Appunti per una critica antiautoritaria all’oppressione delle donne romnì. Martina Guerrini (da A rivista anarchica)

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Quelle di seguito sono, più o meno, le questioni che avrei voluto proporre per riflettere, non tanto sul libro, quanto a partire dalla condizione più generale delle donne romnì oppresse in Europa.
Come sapete, a Livorno ho proposto nelle mie lezioni di formazione alle volontarie e ai volontari un approccio di analisi delle condizioni delle comunità rom di tipo “intersezionale”. Una parola difficile che vale la pena di spiegare brevemente.
Con intersezionalità si intende uno specifico approccio teorico nato dal tentativo di superare i limiti di un’analisi centrata sull’asse prioritario della differenza di genere in cui il sessismo viene considerato come isolato e/o disgiunto da altri rapporti di dominio (razzismo, classismo, eterosessismo).
In poche parole, significa che, nel caso delle donne romnì, nessuna di loro ha mai sperimentato sulla propria pelle una discriminazione che fosse semplicemente legata all’essere “donna”, ma anche all’essere “rom” e “povera”. In realtà questa è una semplificazione, perché immaginate cosa può sperimentare una donna romnì di orientamento omosessuale in un mondo come il nostro, che non rispetta minimamente i diritti di nativi gay, lesbiche o trans. È evidente che nel caso delle donne romnì c’è qualcosa in più, e quel qualcosa è il razzismo e l’oppressione di classe che esse scontano, vivendo forzatamente nei campi, senza lavoro e prive di scolarizzazione.
Evidentemente, e il caso molto emozionante di Anina Ciuciu lo testimonia, poter studiare permette alle donne romnì di trovare una possibile (ma non scontata) via d’uscita dalla condizione in cui sarebbero destinate a vivere. Si potrebbe discutere ore sui motivi per i quali – pur lamentandosene – le istitituzioni italiane, ma quelle europee non fanno eccezione, non dispongono di alcun piano di sostegno alla scolarizzazione delle giovani romnì e dei giovani rom. Per fare un esempio a tal riguardo, la femminista romnì Alexandra Oprea, nata in Romania e ormai newyorkese, molti anni fa metteva chiaramente in evidenza la questione, riferendosi al caso ormai noto della sposa-bambina Ana Maria Cioaba. Era il 2003 e Alexandra scriveva: “Un esempio significativo a riguardo: la Bbc ha riferito che «il caso [di Ana Maria Cioaba] ha spinto il Commissario degli affari sociali della Ue Anna Diamantopoulou a dire alle comunità rom di non implorare aiuti nella lotta antidiscriminazione finché continuano ad abusare dei diritti delle loro stesse comunità».
Oprea denuncia che né l’Unione Europea né la Romania hanno mai disposto un piano di scolarizzazione per le bambine romnì, pur sapendo benissimo che il diritto allo studio è l’unico mezzo per evitare i matrimoni precoci che tanto li scandalizzano.
Appare quindi quanta ipocrisia e malvagità sia nascosta dietro alle dichiarazioni dell’Unione europea dell’epoca: le comunità rom sono patriarcali e non conoscono i diritti umani, perché mai dovremmo aiutarle e non discriminarle?
Il “giochino” – se posso chiamarlo così – delle istituzioni è sempre il medesimo: utilizzare un’oppressione contro l’altra, in questo caso la discriminazione di genere contro quella “etnica”, ovvero sostenendo che poiché i rom violano la libertà delle bambine e delle giovani adolescenti romnì, non hanno alcun diritto di pretendere rispetto per la propria “cultura”.
Alexandra Oprea si ribella giustamente al fatto che non si può pretendere di scegliere tra il proprio genere e la propria appartenenza ad una comunità etnica, e che si debba capire cosa favorisce l’emergere di molteplici oppressioni. Né la Romania, né la Ue escono da questa circostanza immacolate, perché niente hanno fatto affinché le donne romnì potessero intraprendere e completare un percorso di scolarizzazione – inferiore, superiore, di alto livello – esattamente come tutte le altre bambine dei paesi europei.
