Anina che diventerà magistrato, orgogliosa di essere rom. Di Paolo Foschini (dal Corriere della Sera)

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Il titolo originale francese — Je suis Tzigane et je le reste —suona sicuramente meno retorico del Sono rom e ne sono fiera (Edizioni Alegre) in cui è stato tradotto e che forse non rende giustizia a una storia, credetelo, dove il tasso di retorica è invece zero assoluto. Perché è la storia vera, in prima persona, di Anina Ciuciu, che a 26 anni studia da magistrato alla Sorbona. Ma che ci è arrivata dopo un’infanzia di fughe, campi rom, miseria, vergogna, altre fughe. Come una folla di altri in Europa.
Per lei un po’ alla volta arriva fortunatamente anche la scuola. Ancora cadute, risalite. Finché. «Sono una normale», dice. Ma «è il resto del mondo a non esserlo». In poche settimane il suo libro ha superato in Francia le diecimila copie, che per l’autobiografia di una sconosciuta è evidentemente un botto chiunque essa sia, ed è stato appena pubblicato in Italia. Merita di essere letto prima di tutto per fare il punto sulla nostra idea di «minoranza»: i rom che vivono nell’Unione Europea sono circa 6 milioni — come ricorda nella prefazione Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio — e solo in Italia tra rom e sinti vanno verso i 180 mila, lo 0,25 per cento dei cittadini italiani, ed è comunque una delle percentuali più basse del Continente.
Il secondo motivo è la storia. La famiglia di Anina decide di scappare dalla Romania del dopo Ceausescu («All’asilo nessun compagno dava neppure la mano a me e mia sorella», scrive) quando lei ha sette anni. Attraversano Ungheria, Serbia, Slovenia, lungo un percorso simile a quello che venti anni dopo sta guardando passare l’esodo siriano e afghano.
Il viaggio finisce tra le baracche romane di Casilino 900, quelle che mezzo secolo fa erano di Pasolini e oggi sono il campo rom più grande d’Europa. La sua fortuna è che abbastanza presto scappa anche da lì. «Non ringrazierò mai abbastanza i miei genitori di avermi portata in Francia», dirà. Non sarà facile comunque. Furgone e clandestinità durano ancora un pezzo. Ma poi, con grande caparbietà, la famiglia trova prima da lavorare, poi i documenti, una casa, e infine per Anina arriva la Sorbona.
Quel che non perde è l’identità. Sarà un magistrato, ma continuerà a parlare tanto il francese quanto il romani, a cucinare le ricette di sua nonna, a essere «sé». Come rivendica soprattutto nell’appendice che completa l’edizione italiana e nella quale fa i conti con il suo essere diventata, per la notorietà dovuta al successo del libro in Francia, «anche» un personaggio. Quello che il 15 maggio dell’anno scorso, nella Festa dell’Insurrezione gitana, si è ritrovato sul sagrato della Basilica di Saint Denis a pronunciare la «Dichiarazione d’indipendenza e d’amore» (chiusura del libro) quale atto di nascita del Movimento 16 Maggio, anniversario della ribellione degli zingari avvenuta nel 1944 ad Auschwitz Birkenau: monito per tutti, ripete Anina guardando oggi ai nuovi milioni di esseri umani in fuga.
Monito anche ai tantissimi, e forse alcuni di noi fra i tanti, che ritenendosi tanto facilmente «aperti» e pronunciando così spesso la fatidica parola «integrazione» non sempre colgono l’insidia nascosta nel proprio stesso pensiero: dicendo «integratevi», ma in realtà intendendo «diventate come noi».