operaia - Anna Di Gianantonio da "Quinto Tipo"

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Il sentimento che mi ha provocato la lettura del bel volume di Andrea Olivieri è di grande commozione.
Commuove, per averlo sentito raccontare e vissuto, la tenerezza dell'espediente letterario, o reale, del ritrovamento in una scatola delle foto di Albano e Leda, i nonni di Andrea, e di un ritaglio di giornale. Quest’ultimo testimonia di un possibile incontro tra lo scrittore Louis Adamic – immigrato negli Stati Uniti ai primi del Novecento, lavoratore, scrittore, giornalista, morto nel rogo della sua casa nel 1951, studioso attento e partecipe dei movimenti sociali e politici americani – e gli stessi nonni a Zenica, in Bosnia, dove gli Olivieri erano finiti per essersi schierati dalla parte di Stalin nel corso della cosiddetta “rottura del Cominform” del 1948, in cui il destino dei due capi di stato comunisti si separò per circa un ventennio.

Andrea Olivieri riesce a collegare la storia degli operai, al di qua e al di là dell'oceano, attraverso un filo che in questi anni è stato spezzato dalla storiografia: il filo delle lotte spontanee degli sfruttati e degli oppressi, lotte accompagnate dalla dimensione del desiderio, del sogno, dell'avventura e, soprattutto, dalla sovversione dei ruoli: quello di genere, ma anche quello che distingue i comportamenti politici leciti da quelli illeciti. Nella politica fatta “dal basso” non giocano elementi solo razionali e deducibili a posteriori dalla documentazione archivistica, ma sono in atto volontà, passioni e dimensioni immaginarie che sono leve di cambiamento al di là dei condizionamenti e delle considerazioni politiche ed economiche.

E sono proprio queste molle ad essere poco considerate dalla storia; ci vuole appunto la letteratura o i materiali ibridi per portare alla luce i sentimenti.

In questi ultimi anni, a differenza di quanto è accaduto nel decennio dal 1960 al 1970, la storiografia ha fatto di tutto per ridarsi uno statuto scientifico, contro quelle che erano considerate derive soggettivistiche e autobiografiche, e ha pensato nuovamente che per studiare il movimento operaio bisognasse studiarne le forme organizzate.
L'analisi degli avvenimenti della Venezia Giulia ci fa vedere come i lavoratori si muovessero talvolta in autonomia dai dettami delle organizzazioni, non tanto o non solo per una cosciente volontà soggettiva, quanto perché il Partito comunista era stato disarticolato dalla repressione degli anni 1930 e 1940. Basti pensare alla fine del dirigente comunista Vincenzo Marcon “Davilla”, eliminato presumibilmente dagli stessi compagni perché troppo vicino alle posizioni degli sloveni, e poi a Luigi Frausin e Vincenzo Gigante, dirigenti dal l943, eliminati dai nazisti subito dopo.
Nel libro si coglie un passaggio generazionale di esperienze dai nonni reali e simbolici al nipote. L'idea del flusso delle lotte e dei comportamenti è molto innovativa, perché oggi, nella mentalità diffusa, viene evidenziata solamente la frattura, l'idea cioè che il passato sia definitivamente morto e per nulla replicabile. Invece la tradizione sta lì, simile a un astro lontano, ma la cui influenza nel sistema solare è sempre presente.

Leggendo il libro di Andrea Olivieri la cosa che colpisce è vedere il legame forte tra le lotte degli operai dell'Iww in America ai primi del Novecento e quelle del Monfalconese dell'immediato primo e secondo dopoguerra, ma anche l'affinità con le lotte dei lavoratori dell'Assemblea autonoma di Porto Marghera che, negli anni Settanta, hanno offerto alla mia generazione una scuola straordinaria di competenza, attenzione, profondità culturale oltre che politica che abbracciava non solo la conoscenza del ciclo produttivo, ma i meccanismi sociali più complessi. In questo i lavoratori erano simili agli operai del Cantiere navale di Monfalcone che negli anni Trenta costituivano, come raccontano le testimonianze, una “università proletaria” per i giovani operai che entravano negli stabilimenti.
I “mistri”, cioè gli operai più esperti e qualificati, insegnavano l'internazionalismo che essi stessi e i loro padri avevano appreso da una corrente politica particolare, l'austro marxismo asburgico di Otto Bauer, Karl Radek e Angelo Vivante.