Non vorrei dilungarmi su questo, sappiamo bene che l’Italia si comporta esattamente nello stesso modo, e che la Francia ha recentemente espulso una giovane studentessa romnì di origine kosovara, Leonarda Dibrani, impedendole di continuare gli studi, e chiedendole ciò che paventava Alexandra, ovvero di abbandonare i genitori rimpatriati in Kosovo per diventare una “brava francese”. Di nuovo, il bivio è quello di essere rom o di scegliere la libertà delle donne che gli stati europei si vantano di difendere.
Anche, qui, un inganno in piena regola! Non fosse che per il fatto che la libertà non è mai calata dall’alto, ma praticata individualmente, e la storia del mondo (non della sola Europa!) racconta storie piuttosto sanguinose circa la guerra dichiarata dagli stati e dai governi contro la oggi tanto sbandierata “libertà delle donne”!
Ma torno al punto.
Quel che vorrei mettere in evidenza è che esiste chiaramente uno stereotipo incredibilmente negativo cucito letteralmente sulla pelle delle comunità rom. In esse, le donne sono l’elemento più oppresso – e ripeto, è così in ogni società capitalistica o semi-capitalistica, noi non facciamo alcuna eccezione – ma esse sono anche l’esempio creativo di come si può cercare una via di fuga, opporre resistenza, fregare l’oppressore con i suoi stessi mezzi.
Di questa capacità incredibile delle donne romnì, le femministe italiane e europee non hanno capito niente, continuando a ritenerle delle povere ingenue che subiscono vessazioni senza ribellarsi. Qualche esempio assai simpatico a riguardo lo riporta di nuovo Alexandra Oprea, e cito di nuovo le sue parole: «Ho visto le mie amiche ribellarsi contro genitori autoritari rifiutando di sposare lo sposo prescelto e sotto altri aspetti tentare di fregare il sistema utilizzando le sue stesse regole. Numerose amiche hanno pianificato la loro fuga per adeguarsi a sposare il compagno scelto dai genitori soltanto per separarsene entro due mesi o un anno, dopo di che, non più vergini, erano di fronte a minori restrizioni. Esistono molti tipi diversi di resistenza. Essa non si verifica sempre nell’estremo pacchetto “abbandona la comunità, non tornare mai più”, sebbene alcune romnì “scelgano” altresì questa strada. Ovviamente, queste scelte devono essere osservate criticamente nel loro contesto, e non possono essere considerate vittorie complete. Il risultato può difficilmente essere considerato un trionfo, quando una donna è costretta a scegliere tra separare se stessa dalla gente che ama (e affrontare un mondo razzista e sessista da sola) e soccombere ai test di verginità e ai matrimoni precoci».
Cerco di concludere.
Capisco che di fronte a uno stereotipo tanto insidioso, pervasivo e, purtroppo, popolare, l’obiettivo possa essere quello di opporre un’immagine delle comunità rom diversa e positiva. Niente da aggiungere: nella guerra dell’immaginario ci sta, ed è forse necessario, come immediato e più rapido “intervento di primo soccorso”, affinché si interrompa l’emorragia di fantasiose denunce, sottrazioni ingiuste e ingiustificate di minori dai campi, aggressioni, pogrom, assassinii.
Tuttavia, non tutto è semplice come appare e mi pare ci siano degli scivolamenti, dei rischi, in questo approccio, che forse non sono intravisti o sono sottovalutati.
In primo luogo, ricordiamoci che lo stereotipo negativo non è nocivo solo perché descrive i rom e le romnì come la feccia della società, ma perché inchioda questa immagine al loro corpo, cioè rende lo stereotipo negativo universale, valido per tutti e tutte, ed è in questa sua pretesa totale e totalitaria che si insinua il suo potere.
