Il conflitto israelo-palestinese cinquant’anni dopo - Federica Zoja da Reset

Versione stampabileInvia a un amicoVersione PDF

“La Palestina è scomparsa solo dalle cronache, ma il popolo palestinese esiste ancora”, è la frase conclusiva del percorso storico – ancorato su solide basi giornalistiche – proposto da Chiara Cruciati e Michele Giorgio a distanza di cinquant'anni dal conflitto arabo-israeliano noto come Guerra dei sei giorni.

Un cammino intitolato Cinquant’anni dopo. 1967-2017 I territori palestinesi occupati e il fallimento della soluzione dei due Stati, edito da Alegre, che propone al lettore le tappe principali dell’interminabile vicenda israelo-palestinese, a cominciare dalla denuncia delle ambiguità e dei falsi miti con cui è stata “condita” e offerta alla comunità internazionale quella guerra-lampo. Un trattamento narrativo cui hanno contribuito entrambe le parti e che ha conseguenze ancora oggi.

Ecco allora, come rievocano gli autori, il clima disfattista vissuto dalla popolazione israeliana nelle settimane antecedenti la guerra: mentre i vertici militari lavoravano con successo per dotare Israele delle tecnologie più moderne e di un’organizzazione degna delle forze armate del primo mondo, l’impressione fornita ai cittadini era di segno opposto. Un sentimento misto di insicurezza e impotenza serpeggiava fra la gente, persuasa che i palestinesi avessero davvero dalla loro parte il mondo arabo inteso come unicum compatto e determinato.

Anche in Occidente, di riflesso, la “messinscena” reggeva: Israele senza armi come Davide contro Golia, il fronte arabo unito a sostegno dei fratelli palestinesi e pronto a saltare alla gola dello Stato ebraico.
Quanto ai palestinesi – dislocati, espatriati o cittadini di territori israeliani – essi erano preda della stessa finzione, ma all’altro capo del cannocchiale: vittime sacrificali dei loro presunti paladini (i regimi egiziano, siriano, giordano), protetti a parole ma mai nei fatti, a loro l’intelligencija panaraba somministrava massicce dosi di ottimismo. Ma si trattava – ora possiamo dirlo – di pura utopia.

È in questa cornice di trompe l’oeil politici, falsità cronachistiche, amicizie segrete che matura in tutta la sua drammaticità la Naksa (in arabo “caduta”, termine con cui viene ricordata la sconfitta bruciante inferta dagli israeliani al nemico appunto nel giugno del 1967), evento imprescindibile per coloro che vogliono comprendere il presente dell’abbraccio mortale israelo-palestinese.
In prospettiva politica, dopo la Naksa in casa israeliana si creano le condizioni per l’ascesa di figure incisive come quella della premier Golda Meir, affiancata da una leadership diplomatica altrettanto irremovibile nelle proprie scelte di occupazione territoriale.

Per i palestinesi, invece, vengono gli anni dell’emancipazione da padrini e sponsor: il testo ripercorre dunque la seconda nascita dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina), sotto il pieno controllo di Yasser Arafat e non più di Ahmad Shukairy.
Ma è il linguaggio il grande protagonista di una narrazione ancora incompiuta: mentre scorrono sullo schermo della storia la prima rivolta delle pietre, il debutto della teoria dei due Stati, gli accordi di Oslo, la Seconda Intifada, lo svuotamento politico dei movimenti palestinesi di sinistra (in parallelo alla débacle mondiale della sfera ideologica comunista) e l’affermarsi del modello islamista (la germinazione di Hamas non è altro che il frutto dell’innesto della Fratellanza musulmana in terra palestinese), i territori annessi da Israele con la Guerra dei sei giorni diventano “contesi”.

Non si parla più di occupazione, secondo la terminologia adottata dallo Stato ebraico.
Nel frattempo, le diverse tipologie di amministrazione creano solchi identitari fra i palestinesi, che la destra israeliana prende a chiamare, più genericamente, “arabi”. Anche la vittoria conseguita nel 1967 passa alla storia ufficiale come un “miracolo”.
Allo stesso tempo, i giovani egiziani, giordani, siriani la ricevono sminuita, negata, plasmata da media e testi scolastici.

Il volume di Cruciati e Giorgio, però, ha soprattutto il pregio di aprire una finestra sul presente, su quella “generazione Oslo”, cioè i ragazzi nati dopo il 1993, accusata di superficialità e scarsa partecipazione dai grandi vecchi della causa eppure consapevole delle proprie origini e della storia recente.
Le sofferenze di questi giovani, privi di una leadership politica credibile, e quindi di prospettive per il futuro, sono oggi confinate in un cono d’ombra mediatico internazionale.
Si tratta di una frustrazione che per alcuni si è trasformata in rabbia nel corso della cosiddetta Intifada di Gerusalemme, fra il 1° ottobre del 2015 e tutto il 2016.

E la società israeliana? La Guerra dei sei giorni ha aperto la strada al sionismo messianico, cresciuto senza sosta fino ai giorni nostri in qualità di stampella di formazioni politiche e movimenti sociali di destra ed estrema destra.
Non sfuggirà al lettore come Israele stia vivendo una fase confessionale speculare a quella dei palestinesi di fede islamica (secondo gli analisti, in entrambe i casi si tratta dell’inevitabile effetto del crollo delle ideologie socialista e comunista).

La messa in un angolo del diritto internazionale a favore di quello religioso non lascia presagire niente di buono per il futuro di israeliani e palestinesi, bloccati in uno status quo che rende solo in apparenza i primi vincitori e che mette le basi per nuove esplosioni di violenza.
Altri incendi attirano oggi l’attenzione mondiale, ma il nodo dell’integrazione fra israeliani e palestinesi riemergerà ancora e ancora fino all’individuazione di un modus equo per tutte le parti.

* http://www.reset.it/libri/conflitto-israele-palestina-cinquantanni