Al palo della morte. Di Frederika Randall (da Internazionale)

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Nel gergo romano “il palo della morte”, espressione usata da Carlo Verdone in un suo film del 1980, significa la lontana periferia, i bordi estremi della città. Così l’autore definisce Tor Pignattara, dove nel 2014 un pachistano di nome Shahzad (detto il “Principe”, 28 anni) è stato picchiato a morte in strada da Sergio, 17 anni, perché il suo “canto ubriaco” dava fastidio. L’errore di Shahzad, disoccupato da quando il ristorante dello zio aveva chiuso e rimasto senza i soldi per tornare in Pakistan, era stato di cercare conforto nel Corano. Quella notte non era ubriaco, recitava una sura. Partendo da questo brutto caso, Al palo della morte si muove avanti e indietro nel tempo e nello spazio della capitale con grande agilità, per documentare come quel lembo di periferia, una volta rossa, possa diventare terra di morte per gli immigrati. Santoro fornisce un quadro sociologico di una città malata, un’indagine che va oltre Mafia capitale. Descrive un’economia basata su edilizia e speculazione, dove la destra storica agisce spronata dai Borghezio e dai Salvini di turno e il classico bene rifugio (la casa di proprietà) diventa motivo per odiare i nuovi arrivati. Un ritratto di Roma tratteggiato con grande precisione e fredda passione.