Figlia di una vestaglia blu - Gianfranco Franchi da "Porto Franco"

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Un romanzo di formazione di una coscienza: una coscienza orgogliosamente operaista. Una delicata inchiesta sulle condizioni di vita dei minatori nei cantieri della Tav, nel Mugello. Una biografia di una mamma operaia, entrata ragazzina in fabbrica, due generazioni fa, controvoglia, là, in quello che era diventato il paese della Rifle, Barberino. Il memoir politico di una futura sindacalista.

Opera prima d'un'artista, allora nemmeno trentenne, apprezzata da intelligenze e sensibilità diverse come il romano Massimiliano Governi e il pratese Edoardo Nesi, giudicata a suo tempo "miglior esordio dell'anno" da Fahrenheit, Figlia di una vestaglia blu [or. Fazi, 2006; adesso Alegre, 2019, euro 15, pp. 224] è l'espressione della letterarietà e della profonda e peculiare sensibilità della mugellana Simona Baldanzi [1977]. A distanza di tredici anni dalla prima edizione, salutata da una buona rassegna stampa e da una nutrita serie di apprezzamenti, il libro è tornato a disposizione del pubblico: merito di Alberto Prunetti, che l'ha scelta per la sua collana "Working Class" (secondo titolo; il primo è stato Ruggine, meccanica e libertà di Valerio Monteventi). Saggia scelta, e propizia, perché la Vestaglia ha mantenuto intatta la sua freschezza e e la sua malinconica veridicità.

"Ricordo che quando vidi le foto di mia mamma che mi allattava in ospedale mi stupii che avesse una vestaglia da notte e non da lavoro. Finalmente qualche fiorellino su cotone bianco, anziché quel rozzo blu. Perché insomma, di tutti i ricordi che ho, mia mamma ha sempre indossato una vestaglia blu. Otto ore al giorno per cinque giorni la settimana, ma anche oltre. Sì, perché quando tornava a casa non se la toglieva fino a dopo cena, quando faceva la doccia. Oppure anche dopo la doccia, ne prendeva un'altra e la usava come grembiule perché non c'era mai tempo. E oltre al tempo che mancava c'erano anche due figli. Mio fratello ed io, appunto". Non siete nemmeno entrati nel libro che già vi ritrovate presi a schiaffi. Dov'era la vostra mamma quando eravate così piccoli, e poi ragazzi, e come si vestiva? Era un'impiegata ministeriale o comunale, una maestra, un medico? Era autonoma o era sotto padrone? Era una che poteva consentirsi il lusso di non lavorare per nessuno e di dedicarsi a tutto spiano alla sua famiglia (alle sue famiglie)? Aveva tempo libero (davvero)? Era una che doveva indossare una divisa o un'uniforme oppure poteva vestirsi come voleva? Era malata di lavoro? E quando tornava a casa, dal lavoro, come stava? Simona Baldanzi ci racconta quanto è stato determinante osservare e interiorizzare l'esperienza della sua mamma, condizionata letteralmente in ogni frangente della sua esistenza e della sua quotidianità dal lavoro in fabbrica: è stata una bambina che ha empatizzato a un livello così profondo che ha vissuto una sorta di iniziazione; cresciuta, ha capito istintivamente che esiste un legame tra chi era costretto, per vivere con dignità e a testa alta, a lavorare a ritmi disumani in fabbrica e chi, oggi, lavorava in certi cantieri, lontanissimo da casa, sotto schiaffo di infortuni sul lavoro o peggio di malattie dovute al lavoro. La Baldanzi è una "figlia di una vestaglia blu" che è diventata sorella di tutti i lavoratori – soprattutto di quelli che sacrificano qualcosa di essenziale in cambio di uno stipendio spesso appena accettabile. La Baldanzi è lo scrigno delle storie [delle memorie] dei lavoratori che a volte abbiamo scelto di dimenticare: chi per indifferenza, chi per indegnità, chi per connivenza, chi per distanza, chi per propaganda: chi per scarsa educazione. E dire che viviamo in un'epoca in cui gli incidenti sul lavoro – la morte sul lavoro – sono, nel Belpaese, un fatto circa quotidiano: è una questione di cronaca, e non è spiazzante come la notizia di una rara malattia tropicale che circola in certe regioni. È qualcosa di cui veniamo informati "en passant". Una violenza che non riusciamo a rovesciare, una violenza di cui non parliamo abbastanza. Per una terribile coincidenza uno dei protagonisti del libro, il minatore Pietro Mirabelli, è caduto, pochi anni dopo, mentre lavorava all'alta velocità in Svizzera: quando la Baldanzi lo intervistava e lo osservava sul campo, durante la sua ricerca sulle condizioni dei lavoratori del Tav, parlava con singolare lucidità dei suoi fratelli minatori e delle caratteristiche complesse e ben poco raccontate della loro attività.

