Precariato in Wonderland (da L'Indice)

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Che il cielo della letteratura sia solcato dagli UNO (Unidentified Narrative Objects, come li definiscono con ironia da laboratorio i Wu Ming) non rappresenta in sé un fatto nuovo. A prescindere da ogni meticciato tra generi (frutto essi stessi, lo sappiamo, di etichette di comodo) è da sempre che testi di imbarazzante collocazione formale ampliano i confini del letterario: inchieste o memoriali che diventano romanzi, saggi brevi modellati in novelle, e così via. Ciò che piuttosto pare nuovo è il tipo di attenzione a questi oggetti alieni e al dato stesso di un’irriducibilità agli schemi, spesso in rapporto con forme di resistenza etica e politica. E non stupisce che ora gli UNO assurgano a oggetto specifico di una nuova collana, “Quinto Tipo” (di incontri ravvicinati, a continuare ironicamente la metafora ufologica) diretta da Wu Ming 1 per le romane Edizioni Alegre.

Che già in passato, va detto, ne avevano offerto esempi significativi: uno tra tutti quell’Amianto. Una storia operaia di Alberto Prunetti riproposto da Alegre nel 2014 in versione arricchita (prefazione di Valerio Evangelisti, postfazione di Wu Ming 1 e Girolamo De Michele, pagg. 192, euro 14,00) dopo la prima edizione per Agenzia X, 2012 (cfr. “L’indice”, 2013, n. 2). Un grande libro che salda con incredibile equilibrio (vivacità, commozione, ironia) la memoria personale e familiare, l’inchiesta sul lavoro, la saga operaia e il romanzo (quasi) picaresco, restituendo voce a un intero popolo di lavoratori dell’acciaio in un’Italia che affastella leggi sull’Ilva e pratiche sui morti d’amianto. Per importanza civile, qualità e onestà di narrazione, Una storia operaia di Prunetti è sicuramente uno dei grandi libri italiani degli ultimi anni.

I temi del lavoro e della denuncia sociale sposati a una convincente cifra narrativa riemergono ora nel primo titolo di “Quinto tipo”, Diario di zona di Luigi Chiarella in arte Yamunin (2014, pagg. 319, euro 16). L’epoca sono i primi anni Dieci: Chiarella, uomo di teatro, calabrese da anni immigrato in una Torino che sta imparando a conoscere (nel bene e nel male), si trova all’improvviso senza lavoro. Inizia così, nell’impennare dell’ansia, una raffica di vani tentativi di collocarsi e, dopo molto peregrinare, l’uomo deve infine accettare un impiego precario da letturista dei contatori dell’acqua. L’esperienza è all’inizio traumatica: suonando i campanelli riscontra (come temeva, ma non a tal punto) più sospettosa ostilità che collaborazione, e tutto un codazzo di reazioni sociali frutto in parte della “nuova” crisi, in parte legati a problemi più antichi, specifici o meno di Torino.

Di fronte a un lavoro quotidiano che impatta su di lui in modo tanto pesante, Chiarella reagisce però con gli strumenti che gli sono propri: e inizia a raccontare sul blog Satyrikon le avventure delle proprie giornate in una Wonderland urbana tra pulsantiere e cantine, androni e pozzetti. Riproducendo dialoghi, ricostruendo situazioni, rievocando sensazioni e sentimenti degli interlocutori e naturalmente propri: dove lo stile del resoconto risente certo della sua vocazione teatrale (scambi verbali straordinari, un’attenzione vivida alla mimica e al senso complessivo della scena, grande fluidità negli stacchi da un incontro all’altro) ma con l’assoluta autenticità di un’esperienza umana.