Mentre molti intellettuali triestini irredentisti parlavano degli sloveni come di una “razza inferiore”, gli austro marxisti avevano capito, come i colleghi degli Iww, che la lotta doveva essere priva di discriminazione nazionale o non sarebbe stata incisiva.

Leda

Dicevo che a mio avviso parte della storiografia, soprattutto dalla fine degli anni Ottanta in poi, non ha colto l'aspetto spontaneo dell'agire politico e nella Venezia Giulia la guerra fredda e la rottura del Cominform, con la dannazione reciproca tra seguaci di Stalin e quelli di Tito, hanno messo in ombra, quando non aspramente e duramente condannato, le lotte e le aspettative dei ceti popolari alla fine della Seconda guerra mondiale.
Parliamo dell'annessione alla nascente Federazione jugoslava come settima repubblica. In questo gli operai internazionalisti di Monfalcone sentivano, a differenza degli irredentisti, l'amor di patria come vicinanza politica e non nazionale. La patria era dove si poteva vivere nel socialismo, dunque nella nascente Jugoslavia.

Paradossalmente, quando con altri studiosi abbiamo ripercorso nel volume L'immaginario imprigionato (Monfalcone, 2005) le vicende del monfalconese nel dopoguerra, la dissoluzione del Pci alla fine degli anni Ottanta e la possibilità di poter liberamente raccontare il «sogno di una cosa», di cui parlava Pasolini, di nuovo è ritornato a galla il rimosso congelato per anni in seguito alle censure che lo stesso Pci, già a partire dal 1947 con Vittorio Vidali, aveva operato sull'esperienza dei monfalconesi. Così finalmente negli anni Novanta i testimoni hanno raccontato i desideri e le considerazioni che li avevano spinti a mettere le “ruote alle case” per spostarsi in Jugoslavia, all'indomani della conclusione del ciclo di lotte e il definitivo stabilirsi dei confini.
E a proposito delle rimozioni e delle censure la stessa cosa è successa per le lotte degli anni Settanta. Anche qui il processo 7 aprile e il delitto Moro hanno ammutolito l'esperienza dei conflitti spontanei che avvennero in tutta Italia, anche nelle zone prima controllate dalla Democrazia cristiana e dalle parrocchie, appiattendole nella definizione di «terrorismo» e di «anni di piombo».

Torniamo al volume. Louis Adamic va negli Stati Uniti nel 1913 per sfuggire forse alle ritorsioni che avrebbe potuto subire per una manifestazione a Lubiana nell'allora Impero austro ungarico, in cui il suo amico Janko perde la vita.
Arriva negli Stati Uniti appena quindicenne e cerca lavoro. Conosce la situazione del paese dove, a partire dall'ultimo ventennio dell'Ottocento e sino allo scoppio della guerra, arrivano diciotto milioni di immigrati che i capitalisti vorrebbero fossero semplicemente forza lavoro.
In questo contesto si organizza l'epica storia dei sindacato Iww che cerca, con uno sforzo enorme, di far partecipare alle lotte i lavoratori, uomini e donne, di ogni nazionalità e di ogni colore. Un enorme lavoro di ricomposizione di classe, si sarebbe detto un tempo, fatto non solo contro padroni che usano ogni mezzo per reprimere i conflitti, ma anche contro il sindacato di Samuel Gompers, l'Afl, che vuole dividere e gerarchizzare i lavoratori bianchi dai neri, le donne dagli uomini, i minatori dagli operai delle fabbriche, i residenti dagli stranieri.

