La Maremma degli irriducibili. Roberto Ciccarelli (da il manifesto)

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In un libro che intreccia il racconto storico e la ricerca di archivio, il romanzo e la ricerca erudita in una narrativa ibrida Prunetti ricostruisce una storia fatta di eretici, minatori, contadini, osti, banditi, capibanda che avrebbero potuto diventare sacerdoti ma scelsero di essere ribelli.

Piccola controstoria popolare è il ritratto dell’anima indomabile di una terra conosciuta più tardi dall’inchiesta-romanzo realizzata da Carlo Cassola e Luciano Bianciardi sui minatori della Maremma, il libro che racconta l’esplosione del pozzo di Ribolla dove persero la vita quarantatré persone. Alla fine ci riuscirono i fascisti, quando scatenarono un vero esercito, «calato giù in completo assetto di guerra fin dalle più lontane località del bell’italo regno». Solo la città di «Grosseto fu espugnata dopo due giorni di assedio da parte di 1500 giovani armati di tutto punto», ricorda Gramsci nel luglio 1921 dalle colonne de L’ordine nuovo.
La lingua pastosa di Prunetti riconnette i fili del racconto non trascurando nessuna fonte: il casellario giudiziario, le canzoni e i proverbi, i libri e le biblioteche, e compone un autoritratto collettivo. «Queste sono le vite dei compagni dimenticati – scrive – disperse in una letteratura che si rivolgeva solo ai militanti o ai cultori della temperie storica».

L’atto letterario di Prunetti, invece, mira a riscattare la memoria scomparsa e liberarla tanto dalla forma erudita del resoconto oggettivo quanto da una leggenda monumentale. In questo modo lo scrittore grossetano vuole redimere la storia dei disertori che nella grande guerra del ’15–18 vivono nelle caverne al riparo dei Carabinieri, le congreghe dei santi che predicano la liberazione e la creazione di un comunismo in terra sfidando l’ordine del mondo e flagellandosi per le strade dei paesini, gli irriducibili che tendono gli agguati ai mezzadri e fucilano i fascisti. Questa è la storia di Domenico Marchettini detto «Il Ricciolo», di Robusto Biancani fu Patrizio che scappò dai fascisti per essere ammazzato da Stalin in Unione Sovietica, dell’anarchico di Prata e del compagno Attila, di nome e di fatto

Questa Maremma non esiste più, ma restano i racconti. Prunetti salva queste vite obliterate con la potenza del racconto e mira a rilanciare il loro spirito contro il sogno postmoderno. Quel sogno che predica la fine di ogni conflitto dove «c’è solo una classe, quella egemone, e una sola ideologia, quella autoritaria». «Se sarete presi nel sogno di un altro – scrisse una volta il filosofo francese Gilles Deleuze – sarete fottuti». Questo piccolo libro aspira a scardinare questo incubo.

Prunetti vuole «tirare fuori i compagni dimenticati dal sogno che li vuole inutili eroi di un’epoca scomparsa» restituendoli «vivi, con le loro passioni, la loro ansia e i loro errori madornali». Quella mandata alle stampe in un libro composito è una nuova versione di un antico manoscritto di Prunetti intitolato Potassa. La sua vicenda inizia nel 1999 e segue l’autore, renitente alla leva, in Inghilterra. I racconti della Maremma spingono il giovane autore che si definisce «lavoratore culturale» – come il suo alter ego Bianciardi – a interrogarsi sulla lunga storia dell’antimilitarismo e delle diserzioni nella provincia di Grosseto.

Liberato dal giogo della legge, dopo essere stato dichiarato obiettore totale per ragioni di coscienza, Prunetti lega la sua scrittura alla costituzione più intima del presente. Il suo libro ha attraversato il G8 di Genova, le violenze dei torturatori impuniti: «quell’atmosfera – scrive oggi – si è infilata nelle pieghe di questo libro». Nel 2015 arriva al lettore un volume riscritto che racconta molte storie ed è, a sua volta, pieno di storia.

«Un libro – conclude Prunetti – è una fisarmonica: si accorcia e o si può estendere. E i libri continuano oltre le righe: lontano, un punto nero si muove all’orizzonte».