Il ritmo sincopato dei confini - Giuliano Santoro da "il manifesto"

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«Mostratemi un eroe e vi scriverò una tragedia», diceva Francis Scott Fitzgerald. In Una cosa oscura, senza pregio (Alegre Quinto Tipo, pp. 432, euro 18) Andrea Olivieri racconta le peripezie di diversi eroi. L’autore parte dalla biografia romanzata e dalla vita reale da romanzo di Louis Adamic, autore di Dinamite, testo di culto sulla lotta di classe negli Stati uniti della Grande crisi che intreccia il reportage giornalistico al saggio e al romanzo.

Da qui arriva alle storie di Albano, il nonno partigiano che ha combattuto e vissuto tra Trieste e il confine con la Slovenia che diventerà quello con il socialismo realizzato. Ne viene fuori un racconto di eroi che contiene tragedie. Tanti personaggi attraversano le vite dei due protagonisti, compreso l’autore, è mossa da forze «oscure, senza pregi» che la rendono avventurosa e ineffabile, picaresca e intensa, capace di improvvise aperture e di rocambolesche cadute. Sullo sfondo c’è il capitalismo, che si muove e si nutre di questo caos. E che appare come una macchina tutt’altro che perfetta visto che i padroni non riescono a gestire fino in fondo le masse di disperati che creano, non ha idea di chi siano veramente e di come vivano.

Questi ultimi cercano di sabotarlo, lo fanno i Wobblies in America e i comunisti in Europa. Accorciano le pale dei picconi coi quali dovrebbero scavare, organizzano scioperi gettano sabbia nel motore delle grandi navi. È questo l’aspetto più paradossale che si proietta fino ai nostri strani giorni: il cosiddetto «sistema» va in crisi perché non sa come organizzare e contenere la furia delle moltitudini che si muovono nel ventre della bestia, deve inseguire affannosamente e di tanto in tanto reprimere con metodi rozzi quanto drammaticamente efficaci.

C’è un filo che lega gli Stati uniti alla città portuale di Trieste, che Marx in un suo articolo appunto paragonava al melting pot americano. I territori inghiottono i loro abitanti, esistenze nella tempesta degli oceani e negli approdi di cantieri navali e container da scaricare. Uomini e donne che si agitano a cavallo delle linee che dividono le cartine geografiche. Sotto i colpi della furia repressiva ora dei padroni ora dei fascisti, quando non di entrambi. La scrittura di Olivieri alterna il ritmo sincopato dei confini che si aprono e si chiudono al largo respiro della corsa verso occidente che spinge sempre più in là la frontiera.

Si incrociano le vite di Louis e Albano, ci sono di mezzo due guerre mondiali, la grande crisi del 1929 ma soprattutto i Balcani, quel mix di etnie che non sarà mai popolo, che con Tito si libera da solo e si mescola. La dissoluzione della Jugoslavia da questo punto di vista non potrebbe essere più emblematica: è il fenomeno che, per molti versi, ha anticipato il ciclo reazionario della globalizzazione, la sua tendenza a riprodurre identità e confini.

Da il manifesto