Flop Capitale: il M5S e la speranza fallita - Giacomo Russo Spena da MicroMega*

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Il 14 febbraio 2017, sei mesi dopo la nomina da assessore, l’urbanista Paolo Berdini gettava la spugna e dava le dimissioni. Dichiarerà per mezzo stampa: “Mentre le periferie sprofondano in un degrado senza fine e aumenta l’emergenza abitativa, l’unica preoccupazione sembra essere lo stadio dell’As Roma. Dovevamo riportare la città nella piena legalità e trasparenza delle decisioni urbanistiche, invece si continua sulla strada dell’urbanistica contrattata che, come è noto, ha provocato immensi danni a Roma. Era mia intenzione servire la città mettendo a disposizione competenze e idee. Prendo atto che sono venute a mancare tutte le condizioni per poter proseguire il mio lavoro”.

In effetti, alle elezioni del 4 marzo, nel trionfo generalizzato del M5S si evidenzia qualche macchia. Se Di Maio & Co. sbancano ovunque, soprattutto al Sud dove si raggiungono percentuali bulgare, a Roma i dati evidenziano una controtendenza: sono ben sei i punti persi da giugno 2016, quando più di un romano su tre (il 35,3 per cento) votò il moVimento per la corsa al Campidoglio. Se è esagerato parlare di “effetto Raggi”, il M5S deve constatare un lieve calo. Identico discorso per la Torino amministrata dalla collega pentastellata Chiara Appendino.

Raggi si era insediata al grido “onestà, onestà”, promettendo discontinuità rispetto al passato. Nel programma aveva previsto la ricontrattazione del debito, il risanamento delle municipalizzate, il ripristino della legalità, la guerra ai cosiddetti palazzinari e un nuovo protagonismo dell’amministrazione pubblica. A quasi due anni, è giusto tracciare i primi bilanci. E il giudizio di Berdini è netto: parla di “speranza fallita”. Ha scritto un libro, Roma, polvere di stelle (Alegre, 176 pp.), per ripercorrere la sua storia personale, spiegare i limiti della giunta Raggi e ragionare sulle sorti della città. Su quali linee guida da seguire per rilanciarla.

Facciamo un passo indietro, quando la Capitale è diventata luogo di scorribande per poteri forti, speculatori e furbetti del quartierino. Il testo di Berdini fa un excursus storico spiegando, dati alla mano, come da Tangentopoli si esca cancellando l’urbanistica. Dagli anni Novanta i trasferimenti di risorse alle autonomie locali vengono falcidiati dai tagli alla spesa pubblica. Un dramma che persiste tuttora con gli enti locali strozzati dal Patto di Stabilità: ad oggi, quasi 300 Comuni sono in stato di predissesto.

Le città – colpite da privatizzazioni e cartolarizzazioni – diventano luoghi in cui il fiume di denaro virtuale, creato dall’economia finanziaria, si materializza con enormi speculazioni, rendite fondiarie ed ingordigia edificatoria. Secondo Tomaso Montanari, critico d’arte, nonché l’uomo del Brancaccio, la città (non solo Roma) si è disfatta, è diventata invivibile, a tratti mostruosa, perché si è smesso di pensarla e disegnarla: “Si è rotto il legame tra la comunità degli uomini e la città materiale: la prima ha cessato di immaginare e modellare la seconda. Il taglio delle finanze locali, l’ignoranza e la corruzione delle classi dirigenti hanno delegato a pochi grumi di interesse privato (palazzinari e banche, in sostanza) lo sviluppo delle città”. Quel che è mancato, in questi anni, è la politica.

Il periodo della privatizzazione – si evince leggendo il libro – ci restituisce una città abbandonata nei servizi pubblici come nelle strade e nelle piazze. Una città sempre più impoverita dove aumentano le diseguaglianze, come evidenzia l’indagine della Caritas che mostra come la percentuale delle famiglie in povertà assoluta sia aumentata nel periodo 2014/2016 dal 5,7 al 6,3%. Una città che vede il centro storico fagocitato da un turismo di massa incontrollato e dalla contemporanea sottrazione del patrimonio abitativo proprio per soddisfare una domanda crescente.