"Mia mamma non si trucca. Non mette fard, ombretti, mascara, cipria. Niente di tutto questo. La sua faccia è così com'è. Sono cresciuta pensando che esistessero solo i Truccosetti, i trucchi da piccola, quelli più buoni da mangiare, con quel sapore alla frutta, che per impiastricciarsi il viso. L'unica cosa che mia mamma usa è lo smalto. Tubetti laccati di svariati colori. Un rimedio. Quasi a voler rendere più femminili quelle mani. Quelle mani crude da lavoro". Questo libro è così – senza trucco, senza artificio, senza maquillage. Poteva uscire per un editore borghese e liberale come Fazi, tredici anni fa, perché c'erano intelligenze diverse a lavorare per quella struttura: c'erano letterati come Massimiliano Governi, sensibili a parole come "solidarietà". Adesso mi sembra giusto che veda la luce per un editore tosto e barricadero come Alegre: è una dichiarazione di appartenenza a comuni battaglie e comuni letture, a comuni famiglie e comuni destini. Comuni sogni. Domani, tra una decina d'anni, vorrei ci raccontasse, con la sua sorte editoriale, qualcosa di adesso inaspettato del nostro Paese; vorrei fosse adottato da un editore "altro, alto e spiazzante". Vorrei continuasse a parlare alle nostre coscienze: per omaggiare questa madre-vestaglia blu, per omaggiare questi minatori precarissimi, per empatizzare con questi lavoratori che nella nostra epoca non hanno più avuto letteratura.

Non so se un libro come questo possa essere accostato ai Minatori della Maremma di Bianciardi e di Cassola; sono libri distanti due generazioni; Bianciardi era anarchico, e al limite, politicamente, era un azionista; la Baldanzi è comunista: sono sensibilità piuttosto differenti: sono prospettive piuttosto differenti. L'amore per l'umanità è simile. In compenso, penso che questo libro della Baldanzi vada assimilato a quei libri sul precariato e sulla dissociazione (sull'anomia, in generale) che hanno restituito una fedele cronaca della decadenza e dell'autodistruzione italiana dagli anni Zero in avanti. Qui viene restituito un risultato più estremo, perché la nostra scrittrice toscana è andata là dove nessuna scrittrice italiana è andata, in questi anni (sbaglio?): e poi perché, con ogni probabilità, è una delle pochissime figlie di operai che è riuscita, col suo solo talento, a guadagnarsi considerazione e rispetto da parte di un ambiente borghesone e stralunato. A partire da quando, bambina o giù di lì, vinse il Campiello Giovani col racconto Finestrella Viola.

Prima di congedarmi, segnalo, a beneficio di quanti fossero interessati, che nel corso del tempo la tesi di ricerca sui lavoratori del Tav di cui si parla in questo testo è diventata parte di un libro: Mugello sottosopra. Tute arancioni nei cantieri delle grandi opere (Ediesse, 2011). Trasfigurazione lirica dell'amato Mugello c'è stata in Il Mugello è una trapunta di terra (Laterza, 2014).

Avrei voluto raccontare parecchie altre cose di questo libro: leggendo, avevo preso parecchi appunti; sull'emicrania della mamma, al ritorno del lavoro; sul suo sogno adolescente di fare l'infermiera, "vestaglia bianca"; su cosa significasse per una quindicenne "abituarsi alla catena" in fabbrica, in Rifle; su chi fossero "le Fratine" e su perché si chiamassero così; su cosa significasse essere "paese Rifle". Sui bambini che andavano in gita in fabbrica, a vedere cosa combinavano le mamme. Sulla cassa integrazione, sulle speculazioni. Sui danni ambientali della Tav, sui turni dei minatori, sulla memoria dei caduti sul lavoro. Su cosa possa significare, oggi, essere figli del popolo. Mi contento di questo elenco. E poi penso a cosa significa – a cosa poteva significare – essere figlio di un sindacalista. Questo libro è un ruvido esame di coscienza, poggiato su una buona lingua letteraria. Un esordio che è rimasto: ed è tornato.

Da Porto Franco