Il conflitto sui muri: il “decoro”

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di Tomaso Montanari
da Il Fatto Quotidiano

Salvini muori”. Pochi giorni fa Lodo Guenzi, il cantante degli “Stato sociale”, ha commentato questa scritta apparsa su un muro davanti alla sua casa bolognese con le seguenti parole, postate sul suo profilo Instagram: “Questa scritta mi fa schifo […]. Dovremmo lasciare ad altri queste cazzate, le minacce di morte alle famiglie sinti a cui consegnano la casa popolare, gli ‘spero che i negri ti stuprino troia’ a Carola Rackete, i ‘bruciamo i rom’. Lasciamo ad altri questo schifo e scegliamo l’intelligenza, il paradosso, l’ironia, il gioco, la poesia e la passione. Anche nello scontro, soprattutto nello scontro. Perché frasi come queste sono merda fascista, e non fanno che costruire una società fascista. Non so quando abbiamo cominciato ad arrenderci a questo squallore, ma risponde[re] alla merda con la merda farà sempre e solo vincere la merda”.

Parole misurate, di buon gusto: piene di buona educazione. A criticarle, sempre sul web, con profondità, grazia ed esatto istinto politico è stato Wolf Bukowski, autore recente de La buona educazione degli oppressi. Piccola storia del decoro (Alegre 2019). Un libro essenziale per chiunque voglia intendere oggi il rapporto che corre tra le pietre e il popolo. Il decoro è una categoria etica ed estetica dei latini, che traducono così il greco prepon: ciò che si conviene, ciò che è ordinato e ciò che sta al suo posto.

Proper o suitable, nell’inglese universale di oggi. Nella retorica securitaria che legittima il totalitarismo del consumo che oggi è l’unica etica su cui si reggono le nostre città, il ‘decoro’ si oppone al ‘degrado’. E il degrado sono i poveri, i rom, i mendicanti, i migranti, i senza fissa dimora: quelli che non vogliamo vedere. Perché – in questo continuo corto circuito dogmatico che afferma senza spiegare – sono ‘indecorosi’. E dunque devono sparire. Nel suo libro (che appare l’ideale continuazione dell’ancora attualissimo Lavavetri. Il prossimo sono io di Lorenzo Guadagnucci, 2009), Bukowski anatomizza queste parole d’ordine, dimostrando come la loro diffusione prescinda da ogni dato di fatto reale (che si tratti dell’andamento della criminalità o di quello della presenza dei migranti), e miri a oscurare e a soppiantare l’unico conflitto reale, quello tra ricchi e poveri. Che viene agito, ogni giorno, dai primi, ma non dai secondi: perché i poveri sono troppo occupati a difendersi dai nemici immaginari creati dal mantra del ‘decoro & sicurezza’, il grande business dell’imprenditoria della paura.

L’assessore bolognese Alberto Aitini (tipico prodotto della nuova destra Pd, e fra gli ‘eroi’ del libro, insieme al securitarissimo sindaco di Firenze Dario Nardella) afferma serio che far ripulire ai richiedenti asilo (ovviamente senza retribuzione) i muri ‘imbrattati’ dai writers significa “contribuire a dare una mano per il miglioramento della città, che noi identifichiamo con un miglioramento del decoro urbano”. L’equazione è tutta qua: la città è il suo decoro. E decoro ha preso il posto di ‘eguaglianza’ o di ‘giustizia’: parole abolite dalla neolingua, orwelliana, dell’amore che il Pd e la Lega parlano con lo stesso accento. D’altra parte, le politiche seguono le parole: a Verona la Lega e a Bologna il Pd hanno collocato panchine con divisori nel mezzo (nella città di Romeo e Giulietta a forma di cuore: una trovata che ricorda i ‘bacioni’ in fondo ai tweet fascisti e razzisti di Salvini), così che i senza fissa dimora non possano sdraiarcisi o, diononvoglia, dormirci.

La rimozione del conflitto passa anche attraverso la cancellazione delle scritte sui muri: o peggio attraverso il loro vaglio estetico e il loro depotenziamento, fino a ‘musealizzarne’ alcune che servono alla gentrificazione, cioè all’espulsione dei residenti e alla loro sostituzione con ceti abbienti.

Ed è per questo che Bukowski critica la critica di Guenzi (fatta da sinistra, e in ottima fede) alla scritta contro Salvini: “L’odio per i potenti, per gli oppressori, è un sentimento d’amore per l’umanità. Scriveva Bertolt Brecht negli anni Trenta: ‘Eppure lo sappiamo:/ anche l’odio contro la bassezza / stravolge il viso. /Anche l’ira per l’ingiustizia/ fa roca la voce. Oh, noi / che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza, / noi non si poté essere gentili’. E non si dimentichi, soprattutto, che stiamo parlando di una scritta. E lo stiamo facendo mentre l’odio con forza militare e di legge, quello indirizzato dai Minniti e dai Salvini, provoca, con atti e consapevoli omissioni, disperazione e morte in mare, nei campi libici, sulle montagne, nei miseri rifugi delle vite marginali. Il fascismo, e una società fascista, non si genera per contaminazione a partire da una scritta o da un generico clima di odio – conclude Bukowski – Il fascismo è il risultato di problemi sociali a cui viene risposto con la creazione di nemici fittizi”. Il messaggio di Bukowski è chiaro: per quanto si esprima attraverso un crudissimo auspicio, quella scritta bolognese fa parte del tentativo collettivo di riattivare un (non cruento) conflitto sociale.

La società che chiede agli oppressi di essere bene educati è una società ferocemente intenzionata ad opprimerli. Intenzionata a spostare il discorso dalle migliaia di vite che Salvini ha sulla coscienza (si pensi solo ai migranti restituiti alle torture libiche) all’opportunità di una scritta sul muro di un quartiere agiato di Bologna. Mai come oggi il totalitarismo non tollera dissenso e pretende buona creanza: prenderne coscienza, e ribellarsi, è un primo passo per provare a rovesciare lo stato delle cose.