Tale materiale è oggi riproposto, coordinato e rivisto, nel volume per Alegre: qualcosa che non rappresenta semplicemente un’ibridazione sperimentale di generi narrativi, ma quel tipo di esplosione di forme note che genera energia narrativa. Chiarella offre così un testo che è insieme memoria dal ventre buio del lavoro in Italia (tanto spesso sfruttato, avvilente, deumanizzante) e inchiesta sociale sulla vita dietro i muri dei palazzi, occhieggianti di una popolazione in sindrome da assedio; che è album fotografico (per l’intensità delle inquadrature in cui ferma bozzetti, istanti di vita urbana, emozioni e moti di viscere) e impagabile studio linguistico, con tanto di rese grafiche della Babele di idiomi neppure più semplicemente riconducibili a varianti dialettali. Che è, ancora, un’incredibile mappa di una città ignota ai suoi abitanti, in obliquo rispecchiarsi in altre infinite città invisibili di tutta Italia (il lettore subalpino può avvicinarla insomma con lo stesso sapore di perturbante che avvertono i non-torinesi); una mappa che lascia anzi decifrare (come, qualcuno fantastica, quella di Piri Reis) i profili di terre nascosti dai ghiacci del quotidiano. E attraverso tutti questi motivi ma insieme per il suo respiro e intensità, Diario di zona finisce col rappresentare anche un grande romanzo urbano.

Dove troviamo di tutto. Dall’incontro inatteso con la nipote di Che Guevara alla memoria di Salgari, dal meteorite custodito come un Palladio nel ventre di una collina sul Po agli scambi di battute con un vecchio mafioso, dalle battaglie ideali su scuola pubblica e no-Tav allo strapotere cittadino di una squadra di calcio legata (guarda caso) a una grande azienda automobilistica. Chiarella lavora sodo ma intanto ascolta, parla, assembla un memoriale che contro ogni pregiudizio (che sarà mai, la vita di un letturista) incalza invece il lettore pagina dopo pagina.

Muovendosi in bicicletta, con un libro per i tempi morti e un’ideale e ricchissima colonna sonora nella testa e nella voce (dove letture e musica costituiscono un vero e proprio contrappunto alle avventure quotidiane) Chiarella costruisce così il resoconto di un’esplorazione nel profondo di quei visceri spaziali e sociali che tanto rivelano di una comunità. Scopre una città dalle porte sempre più chiuse (sospetto, ostilità, tanta paura), ma anche improvvise resistenze di calore umano, specie dei più anziani; scopre miopie e memorie, a volte intenerite o straziate, mentre latita la speranza; scopre rabbie covate, a volte grette di razzismo più o meno esplicito, ma altrove mosse da indignazioni più alte. Ci sono i ricchi, certo, magari arroccati in vere e proprie case-fortezze; ma soprattutto sacche diversificate e diffuse di povertà (economica, culturale, affettiva) tra edifici nati male o male conservati, caseggiati in semiabbandono, aree lasciate a se stesse. A mappare a quel punto una diversa toponomastica, Chiarella prende però ad annotare i nomi dei partigiani caduti disseminati sulle lapidi lungo le strade: ricordi che riportano ai fondamenti di qualche vita civile, contro ogni vieta retorica o strumentalizzazione.

Diario di zona, dunque, perché “zone” sono le porzioni numerate della città battute dai letturisti; ma il termine richiama anche, in senso meno tecnico, brandelli di un corpo urbano senza riferimento a un centro. È infatti periferia dove vedi le cose da un punto di vista marginale rispetto alla città in bella mostra, quella dei lustrini e dei manifesti arguti coi giochi di parole, delle iniziative-vetrina e dei grattacieli puntati tra amministrazioni e banche. È periferia la stragrande maggioranza della città, e persino il centro colto da certe angolature, come sottoterra, negli infernotti o comunque “da sotto”, in tutti i sensi possibili. Grattando appunto sotto la superficie, scavando sotto l’immagine di figura e in qualche modo farlocca (non foss’altro per lo scarto percentuale tra chi la incarna e il resto della popolazione) Chiarella riflette e fa riflettere tra rabbia, commozione e ironia sulle urgenze di una convivenza (presunta) civile. E dal suo punto di vista periferico (il lavoro precario, faticoso e avvilente, destinato oltretutto a un’amara e grottesca conclusione) consegna un romanzo che va ben oltre il semplice cahier de doléances o uno specifico torinese, e meriterebbe un attento ascolto.