Questa abdicazione alla città pubblica è stata compiuta indifferentemente da destra e da sinistra. Il 13 febbraio 2008, Veltroni si congedava da sindaco per andare a sfidare Berlusconi alle politiche nazionali, con un piano regolatore che si è rivelato un regalo ai soliti noti costruttori, coi suoi 70milioni di metri cubi di nuove costruzioni. Le cose peggiorano sotto l’amministrazione di Gianni Alemanno. “La mancanza di regole nel governo delle trasformazioni urbane", sostiene Berdini, "è stata la causa dell’affermarsi di un sistema malavitoso che si è impadronito della gestione dei servizi urbani, della cura del verde, dell’assistenza ai rom o agli immigrati. Il sistema malavitoso, secondo l’inchiesta Mondo di mezzo, affonda le proprie radici nella storia moderna della città, nella commistione tra proprietà fondiaria e malaffare”.

E in questo clima che si instaura la giunta Raggi. Il M5S vince come segnale di rottura contro un Sistema bipartisan marcio e corrotto. Le aspettative sono alte, finalmente aria fresca rispetto ai malgoverni di destra e sinistra. Nella squadra di governo, all’urbanistica, viene selezionato proprio Berdini, un assessorato chiave in una città devastata nei decenni dallo strapotere dei palazzinari. L’idillio dura poco.

Il 31 agosto del 2016, in giunta, si decide il taglio della testa di Carla Raineri, ex capo di Gabinetto del Comune, e Marcello Minenna, il primo assessore al Bilancio della giunta Raggi. Due figure di rilievo per la loro competenza ed indipendenza, almeno secondo Berdini. Si inizia ad incrinare il rapporto. Nella giunta pentastellata intanto si infiltra il mondo conservatore, di cui è esponente l’avvocato Sammarco, uomini alemanniani come Marra o, ancora, vi si annidano gli interessi delle grandi banche tramite l’avvocato Lanzalone. Inoltre, Berdini ritiene fondamentale giocarsi anche la partita delle Olimpiadi: “Una sfida che si poteva vincere o perdere ma poteva essere utile alla città per effettuare lavori di manutenzione, finanziarie le periferie disagiate e per realizzare 5 linee di tram. Il progetto poteva ancora essere discusso”. Uno scontro con la sindaca Raggi che, invece, boccia la proposta di candidatura di Roma. E pensare che Beppe Grillo nel suo blog ha recentemente aperto alle ipotesi di Olimpiadi nella Torino di Chiara Appendino. Il casus belli tra Berdini e Raggi sarà lo stadio dell’As Roma a Tor di Valle. Quella che l’urbanista definisce come un’operazione di speculazione finanziaria e di scempio paesaggistico.

“La mia avventura a Cinquestelle si è infranta sugli scogli di opacità nella gestione del potere, della mancanza di idee e di coraggio, della carenza culturale necessaria per affrontare i mali di Roma”, scrive Berdini. Al suo posto, come assessore, viene scelto Luca Montuori che nella sua prima uscita pubblica si è dichiarato grande estimatore di quelle politiche urbane veltroniane che hanno portato al tracollo della Capitale. “Dalla promessa di cambiamento al suggello della restaurazione urbanistica”, qui risiede la grande delusione di Berdini nei confronti della giunta Raggi. Tra servizi pubblici che scompaiono, uffici che chiudono, periferie sempre più abbandonate a se stesse, municipalizzate al collasso, aumento dei rifiuti in strada e l’eterno dramma delle buche, Roma appare come una città in declino. Nessuna discontinuità col passato.

Nel libro Berdini individua quattro elementi utili per rilanciare una città: “La presenza di una classe dirigente che si fa carico delle esigenze complessive di tutti i ceti sociali; un flusso di finanziamenti adeguato ad alimentare la struttura pubblica della città; architetti e urbanisti in grado di fornire regole e progetti per il futuro; rivendicazioni che provengono dai conflitti sociali e urbani”.

Bisognerebbe ripensare la città (intesa come bene comune) e riaffermare la supremazia del pubblico sul privato come sancito dalla stessa Costituzione. Il M5S, a Roma, aveva vinto con queste aspettative, promettendo di combattere palazzinari e poteri forti. Quella spinta di cambiamento arriva a tardare. Alla prova del governo, il M5S non sembra discostarsi dalle amministrazioni passate. “La totale assenza di cultura alternativa ha impedito ai Cinque stelle di trovare i necessari anticorpi per rilanciare Roma”, afferma Berdini che descrive come esperienza virtuosa la rigenerazione urbana di Bagnoli fatta dal sindaco Luigi de Magistris. La tesi del libro è chiara: Raggi non è la soluzione ma parte del problema. E la Capitale aspetta ancora un’alternativa politica (da costruire) per far cambiare rotta alla città.