Il grande camaleonte - Daniela Bandini da "Carmilla"

Versione stampabileInvia a un amicoVersione PDF

«Ho giocato così bene che ho scordato che dovevo vincere...».

Con questo incipit degli Afterhours, "Fa male solo la prima volta", album Folfiri o Folfox, si indirizza il poliedrico Eduardo Rózsa Flores verso la sua sintesi: non importa come vada a finire, l’importante è crederci e provarci.

Siamo nel 1988, e incontriamo Eduardo (padre magiaro e madre boliviana) alla celebrazione del IX centenario dell’Università di Bologna, dove seduce e incanta praticamente tutti con la sua dialettica, la sua versatilità, quella dote chiamata chárisma, che si fonda sull’empatia e la spregiudicatezza del sapere non tanto interpretare i desideri, quanto convogliarli. Un dominatore, un attore che si impone sulla scena rendendo credibile ogni esternazione, fisica e verbale.

E si incontra con Alberto, colui che in questa casualità chiamata fato o destino, sembra rincorrere un sentiero parallelo, ma decisivo, che appunto si interseca per un tempo sufficientemente significativo per essere determinante e quindi sprofondare nell’oblio. Alberto non si rassegna a essere una mera eventualità, rimane sconcertato e bisognoso di decifrare la persona e non il personaggio Eduardo. Si rivedranno a Budapest, ceneranno dai genitori di lui, si consoliderà un mito, Eduardo sempre al centro, Eduardo canta a gran voce su tram, metropolitane, ovunque vi sia sufficiente folla da ammaliare, «conosce Contessa, Bella Ciao, I morti di Reggio Emilia, La Ballata di Pinelli, Fischia il vento», saluta a pugno chiuso.

Eduardo, in Croazia come giornalista, collaboratore della Bbc, arruolato nella Guardia nazionale croata, colonnello, poi in Albania a favorire la partenza degli ebrei albanesi verso Israele, Eduardo convertito all’Islam e vicepresidente della Comunità islamica d’Ungheria. Poi in Palestina, Indonesia, Sudan, Iraq ed Iran. Tutto di Eduardo in frammenti di cronaca, in brani di lettere inviate ad Alberto, tutto Eduardo nei «corpi nudi, lordi di sangue... Eduardo ride ed abbraccia i suoi commilitoni, mostra all’obiettivo pistole e munizioni disposte sul tavolo». Poi le foto del suo cadavere, il cadavere di Eduardo ancora sul palcoscenico, ancora protagonista nei minimi particolari, i segni delle pallottole ben evidenti. Ucciso con l’accusa di aver architettato l’omicidio di Evo Morales, il presidente della Bolivia. Ma non ha alcun senso!

«Nato e morto a Santa Cruz, Bolivia, come il Che Guevara».

Questo libro, non facile, non fluido, non amichevole,  non ti strizza l’occhio, non dice cose che vorresti sentirti dire prima di addormentarti, a cui ti aggrappi qua e là cercando un’ancora, un senso, una morale, anche iconoclasta, è bello proprio per questo: un immenso sforzo storico-bibliografico che parte da un incontro e percorre una moltitudine di sfaccettature fondamentali della storia contemporanea, quella meno conosciuta, ma chi dice «Se non si fanno i conti con le contraddizioni di classe, e con i propri ambigui privilegi, come classe ti scegli la comunità atavica, la stirpe, il branco, la cosca, la tua famiglia che maledice e sottomette tutte le altre» ha saputo anche interpretare il presente. E molto bene.

Da Carmilla