Le parole della classe operaia - Massimo Franchi da "L'Unità"

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Come raccontare gli operai, le loro lotte, le loro vite? Una questione che ha molto a che fare col nostro giornale e gli intellettuali che hanno scritto su queste pagine. Il problema diventò di stretta attualità letteraria nel febbraio 1963. Nella Milano del boom, i metallurgici lottavano per il contratto e contro i licenziamenti. Le manifestazioni si ripetevano. Qualche settimana prima Luciano Bianciardi – che comunista non fu mai ed era appena diventato famoso per aver scritto il suo libro più di successo La vita agra – «alla biblioteca comunale di Sesto San Giovanni» pubblicamente disse che gli «mancavano gli incontri con la classe operaia». Eccolo accontentato. Il cronista sindacale de l’Unità d’allora – e altro intellettuale – Adriano Guerra organizza l’incontro con alcuni sindacalisti prima di una delle tante manifestazioni e scioperi operai nel centro di Milano. È la sagacia di Giuseppe Sacchi, segretario della Fiom di Milano di allora – morto nel 2016 a 99 anni – a spronare Bianciardi. Adriano Guerra racconta l’accaduto nella parte finale del suo articolo del 6 febbraio, accompagnato dai messaggi di solidarietà della cultura milanese per lo sciopero stesso fra cui spicca quello del pittore Ernesto Treccani: «Io credo che la lotta così lunga e dura dei metallurgici per obiettivi che vanno al di là della rivendicazione economica contingente, possa essere un momento importante di questo incontro tra il movimento operaio e gl’intellettuali d’avanguardia». Scrive Guerra, citando Sacchi: «Tu devi scrivere un libro, un romanzo su questo sciopero». Bianciardi è in difficoltà, qualcuno lo riconosce e si forma «un capannello». Guerra annota: «La vita agra è, in fondo, proprio il racconto del mancato incontro con gli operai di Milano, e ora ce ne sono troppi, e incalzano». Bianciardi replica: «Ho scritto un libro sui minatori perché li conosco fin da bambino. Il libro sugli operai bisogna scriverlo, deve farlo uno di voi», abbozza ricordando il suo saggio-inchiesta del ‘56 sui minatori della Maremma scritto assieme a Carlo Cassola.
Alla fine si arriva ad un compromesso. Quello stesso pomeriggio Bianciardi varcherà i cancelli della Galileo di Milano e domenica 10 febbraio pubblicherà su l’Unità il resoconto in un racconto a tutta pagina intitolato “Alle quattro in piazza del Duomo”, raccontando quella sua strana giornata.
Il libro sugli operai invece non sarà mai scritto, ma il rapporto fra Bianciardi e gli operai si consoliderà tanto da portare ad un concorso di narrativa e ad un premio letterario (e fotografico) organizzato dalla Fiom di Milano di Sacchi con una giuria di altissimo livello che vedrà a fianco di Bianciardi intellettuali del calibro di Umberto Eco, Franco Fortini e Giovanni Arpino. Il tutto viene annunciato in un trafiletto su l’Unità del 20 ottobre 1963.
Un’esperienza che più di cinquant’anni dopo è riemersa nel ritrovamento di molti scritti mandati dai metallurgici ed è stata rilanciata dalla stessa Fiom e da altri intellettuali con una scuola di scrittura per metalmeccanici (evoluzione dei metallurgici) da Wu Ming 2, Ivan Brentari (il giovani scrittore che ha ritrovato i racconti del ‘63 nell’Archivio del Lavoro di Sesto San Giovanni ed è autore della biografia di Sacchi) e dal collettivo MetalMente. Il tutto ha dato vita a Meccanoscritto un progetto partito nel 2015 dove Wu Ming 2 (alias il bolognese Giovanni Cattabriga) e Brentari hanno riunito un gruppo di metalmeccanici fiommini per un laboratorio di scrittura che ha partorito cinque racconti collettivi.
Il libro però anche per la sua struttura – che a tratti ne appesantisce lo scorrere e lo rende un po’ pretenzioso – in cui si alternano scritti dl 1963, spiegazioni dell’origine del libro (‘Infrastoria’) e i 5 nuovi racconti, mira proprio a creare «una visione di insieme» di due epoche lontane unite però dalle lotte che gli operai hanno e portano avanti per poter vedersi riconoscere diritti e tutele.
E così la lotta per lo storico contratto del ‘63 si collega alla battaglia degli operai della piccola Hydronica Lift di Pero, una delle tante fabbriche che in questi ultimi anni è stata chiusa improvvisamente d’estate, di soppiatto, mentre i dipendenti erano in vacanza, per delocalizzare la produzione dove i lavoratori hanno meno diritti e costano molto meno.
Lo stacco temporale sembrerebbe a prima vista quasi un precipizio. Parole come «padrone», «borghesi», «proletari», paiono echi di un periodo lontano in cui l’ideologia faceva percepire gli operai come la struttura portante della società in cui l’impegno culturale pervadeva anche le fabbriche stesse, basti pensare alla conquista delle 150 ore. Oggi invece la fabbrica è un luogo sempre meno presente e definito, i cancelli spesso sono chiusi nei lunghi periodi di cassa integrazione. Le migliaia di persone che vi entravano sono diventate poche centinaia che non si fermano neanche a parlarsi l’un l’altro, specie in quella che fu la Stalingrado d’Italia, la Sesto San Giovanni oggi quasi desertificata industrialmente.
Eppure le storie si intrecciano e le situazioni vedono la stessa contrapposizione tra sfruttatori e oppressi. Oppressi che per contare devono per forza mettersi assieme (l’etimologia della parola sindacato) e sfidare con caparbietà e intelligenza una controparte che pensa sempre e solo ai propri interessi «al soldo».
In questo contesto la lotta della Fiom contro la rivoluzione di Sergio Marchionne che ha tentato di cancellarne la rappresentanza nelle fabbriche italiane della fu Fiat – conclusa con una vittoria seppur giudiziaria – è l’esempio migliore di questa continuità di lotta e di dignità delle persone. Ed è dunque quasi inevitabile che entrambe le iniziative – quelle del ‘63 e quelle di oggi – partano dalla Federazione impiegati operai metallurgici, la federazione della Cgil che da sempre ha una connotazione d’impegno sociale totale.
Se sui giornali di questi anni le lotte dei metalmeccanici fanno notizia solo quando sono estreme – il periodo de L’assolto al cielo raccontato in un bel libro di Michela Giachetta del 2012 – mentre il resto le pagine economiche sono piene solo di finanza e marchette alle imprese, gli operai raccontano se stessi con una consapevolezza forse perfino maggiore che nei mitici anni Sessanta. «Mettere assieme una ventina di loro per un laboratorio di scrittura è stata una vera e propria esperienza sindacale, un’esperienza formativa per loro e per noi», spiega Marcello Scipioni, attuale segretario Fiom di Milano – e dunque erede di Sacchi – che ha seguito tutta la gestazione del volume presentato ieri pomeriggio al Book Pride, la fiera nazionale degli editori indipendenti in corso nel capoluogo meneghino. «Il libro completa una parabola – sintetizza Scipioni – nel 1963 gli scioperi degli elettromeccanici portarono alle grandi conquiste che oggi difendiamo, sebbene in un contesto completamente diverso. E per questo il libro cerca di rivolgersi ad un pubblico ampio e per questo ha avuto bisogno di spiegazioni di contesto ed una chiusura aperta che parla di referendum e della Carta dei diritti universali della Cgil, lo strumento con cui vogliamo aprire una nuova stagione dei diritti».