Louis osserva e partecipa alle lotte, si arruola nell'esercito, ottiene la cittadinanza americana, scrive, gira per gli States e si rende conto del carattere selvaggio del capitalismo. Pubblica, nel 1931, il libro che leggemmo tanti anni dopo, Dinamite, un testo a metà tra autobiografia, saggio storico e reportage.
Intanto si sposa con Stella e insieme fanno un viaggio in Jugoslavia e qui conoscono ancora meglio la discriminazione e l'oppressione che gli sloveni vivevano sotto la dittatura nella Venezia Giulia, dove il “fascismo di frontiera”, come lo chiamano gli storici, discrimina in modo violento gli sloveni e i croati annessi dopo la prima guerra mondiale nei territori assegnati all'Italia dal Trattato di Rapallo. Si tratta di una politica persecutoria e razzista nei confronti di una comunità che viveva da millenni sul territorio, una zona mistilingue, dove le nazionalità si mescolavano e si intrecciavano in modo indissolubile. Proprio per questo il nazionalismo irredentista prima e il fascismo poi dovevano proclamare con grande forza l'italianità, in quanto essa era davvero difficile da individuare anche in città come Gorizia e Trieste.

Ottone al lavoro sulla Saturnia

A Monfalcone, dove lavorano Albano e Leda, esiste una classe operaia che ha una visione del mondo complessiva e articolata, maturata in uno stabilimento di circa quattordicimila persone, che mette insieme uomini e donne che provengono da paesi sloveni del Carso, da Trieste, dalla Croazia, dal Friuli, dall’Italia meridionale. La fabbrica ha una straordinaria storia di lotte che si svolgono nell’immediato primo dopoguerra, lotte così dure che la loro repressione farà utilizzare le prime squadre fasciste nello stabilimento. Il primo ciclo di lotte si chiude nel 1921 con l'avvento del fascismo, i licenziamenti e l'emigrazione, ma riprende con la caduta del fascismo. Nel settembre 1943, immediatamente dopo l'armistizio, circa un migliaio di operai, guidati dai loro compagni di lavoro, lasciano la fabbrica e si dirigono a piedi verso Gorizia nel tentativo disperato di fermare l'occupazione nazista. Insieme a loro combattono partigiani sloveni, in azione sin dai giorni successivi all'occupazione italiana del 6 aprile 1941. Si tratta della “battaglia di Gorizia”, la prima battaglia partigiana d'Italia, in cui perdono la vita circa cento operai e in seguito alla quale si rafforzano i battaglioni partigiani sul Carso e sul Collio.
Nella Venezia Giulia, in cui i rapporti con gli sloveni si sono sedimentati in fabbrica e già a partire dal 1941 la collaborazione tra antifascisti delle due nazionalità è forte, la Resistenza è più lunga dei venti mesi del resto d'Italia. Ciò consente di operare un vero e proprio rovesciamento politico e di ruoli: per quanto riguarda le donne esse non si dedicano solo al lavoro di cura e di maternage, ma alla lotta vera e propria, anche armata; il rovesciamento è valido anche per gli uomini che combattono dandosi da soli l'autorevolezza per dirigere le lotte ed essendo riconosciuti dai compagni di lavoro.