Se si oppone ad esso un immaginario diverso, opposto, migliore, positivo, che scivola pericolosamente verso il compatibile, l’inserito, il legalitario... io qualche problema ce lo vedo. E lo vedo esattamente nello stesso potere di raccontare tutti e tutte nello stesso modo, quando sappiamo benissimo che ci sono comunità rom che desiderano essere nomadi e alle quali non importa niente di avere una casa, oppure che non vorrebbero di certo andare a lavorare in fabbrica, se l’alternativa offerta dal mondo gagio è passare dagli espedienti o dai lavori di sussistenza all’esercito di schiavitù salariata, come la definiva Marx ormai moltissimi decenni fa.
Allora il problema, di nuovo, siamo noi. Nell’estrema generosità che risiede nel tentativo di difenderli dall’orrore che ogni giorno subiscono, pensiamo di spingerli a costituire una “quota d’azione” di un mondo e di un sistema – e qui certamente non tutti saremo d’accordo – che a me personalmente non solo non piace affatto, ma ogni giorno con le mie miserabili capacità e contraddizioni, mi sforzo di cambiare il più radicalmente possibile. Perché se penso che il salario sia tempo estorto da un padrone, debbo ritenerlo una soluzione per i rom? Perché se penso che l’esercito vada abolito, dovrei favorire l’arruolamento dei rom? Perché se penso che quando lo stato si fa chiamare patria seguirà una scia di morti, debbo chiedere ai rom di amarla e servirla?
E ancora, perché se io posso muovermi in (quasi) tutto il mondo, con un semplice timbro su di una carta, e vivere in una roulotte nel deserto girando il mondo a far fotografie, i rom debbono rinunciare al loro nomadismo, se non lo vogliono, e prendere casa, pagando l’affitto e entrando in quel frenetico e alienato meccanismo “produci-consuma-crepa” che era al centro delle lotte dei movimenti antiglobalizzazione nei quali ho militato per anni?
Sto anche provocando, naturalmente, ma fino a un certo punto. Io che non vorrei una borghesia ad opprimere una classe subalterna, non chiederò mai ai rom di tentare la scalata sociale per tirar su tutti gli altri, in primo luogo perché questo non avverrà (non è mai avvenuto: Obama non ha migliorato la condizione degli afroamericani negli Usa, come sottolinea il movimento Black Lives Matter), in secondo luogo perché la liberazione di una comunità non può avvenire a scapito dell’oppressione di classe degli altri e delle altre, o ci ritroveremmo a parlare e far politica esattamente come ha fatto la Romania nel 2003.
Come scriveva un mio caro amico e appassionato sostenitore della causa rom, Lorenzo Monasta: «Cosa intendiamo con “integrarsi”? Non facciamo confusione. Non vuol dire assimilarsi. Se per un attimo prendiamo in considerazione il fatto che in una società integrarsi significhi convivere civilmente ed essere rispettati nella propria diversità, allora può andare bene. Purtroppo le società aperte a questo tipo di integrazione sono rare. Pur essendo ottimista e considerando l’integrazione possibile in una società aperta, quando sostengo che i rom e i sinti vogliono integrarsi provo sempre un forte disagio dovuto alla tristezza che aleggia in colui o colei che pone la domanda, e in chi risponde. Proviamo anche solo un momento a dircelo da soli: “Sono integrato”, “Sono un integrato”, “Mi sento integrato”, “Mi sento pienamente integrato”. Deprimente. Non è bastato essere ottimisti».
Concludo con un esempio attualissimo per spiegare i rischi legati all’assimilazione di classe delle comunità rom in una società capitalistica. L’autoproclamato re dei rom, Dorin Cioaba, ha sostenuto pochi giorni fa di voler costruire lui il muro di Trump contro il Messico, e di poterlo fare a prezzi concorrenziali rispetto alla forza lavoro gagé. Ecco, pur nella sua eloquente e kitsch improbabilità, questo è un esempio di come una borghesia rom non sia d’aiuto né a proletari gagi né a proletari rom.