Gli occhi di Eduardo Rózsa Flores - Giuliano Santoro da "il manifesto"

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Bisogna guardarlo negli occhi, Eduardo Rózsa Flores. È un giovane comunista che sa affascinare il prossimo. Di origini boliviane, ebreo trasferitosi in Ungheria, capita a Bologna per le celebrazioni del novecentesimo compleanno dell’università. Siamo nel 1988. Qui incontra Alberto, alter ego di Luigi Lollini e voce narrante de La Controfigura (Alegre, pp. 384, euro 16).

È il 1988, il crollo del muro di Berlino è dietro l’angolo. L’anno successivo lo studente italiano passa da Budapest e va a trovare il suo nuovo amico magiaro. Il personaggio diventa più intrigante, pieno di sfumature, racconti appena accennati che nell’evolversi del libro di Lollini diventano ipotesi, frammenti di ricostruzione, abbozzi di scenari. La vita di Eduardo si disperde nelle trame del mondo post-socialista. Il magiaro latino si avvicina prima all’Opus Dei e poi all’islam, fa il giornalista e la spia, compare nel bagno di sangue etnico della Jugoslavia dalla parte dei croati, viene avvistato in Iraq, partecipa ad alcuni tentativi di golpe. Muore in Bolivia, venti anni dopo essere comparso nella vita di Alberto e quell’incontro continua a scavare nella coscienza dell’amico italiano.

Vuole proprio guardare il mondo con gli occhi di Eduardo Rózsa Flores, Alberto. La storia vera narrata da Lollini, del suo incontro e della sua ossessione, del tentativo di venirne a capo, è la storia di un mondo che finisce dall’oggi al domani lasciandosi dietro scorie e storie. È il puzzle impazzito del pianeta dopo la fine della guerra fredda, un galleggiante che riaffiora e poi si perde nel mare in tempesta.

Lollini interroga testimoni, scova nuovi tasselli, formula ipotesi e semina dubbi, interroga lui e la sua generazione. La sua indagine sulla vita di Eduardo contiene spaesamenti opportuni in questi tempi di bussole impazzite, di nazionalismi insospettabili e azzardi geopolitici. Ne viene fuori un ibrido narrativo indefinibile e indefinito, che trova collocazione nella collana Quinto Tipo diretta da Wu Ming 1, e che forse, tra gli «oggetti narrativi non identificati» usciti con questo marchio, è il più ambizioso. Lollini mette in discussione ogni certezza, risale la corrente delle storie che si sono incrociate fino a far saltare ogni certezza. Riprende il filo di alcuni tratti distintivi degli incontri ravvicinati del Quinto Tipo.

Ma punta in alto, raccontando una storia da collocare a pieno titolo nel tempo della (illusoria) fine della storia. Il mosaico impazzito, definitivamente asimmetrico per schieramenti, storie e valori si riconosce col proverbiale senno del poi nella carneficina dei Balcani, quando la fine del socialismo reale era appena arrivata. Gli orrori assumono tratti sincretistici e indecifrabili, forse per questo ancora più sconvolgenti. Il mito dei partigiani si confonde con quello cetnico, il campo europeista diventa occasione per riconnettersi agli orrori degli ustascia.

Si stratta di «creare nuovi confini, spostarli, dove bene o male popoli già convivono; mutare la maggioranza in minoranza la minoranza in maggioranza, senza che nulla cambi». Le tracce di Eduardo si perdono tra le bande di paramilitari che si scontrano e ridisegnano col sangue le cartine geografiche. Lollini si muove in mezzo agli interstizi, ne scova la potenza perché coglie il significato: scava nelle intercapedini della sua vita e di quella di chi gli sta accanto, getta la sonda nei non ancora della storia e dei grandi eventi, dipinge scenari al di fuori delle capitali globali e delle cartografie tradizionali. Interstiziali appaiono gli anni della sua formazione e dell’incontro con Eduardo, nella terra di mezzo tra il Settantasette e il ciclo di lotte degli anni Novanta del secolo scorso. Interstiziale appare l’identità politica e geografica del suo anti-eroe. In questo modo possono leggersi quegli spazi che i canoni della geopolitica definiscono come semi-periferici, entro cui il personaggio agisce e si agita come un fantasma.

L’ossessione di Alberto per Eduardo, prototipo di mercenario rossobruno, è l’ostinazione di decifrare i codici spaventosi del mondo che lo accoglie e lo respinge, non assumerli passivamente anche se portano il volto del suo amico. Per farlo deve ancora guardarlo negli occhi.

Da il manifesto