Leda, la nonna di Andrea, fa parte del Gap “Montina” di Vinicio Fontanot – i cui cugini combattevano in Francia nella Resistenza dei lavoratori immigrati, al comando dell'armeno Missak Manouchian – che si distingue per espropri di merci utili alla Resistenza e per il trasporto di esplosivi. Duecento chili di tritolo e due bombe di aereo vengono sottratti ai carabinieri di Precenicco (Udine). Vinicio, con il suo gruppo, rapina la banca di Torviscosa, portando via oltre un milione dell'epoca. Ribaltamento significa anche accettare forme di lotta prima del tutto impensabili.
Albano e Leda affrontano rischi enormi. Sul territorio agisce dal 1942 un organo repressivo come l'Ispettorato speciale di P. S. dove la tortura è il mezzo comune per estorcere le informazioni, dal 1944 c'è a Trieste la Risiera di San Sabba, è attiva la Caserma Piave di Palmanova in cui avvengono delitti terribili che Andrea racconta descrivendo la figura di Angelo Černic, torturato in modo bestiale in caserma, il cui figlio Ferruccio è padre di Denis, il bambino con cui Andrea negli anni Settanta gioca a Vermegliano, il piccolo paese vicino a Ronchi. Storie e situazioni che si legano per arrivare sino a noi, oggi.

Finita la guerra Albano diventa presidente del Comitato di distretto di Monfalcone. Gli operai sono favorevoli all'annessione alla settima federativa: in effetti non sanno bene quale sarà il loro status in questa nuova repubblica né come le cose saranno organizzate per la minoranza, ma vogliono un radicale cambiamento nei rapporti di potere che vedono riproporsi tali e quali come prima della guerra, con la presenza degli americani e l'organizzarsi di fascisti ed esuli.
La parola d'ordine operaia è la difesa dei “poteri popolari”, della democrazia diretta che avevano esercitato durante i quaranta giorni di amministrazione jugoslava tra il primo maggio e il 12 giugno 1945. I dirigenti del partito filo jugoslavo cercano di far coincidere nell'immaginario la democrazia dei poteri popolari con la settima federativa.

Nella zona il Partito comunista filo jugoslavo deve fare i conti con il Partito comunista italiano che manda prima Giacomo Pellegrini e poi Giordano Pratolongo per convincere gli operai e i contadini che ormai i confini sono decisi e che occorre normalizzarsi e comprendere che la Venezia Giulia sarebbe stata italiana, anche politicamente. Sarà Vittorio Vidali a imprimere la svolta decisiva nel 1947, criticando duramente i comunisti filo jugoslavi e chiamandoli, dal 1948, titofascisti.
Gli operai non comprendono le alchimie politiche e gli estremi cambiamenti che portano allo sciogliersi del Partito comunista della regione Giulia, filojugoslavo, al crearsi del Partito comunista del Territorio libero di Trieste, che si forma dopo la creazione della zona A ad amministrazione americana, e poi all'adesione dei giuliani al Pci. Manifestano la loro opposizione con lotte durissime che arrivano al blocco del giro d'Italia sul ponte di Pieris, per esprimere la contrarietà all'adesione all'Italia, con uno sciopero durissimo di dodici giorni in cui si chiede il ripristino da parte del governo militare alleato addirittura dei poteri popolari e infine con il trasferimento in Jugoslavia, come faranno Albano e Leda. Il processo per lo sciopero politico nel 1948 e la dura condanna del partito contro i compagni avventuristi, compreso Giorgio Iaksetich, uno dei comandanti partigiani di maggior prestigio, metteranno una pietra tombale su quell'avvenimento.

Ciò che avviene successivamente ai comunisti cominformisti ma anche a coloro che in Jugoslavia lavorano senza essere perseguitati, richiederebbe un altro lungo e complesso racconto.

Anna Di Gianantonio, storica, insegnante goriziana e presidente dell'Anpi di Gorizia, è autrice tra gli altri di Ondina Peteani. La lotta partigiana, la deportazione ad Auschwitz, l'impegno sociale: una vita per la libertà, Mursia 2011; L'immaginario imprigionato. Dinamiche sociali, nuovi scenari politici e costruzione della memoria nel secondo dopoguerra monfalconese, Consorzio Culturale del Monfalconese - Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel FriuliVenezia Giulia, 2005; e con Marco Puppini di Contro il fascismo oltre ogni frontiera. I Fontanot nella guerra antifascista europea, 1919-1945, Kappa Vu, 2016.

Da Quinto Tipo