Francesco Raparelli su il manifesto

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Una costellazione teorica aperta all'imprevisto del conflitto

«Marx l'intempestivo» Un saggio dello studioso francese Daniel Bensaïd rilegge le opere del filosofo tedesco a partire da una critica della concezione lineare del tempo storico

di Francesco Raparelli (da il manifesto del 16/01/2008)

Nella ripresa di studi marxisti merita un posto di rilievo il testo di Daniel Bensaïd, da poco tradotto ed edito dalla casa editrice Alegre (Marx l'intempestivo, pp. 416, euro 25). Lo sguardo eterodosso dell'autore punta l'attenzione su tre critiche a cui è stato e continua ad essere sottoposto il pensiero marxiano e, attraverso un puntuale e gramsciano «ritorno a Marx», ricolloca il filosofo e rivoluzionario di Treviri al di fuori di fraintendimenti e banalizzazioni. Uno sforzo di demistificazione che con rigore e spregiudicatezza risponde sul tema della storia e del tempo, sulla questione della classe, sul problema della conoscenza. La costellazione materialista marxiana è dunque messa alla prova su terreni di profonda attualità sia teorica che politica. Il piglio, come dicevamo, è quello gramsciano che guarda con insistenza ai testi, in modo articolato interroga i discorsi dal «vivo», cercandone potenza e virtualità. È proprio attraverso i concetti di virtualità, di possibilità e di apertura che Bensaïd legge il testo marxiano, accompagnandolo con riferimenti solidi quanto eterodossi: Walter Benjamin, oltre a Gramsci, il punto di illuminazione più fecondo, ma poi anche Spinoza e Leibniz, in una ricognizione tutt'altro che usuale sul terreno della conoscenza e del rapporto tra materialismo e produzione della verità.
In particolare il discorso sulla storia e sul tempo offre all'autore spunto per una riflessione combattiva e assai prolifica. Punto d'avvio è la critica popperiana al concetto marxiano di storia, critica tradizionale quanto sempre attiva che vuole Marx congelato in un filosofia della storia progressista, in gabbia tra determinismo e teleologia, hegeliano fino al midollo e poi positivista. Contro Popper e il popperismo Bensaïd ci propone un Marx innovativo ed avvincente. Piuttosto che una teleologia trascendentale o normativa quella di Marx è una teleologia immanente, dove la storia è continuamente aperta dal presente, dalla sua potenza conflittuale, dal suo carattere evenemenziale. L'evento e la rottura prendono il posto del progresso con il suo tempo «vuoto e omogeneo», la Storia universale viene decostruita a partire dal carattere plurale e proliferante del tempo storico.
La temporalizzazione che sola rende possibile il tempo storico prende avvio dal presente e non certo dall'anticipazione heideggeriana, il presente e il suo carattere aleatorio, aperto al possibile, si configura come il terreno proprio della temporalità. Nello stesso tempo è il presente a riaprire il passato, a scovarne le virtualità inesplorate o inespresse: la prassi conflittuale consegna il tempo ad una costitutiva strategicità, ad una costitutiva politicità. Il primato della politica sulla storia, dice Bensaïd, che da una parte rilegge i tre libri de Il Capitale a partire dal concetto di tempo, dall'altro rompe ogni concezione finalistica della storia e ogni idea lineare della temporalità.
Discontinuità, rottura, ma anche carattere intempestivo e capacità della rivoluzione di essere controtempo ed è qui che forse si gioca il contributo più importante di questo testo marxista: pensare il tempo in Marx, o con Marx, significa pensare il concetto di rivoluzione. La rivoluzione perde ogni carattere progressista, viene liberata da ogni gabbia determinista e ritrova la qualità e la pienezza della prassi conflittuale, con la sua ambivalenza e la sua complessità temporale. Se infatti è il presente il tempo della rivoluzione, lo è nella misura in cui apre sempre e di nuovo il passato con le sue virtualità, lo è nella misura in cui apre il campo del possibile come avvenire. È dentro il terreno della decisione strategica che dunque si gioca la partita temporale, è nella decisione politica che il tempo prende corpo e la storia si moltiplica, si rinnova, si dipana. Desacralizzazione radicalissima, immersione nella dimensione profana, terrena, contradditoria e dunque sempre possibile della rivoluzione.
Come rileva bene Tomba nell'introduzione, il Marx di Bensaïd, è ricco di Benjamin, ma costruisce delle assonanze significative con i Subultern studies. Tanto a partire da Althusser, quanto dalla centralità degli studi post-coloniali la ricerca marxista più raffinata, infatti, sta ripensando la questione della storia e della temporalità: il tema del rapporto e della compresenza tra accumulazione originaria e forme della sussunzione, formale e reale, è un punto teorico centrale che, nelle pagine di Bensaïd, trova un arricchimento importante.
Un limite forse va ravvisato nell'assenza di un discorso sulla crisi della legge del tempo-valore, meglio sulle pagine marxiane che intravedono nel General intellect un passaggio radicale dei dispositivi di sussunzione. Questione che più di altre anima il presente, infatti, è esattamente il tema della centralità dei saperi, del linguaggio e degli affetti nel modo di produrre contemporaneo e di come questa centralità riarticola globalmente la compresenza di modelli di sussunzione tra loro diversi e ridefinisce il rapporto tra profitto, rendita e salario. Ma su questo la discussione è aperta, le sfide della ricerca gettate.