Perché il calcio è un dispositivo di potere (e perché non possiamo evitare che lo sia) - Hamilton Santià da Linkiesta*

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Il calcio è un dispositivo di potere. Quello che succede in campo è solo in minima parte determinato da quello che si decide nello spogliatoio e quello che si prova in allenamento. È la storia più vecchia del mondo, ma la profondità e il radicamento che questo schema ancestrale ha guadagnato negli ultimi anni è quasi inquietante. La contraddizione abita qui: essere in qualche modo consapevoli che è proprio tutto quanto il giocattolo del pallone ad essere rotto ma, nonostante tutto, seguirlo ancora. E riporre lì le nostre speranze e il nostro senso di appartenenza più profondo e primitivo. Una storia fondamentale alla nostra stessa sopravvivenza. Nelle scorse settimane l’intera narrazione del pianeta calcio italiano è stata piegata alla retorica salvifica dell’arrivo di Cristiano Ronaldo come l’evento che, da solo, avrebbe migliorato la nostra sorte. Ennesimo peccato di ingenuità. Cristiano Ronaldo è un affare per la Juventus, per la franchigia Juventus e basta, perché può finalmente presentarsi al tavolo delle grandissime d’Europa e pretendere la stessa considerazione (dagli sponsor, ma non solo). Questo proprio perché - parafrasando una massima del controverso profeta José Mourinho - «chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio».

È un po’ questa la sensazione strisciante che accompagna la lettura di Uccidi Paul Breitner. Frammenti di un discorso sul pallone (Alegre), il libro con cui Luca Pisapia - giornalista che si occupa di calcio nella sua veste più oscura e quasi indicibile sulle pagine de il manifesto - cerca di unire i puntini di un discorso profondo, radicato e che parte da lontano. Lo fa adottando una narrazione ibrida. Un po’ fiction, un po’ reportage, un po’ saggio. Un “oggetto narrativo non identificato”, come da consolidata tradizione della collana Quinto Tipo di Alegre che, sotto la curatela di Wu Ming 1, vuole esplorare e sperimentare le zone di confine del racconto, vedere di cosa è capace la parola. Tre parti. Tre punti di osservazione su tre eventi storici legati al calcio (i mondiali di Argentina 1978, Brasile 2014 e USA 1994). Sei punti di vista, due per sezione, in cui si mescolano una ricerca ossessiva e precisissima sull’oggetto pallone; analisi e racconto di come il sistema di potere attorno allo sport sia ormai qualcosa di molto simile a una vera e propria organizzazione economico-governativa in cui il potere è la più semplice convergenza di interessi politici e corporativi; e le conseguenze di questo sistema sulla vita delle persone. Un libro che, in linea con alcune delle più interessanti indagini sul tema come il dittico Calcio e potere e Calcionomica di Simon Kuper (entrambi per ISBN) o Come il calcio spiega il mondo di Franklin Foer, cerca di rispondere alla domanda se il calcio sia una metafora della vita o se la vita sia una metafora del calcio.

Un racconto coinvolgente, dai toni consapevoli e apocalittici e che lascia senza speranza. Il calcio è davvero il veicolo prediletto del potere per operare piani molto più grandi e ambiziosi. Una sorta di prova provata - o, per lo meno, narrata - della retorica della distrazione di massa e del panem et circenses. In questo, il “dispositivo” Mondiale è punto di osservazione privilegiato perché attraverso l’organizzazione del maxi evento per eccellenza passano non solo una montagna inimmaginabile di soldi (e sempre di più), ma veri e proprio programmi di riorganizzazione del paese che lo ospita (Argentina 1978, quella dei colonnelli e dei desaparecidos), regolamenti di conti interni (Brasile 2014, ovvero la fine della coda lunga del sogno socialista di Lula), oppure riconfigurazioni totali del mondo per come lo conosciamo (USA 1994, il trionfo dei media e del capitalismo nella sua fase più avanzata). Questa macro storia si intreccia alla vicenda di personaggi senza storia che osservano, vivono e subiscono i cambiamenti sulla propria pelle (dal carceriere argentino all’agente segreto al soldo della Fifa, personaggi finzionali che si muovono sul lato noir del racconto, debitore del maestro James Ellroy) e all’analisi di come il calcio ha costruito l’anima e la visione di un popolo sia attraverso le rivoluzioni tecniche - come il percorso del “calcio totale”, che Pisapia legge come utopia egualitaria e socialista con Rinus Michels e Bill Shankly per arrivare alla distopia spettacolare e conservativa di Arrigo Sacchi - sia attraverso la definizione di un gioco sporco in cui il campo era solo l’ultimo degli aspetti, come nella parabola di Italo Allodi.

Fra qualche settimana iniziano i campionati. Ci ritroveremo coi nostri amici a fare l’asta del Fantacalcio. Ci incazzeremo per quanto la nostra squadra farà schifo rispetto alle premesse di inizio stagione (a meno che non tifiate la Juventus: ah, siete sicuri di voler spendere 2/5 del vostro budget per CR7?). Sapremo che in qualche modo è tutto già predestinato ma non potremo farci niente: resteremo lì a guardare. In Febbre a 90° Nick Hornby pensava che la dinamica rapresentasse qualcosa di straordinario. Oggi, tutto questo, nella sua inevitabilità e nella sua ripetitività quasi banale - sappiamo quasi sempre chi vincerà il rispettivo campionato e ormai sono sempre le solite quattro squadre a giocarsi la Champions, e sappiamo anche che le vere partite si giocano in altri corridoi e che tutte le nostre squadre si basano su storture sistemiche e magie finanziarie della peggior specie - è semplicemente una parte del “gioco del mondo” cui ci sentiamo in qualche modo costretti. Anche perché, a conti fatti, quando si accendono le luci sul campo, resta davvero il più grande spettacolo del mondo.

*Da Linkiesta